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Design Economy 2022

I Quaderni di Symbola - 20 Apr 2022
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Premessa

“L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo, nessuno può citare la superiorità della scienza e dell’ingegneria italiana, né la qualità del management industriale, né tantomeno l’efficacia della collaborazione amministrativa e politica, né infine la collaboratività dei sindacati e delle organizzazioni industriali. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Firenze, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l’indice economico del PIL, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società.”

John Kenneth Galbraith 1983

Sono passati cinquanta anni dalla mostra The New Domestic Landscape al MoMA di New York, curata da Emilio Ambasz. La mostra, pietra miliare nella storia del made in Italy aveva in catalogo opere di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Cesare Paolini, Mario Bellini, Gae Aulenti, Ettore Sottsass, Gaetano Pesce, Alberto Rosselli, Marco Zanuso e Richard Sapper, Archizoom, Superstudio, Ugo La Pietra, Gruppo Strum e 9999. Designer che ebbero un impatto notevole sulla modernità, coniugando bellezza, empatia, utilità e industria. Era nato il design italiano.

Cinquant’anni dopo, nel pieno di una transizione ecologica e digitale, accelerata dalla pandemia, il design, anche quello italiano, è chiamato nuovamente a dare forma, senso e bellezza al futuro. Molti aspetti della nostra vita, così come molti settori, cambieranno, dalla metamorfosi della mobilità verso modelli condivisi, interconnessi ed elettrici, ai processi di decarbonizzazione e dell’economia circolare che stanno cambiando l’industria e le relazioni di filiera, arrivando ai prodotti che, in un contesto di risorse sempre più scarse, dovranno necessariamente essere riprogettati per diventare più durevoli, riparabili, ricondizionabili, riutilizzabili.

Anche per questo è importante l’osservazione quantitativa e qualitativa sul settore del design che ogni anno Fondazione Symbola, Deloitte Private e Polidesign realizzano in collaborazione con ADI- Associazione per il Disegno Industriale, Logotel, CUID, Comieco e AlmaLaurea.

Il settore, come evidenziato nelle pagine che seguono, conta 30 mila imprese, che hanno generato nel 2020 un valore aggiunto pari a 2,5 miliardi di euro con 61mila occupati. Le imprese si distribuiscono su tutto il territorio nazionale, con una particolare concentrazione nelle aree di specializzazione del Made in Italy e nelle regioni Lombardia, Piemonte, Emilia – Romagna e Veneto, dove si localizza il 60% delle imprese. Tra le provincie primeggiano Milano (15% imprese e 18% valore aggiunto nazionale) Roma (6,7% e 5,3%), Torino (5% e 7,8%).

Le imprese operano per il 44% all’estero (8,9% extra EU), per il 45% su scala nazionale, mentre per il 10,8% su scala locale. Emerge dall’analisi, aspetto significativo e distintivo del design italiano, un rapporto diretto con la committenza: la stragrande maggioranza degli intervistati (l’86%) interagisce direttamente con gli imprenditori e i vertici aziendali.

Per quanto riguarda i servizi richiesti, le imprese dichiarano di fornire soprattutto consulenze su aspetti stilistici (il 58%) e processuali (25%); mentre le consulenze di carattere strategico rappresentano il 10%. A questi servizi core, le imprese del design stanno affiancando nuove attività di consulenza come la comunicazione (nel 59% dei casi), il branding (52%), il marketing (46%), la R&S (44,3%) e il packaging (32,9%). Un packaging design che vira verso la scelta di materiali sostenibili, il più utilizzato carta e cartone, utilizzato dal 30% delle imprese che progettano packaging.

Il rapporto Design Economy quest’anno dedica un capitolo alla relazione tra il settore italiano e la sostenibilità, relazione alla base del nuovo Bauhaus europeo lanciato dalla Presidente von der Leyen nel 2020 per contribuire alla realizzazione del Green Deal europeo.

Sul fronte delle competenze il 55,1% delle imprese di design dichiara di possedere una competenza di “medio” livello sulla sostenibilità e di “alto” livello nel 33,9% dei casi; specularmente, poco più dell’11% ritiene di avere un livello di competenza “basso” o quasi nullo. Considerando i servizi attualmente offerti, il 57,6% degli intervistati si occupa di design per la durabilità, ossia di progettare il prodotto o le sue modalità di utilizzo in modo tale da migliorarne la manutenibilità, la durata fisica e quella emozionale, mentre il 43,4% progetta prodotti che riducono al minimo l’impiego di materia ed energia e la produzione di scarti (design per la riduzione). Nel 34% dei casi, gli intervistati progettano prodotti per facilitare il processo di riciclo (riduzione della quantità dei materiali impiegati, utilizzo di mono-materiali, impiego di materiali facilmente riciclabili e di materiali rigenerati, facilità nella separazione dei materiali). Il 31,4% offre servizi legati al design per la riparabilità ed il 13,3% al design per il disassemblaggio; nel primo caso, gli intervistati lavorano in maniera tale da permettere la sostituzione di componenti o l’aggiornamento delle loro funzioni, nel secondo, puntano a progettare prodotti utilizzando sistemi di connessione riversibili, funzionali alla separazione di tutti le componenti per le diverse tipologie di materiali al fine di favorire il processo di recupero e riciclo. Il 10,7% si occupa del design strategico per la sostenibilità (funzionale alla creazione di framework, kpi e tool per la sostenibilità ambientale) e, infine, il 5,5% si occupa di design per la rigenerazione (funzionale alla rifabbricazione di prodotti con la stessa o diversa funzione d’uso, o alla progettazione di prodotti modulari per favorire il riutilizzo di parti del prodotto).
Tra i settori che trainano la domanda di servizi di design sostenibile ci sono soprattutto i settori del Made In Italy. A primeggiare c’è il settore arredo (69%), seguito dall’automotive (56%), dall’immobiliare – ceramiche, pavimenti, fino agli elementi strutturali – (38%), dall’abbigliamento (30%) e dall’agroalimentare (13,3%). Si vedano a tal proposito nel report gli approfondimenti settoriali costruiti grazie al coinvolgimento di 15 esperti (7 progettisti e 8 imprese).

Il terzo capitolo del report, come ogni anno, tratta il sistema formativo a partire da banche dati fornite dal Ministero dell’Istruzione. Il sistema formativo è un sistema distribuito lungo tutto il Paese: 22 Università, 16 Accademie delle Belle Arti, 15 Accademie Legalmente Riconosciute, 22 Istituti privati autorizzati a rilasciare titoli AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale) e 6 ISIA (Istituti Superiori per Industrie Artistiche). Per un totale di 291 corsi di studio, distribuiti in vari livelli formativi e in diverse aree di specializzazione. Si raggiungono punte di eccellenza con il Politecnico di Milano, a condurre la classifica per numero di laureati, che si conferma un’eccellenza in ambito internazionale, posizionandosi primo nei Paesi UE e 5° nel mondo secondo la classifica QS World University Rankings by Subject per il design, ma prima, comunque, fra le università pubbliche. A seguire, mantengono un importante ruolo per la formazione del designer l’Istituto Europeo di Design (IED) e la Nuova Accademia di Belle Arti (NABA). Complessivamente, i designer formati nel 2019 sono 9.362 (il 13,5% in più rispetto al 2018); di questi, due terzi risiedono al Nord, in particolare in Lombardia (49,8%).

Da quest’anno grazie alla collaborazione con AlmaLaurea e il Career Service del Politecnico di Milano si è aggiunto un ulteriore tassello informativo relativo alla situazione lavorativa a cinque anni dalla laurea e a cinque anni dal nostro primo rapporto sul design. La prima stima del tasso di occupazione dei laureati magistrali biennali in design, intervistati nel 2020 a cinque anni dal titolo, restituisce un valore del 91%, superiore alla media del complesso dei laureati magistrali biennali in Italia; di questi, l’84% svolge una professione coerente con l’ambito del design.

I dati e le analisi presentate nel report¹, raccontano un settore che ha punti di forza nel sistema di attori in campo, nella presenza capillare sul territorio, nel ricco sistema formativo, ma raccontano anche fragilità e nuovi bisogni, per esempio formativi, per aggiornare e rendere più efficaci e adeguati gli strumenti del design alle nuove sfide. Il settore è infatti chiamato ad accompagnare le imprese italiane ad ampliare la prospettiva dal cliente alle comunità, ai territori all’ambiente, con implicazioni profonde nelle decisioni imprenditoriali: dalla scelta dei materiali, fino alla ridefinizione delle supply chain.
Insomma, una situazione per molti versi analoga a quella che negli anni Settanta un nutrito gruppo di giovani designer italiani di talento seppero declinare, e che oggi chiama le energie migliori del Paese a pensare a nuovo futuro a misura d’uomo e di ambiente.

 

¹ L’interesse a fornire indicazioni rispetto all’evoluzione del mercato dal periodo pre-Covid ha portato gli autori del presente rapporto a concentrare l’analisi sui dati di mercato più recenti disponibili, relativi all’anno 2020 (i dati relativi all’anno 2021 saranno invece disponibili nella seconda metà dell’anno in corso).

Per contestualizzare i dati di mercato alla luce delle recenti evoluzioni, le evidenze sono state integrate con le indagini sul sentiment di imprese e progettisti condotte nell’autunno 2021.
Nonostante lo scenario economico rimanga ancora incerto a causa dell’attuale quarta ondata pandemica, si ritiene che l’analisi contenga spunti utili a comprendere l’andamento del mercato e il trend di sviluppo del prossimo futuro anche se non ancora estesa a dati consuntivi 2021.

Organizzazioni

Indice dei contenuti

1. LE IMPRESE DEL DESIGN

1.1 Valore aggiunto e occupazione
1.2. Territori e mercato
1.3. Servizi di design
1.4. Materiali e packaging
1.5. Relazioni con la committenza
1.6. Gestione dell’innovazione, canali di comunicazione e organizzazione

2. DESIGN E TRANSIZIONE ECOLOGICA

2.1. Focus settoriale sfide e buone pratiche di ecodesign

2.1.1. Arredamento
2.1.2. Automotive
2.1.3. Agroalimentare
2.1.4. Immobiliare
2.1.5. Abbigliamento e accessori
2.1.6. Box servizi bancari e finanziari
2.1.7. In sintesi
2.1.8. Approcci e prospettive dell’ecodesign

3. FORMAZIONE E LAVORO 

3.1. Istituiti, diplomati, aree di competenza
3.2. Analisi territoriale
3.3. Analisi degli esiti occupazionali

4. NOTA METODOLOGICA

4.1. Indagine per le Imprese di design (1º capitolo e parte due del 2º capitolo)
4.2. Focus settoriale (Design per l’innovazione sostenibile, parte due del 2º capitolo)
4.3. Indagine per Design fra formazione e lavoro (3º capitolo)

4.3.1. Indagine design e formazione
4.3.2. Indagine per design e lavoro

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