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SALVA

Welfare culturale, che passione

Durante la pandemia l'attività più frequente è stata l'ascolto della musica, seguita dal guardare film e leggere narrativa: la cultura per gestire i propri stati d’animo

16 Mar 2022

Catterina Seia e Annalisa Cicerchia

Questo contributo fa parte dell’Undicesimo rapporto IO SONO CULTURA realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Regione Marche in collaborazione con l’Istituto per il Credito Sportivo.

Realizzato in collaborazione Catterina Seia e Annalisa Cicerchia, Associate Founder CCW-Cultural Welfare Center.

 

Quale impatto ha avuto la cultura sulla vita delle persone? Tra maggio e luglio 2020, il Cluj Cultural Centre (RO) e la Fondazione Bruno Kessler (IT), in collaborazione con il BOZAR Centre for Fine Arts (BE) e la UGM Maribor Art Gallery (SI) nell’ambito del progetto Art&Well-being, hanno raccolto dati interessanti (1559 risposte a una survey digitale) sul contributo di arte e cultura alla gestione dell’impatto della pandemia sulle vite delle persone[1]. Secondo il lavoro realizzato, durante la pandemia sono aumentati gli stati di animo negativi nelle persone, legati ad emozioni come la paura e il turbamento.

Alla domanda sulle attività scelte per gestire i propri stati d’animo durante la pandemia, gli intervistati hanno indicato in percentuali altissime il consumo di arte (oltre l’85%) e i contatti sociali con le persone care (quasi il 70%), distaccando di quasi 30 punti percentuali l’attività fisica e la cucina.

L’attività più frequente è stata l’ascolto della musica, seguita dal guardare film e leggere narrativa. Quanto alla partecipazione attiva ad attività culturali e creative, i partecipanti alla survey digitale hanno preferito scrivere poesie e testi, dedicarsi al disegno/pittura e alla fotografia. Il contributo delle arti e della cultura al proprio benessere è stato descritto dal 64,2% degli intervistati con l’espressione mi fa sentire meglio, dal 42% come possibilità di sperimentare bellezza, stupore e trascendenza e dal 38% come un modo per riflettere sulla propria vita.  Infine, tra  gli stati emotivi derivati dal contatto degli intervistati con le attività culturali e creative, le categorie emerse più spesso sono: rilassato/tranquillo, positivo, gioioso, motivato/appagato, senso di benessere, soddisfazione e ispirato. Un lavoro dettagliato che dimostra come cultura e creatività facciano bene alla salute.

La pandemia ha generato una trasformazione genetica nelle istituzioni culturali, sempre più consapevoli del proprio impatto sociale.

Nel 2020, in Italia, musei e biblioteche hanno dovuto osservare 126 giorni di chiusura totale, oltre a 172 giorni di riaperture parziali e contingentate. Per alcuni musei, essere aperti ha significato non solo accogliere visitatori, ma anche intessere relazioni durevoli e circolari con segmenti speciali di pubblico. Nello specifico, quasi sempre sono stati gli operatori delle attività educative a offrire esperienze durevoli di benessere fondato sulla costruzione di rapporti coinvolgenti attraverso l’arte. Le chiusure hanno inflitto un colpo duro a queste delicate relazioni, ma non le hanno azzerate. Dovunque, i musei hanno trovato il modo di mantenere vivo il legame con il loro pubblico più affezionato. A Reggio Emilia, territorio laboratorio di welfare, le mostre allestite dalla Fondazione Palazzo Magnani, ad esempio, sono state concepite come piattaforma a disposizione delle tante e differenti necessità del pubblico nella consapevolezza che l’arte può svolgere un ruolo importante nel percorso di affiancamento, recupero della salute, del disagio e della fragilità.

 

Fondazione Palazzo Magnani, Progetto Opere al telefono. Lori Nix, Museum of Art, 2005, from The City, credits to Paci contemporary Gallery (Brescia – Porto Cervo, IT)

Questa visione ha generato collaborazioni e progettualità utili per lo sviluppo di policy di welfare culturale,  ridisegnando confini, spazi e nuove relazioni. In questo clima la Fondazione ha ideato nuove proposte volte a garantire il contatto diretto tra le persone, tra lo staff e i pubblici, scegliendo di non proporre attività fruibili in autonomia (che spesso significa in solitudine, di fronte ad uno schermo), in versione digitale e a distanza, ma mediate dal proprio personale.  In questo clima è nata l’iniziativa Opere al telefono, il racconto di un’opera in mostra attraverso la voce e la conversazione. La risposta del pubblico è stata molto positiva, con telefonate arrivate da tutta Italia da diverse tipologie di fruitori: anziani soli in casa, famiglie intere e singoli in cerca di un confronto con gli esperti. Un progetto a doppia valenza, utile anche al personale, in astinenza dal contatto con il pubblico da molto tempo.  Per i progetti speciali avviati prima della pandemia come, per esempio, Sguardi riflessi (rivolto alle persone affette da Alzheimer e i loro carer), sono state sperimentate nuove modalità: le riproduzioni delle opere sono entrate nelle loro case residenza e le relazioni sono proseguite in remoto via Skype.

La crisi sanitaria ha messo in crisi le modalità di interazione con le opere d’arte che nelle attività educative sono sempre state una presenza fisica ineludibile. L’impossibilità di accedere a musei, centri culturali, biblioteche è una “ferita” come ci ricorda l’installazione dell’artista JR sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze. Fin dalla sua nascita la Fondazione Palazzo Strozzi si è impegnata nel miglioramento della propria accessibilità culturale per raggiungere un pubblico più ampio possibile, proponendosi come luogo sociale e di incontro. A tal proposito, abbattere le barriere architettoniche rappresenta una condizione indispensabile, ma non sufficiente. Per questo motivo la Fondazione ha sviluppato una programmazione ideata per accompagnare le persone lungo l’arco dell’intera vita e attraverso le condizioni più varie, compresa la fragilità, proponendo programmi specifici dedicati a gruppi e singoli visitatori con esigenze o bisogni particolari, ricercando una partecipazione attiva. Già a partire dalla primavera, dopo un primo momento di spaesamento, la Fondazione ha ripensato, una fruizione “a distanza” per i diversi pubblici, spostata su terreno fino ad allora poco esplorato in campo educativo: il digitale. Con l’obiettivo di dare continuità alle proposte di riflessione, scambio e relazione incentrate sull’arte rivolte alle scuole, alle famiglie e agli adulti, consapevoli che l’utilizzo di strumenti digitali poteva costituire una nuova barriera per la fruizione. La Fondazione ha risposto alla sfida della pandemia organizzando attività per persone con demenza e i loro carer attraverso Whatsapp (con il progetto A più voci) e pratiche di danza inclusiva legate alle installazioni di Tomás Saraceno (con il progetto Corpo libero) per le persone con Parkinson, grazie a tracce audio riascoltabili in modalità asincrona.

 

Una delle attività del progetto Corpo libero, in occasione della mostra Tomás Saraceno. Aria, Firenze, 2020, Palazzo Strozzi

In occasione dell’installazione di Marinella Senatore, inoltre, nel cortile di Palazzo Strozzi sono stati organizzati workshop online tenuti dall’artista con la partecipazione di studenti, educatori, utenti di centri diurni, detenuti, artisti, curiosi e persone che vivono in RSA. Tutti coinvolti  in una grande azione collettiva, attraverso Zoom.  Modalità di relazione che hanno mantenuto il contatto con le diverse comunità di visitatori, ma anche ampliato l’accessibilità e la competenza del museo nel raggiungere in futuro quelle persone che, per varie ragioni, non possono essere presenti fisicamente.

La modalità a distanza sarà un’utile integrazione di quanto proposto in presenza, con la consapevolezza che essere fisicamente di fronte alle opere d’arte e condividere lo spazio fisico con altre persone continua ad essere un’esperienza insostituibile.

A Venezia, Palazzo Grassi-Punta della Dogana durante il secondo lockdown, avvenuto a mostre aperte con numerose attività in corso, alcuni progetti speciali come PalazzograssiTeens, rivolto agli adolescenti e Altri Sguardi, dedicato a migranti, rifugiati e richiedenti asilo, non si sono fermati. Per mantenere la forza che risiede nel costruire momenti di confronto intorno all’opera d’arte, hanno continuato a lavorare all’interno dello spazio espositivo in piccoli gruppi e nel rispetto delle misure sanitarie, organizzando la restituzione finale su Zoom. Per i gruppi scolastici e le persone con disabilità psichiche e cognitive sono state realizzate attività online, con visite virtuali alle mostre grazie alla presenza di educatori in sala, in grado di restituire l’atmosfera e il senso – seppur dematerializzato – degli spazi espositivi, salvaguardando la dimensione del lavoro di gruppo su piattaforme collaborative.

Resta forte e centrale lavorare a stretto contatto con le opere, per potere godere della loro forza e unicità. Tuttavia, alcune delle strategie messe in atto per far fronte alla distanza ibrideranno e daranno flessibilità all’integrazione delle pratiche.

In questa direzione ha lavorato, ad esempio, un’altra realtà toscana attiva da molti anni: i Musei Toscani per l’Alzheimer,  rete che unisce i musei della regione per sviluppare, mediante i propri dipartimenti educativi, attività per le persone con demenza e per coloro che se ne prendono cura. Forte dell’esperienza decennale, la rete ha saputo prontamente reagire davanti all’emergenza sanitaria rinnovando i propri format educativi, anche grazie a confronti con partner internazionali come l’Arts&Minds di New York. Dopo una formazione rivolta ai propri operatori educativi, sono stati così creati nuovi format (circa una cinquantina) nell’intento di mantenere una forma ibrida tra reale e digitale, spaziando dai podcast di accompagnamento alle visite ai numerosi laboratori creativi online (dal corso di ceramica al workshop di disegno giapponese).

Ma cultura e creatività migliorano il benessere di tutti, non solo quello di target con specifiche criticità. Per aprirsi al bisogno di partecipazione culturale di un pubblico vasto ed eterogeneo il Museion di Bolzano, ad esempio, ha lanciato l’iniziativa Here to Stay – siamo qui per restare! Un intero piano dell’edificio, volutamente lasciato vuoto, ospita un palcoscenico aperto con un microfono e un live streaming 24 ore su 24, in cui diversi contenuti possono essere seguiti su YouTube e altri social network.

 

Progetto Here to Stay – siamo qui per restare!, Concerto dell’Orchestra Haydn, courtesy Museion

Tutte le persone interessate a partecipare al processo creativo (indipendentemente dall’età, professione e sfera sociale), possono prenotare uno slot individuale nel live streaming che dà loro voce e visibilità. I singoli contributi sono liberi e appartengono ai settori più diversi della creatività, dalla poesia alla musica, dalle arti visive alla danza e molto ancora. L’obiettivo dell’azione è realizzare un video collettivo finale che sia specchio, attraverso la cultura, di una società vivace e attiva in un momento inedito ad alta complessità.

Un numero crescente di amministrazioni pubbliche ed enti della filantropia istituzionale, intenzionati a varare strategie di lungo termine e politiche di welfare culturale per la promozione del benessere delle persone e delle comunità, hanno commissionato indagini per far emergere il patrimonio dei soggetti e delle esperienze attive nei loro territori, per capitalizzare l’esistente, radicandolo in processi e protocolli, come risorsa per le nuove sfide sociali. Dalle analisi svolte in Italia emergono varie considerazioni: un’attività diffusa e in alcuni casi molto matura; la necessità di condividere processi rigorosi, portando a modello buone pratiche già in essere; la mancanza di politiche vere e proprie e di misure finanziarie dedicate allo sviluppo di azioni di medio e lungo periodo; la forte esigenza di formazione specifica che favorisca il dialogo intersettoriale, sia degli operatori culturali, sia socio-sanitari che educativi[2].

La Fondazione Compagnia di S. Paolo, una delle corazzate filantropiche del Paese, è stato il primo investitore sociale italiano a varare una strategia di lungo termine (con un investimento di un milione di euro) sull’asset “Cultura e Salute”. Nell’estate 2020 ha sostenuto un’indagine per comprendere lo stato dell’arte delle sue aree di elezione: Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Il lavoro ha fatto emergere un ecosistema ricco e complesso fatto di 2.821 iniziative avviate negli ultimi dieci anni, da oltre 250 soggetti: singoli individui, realtà di medie dimensioni, prevalentemente no profit, che dedicano le loro energie alla relazione tra cultura e promozione della salute, prevenzione, gestione e cura delle patologie, nei luoghi di cura come nelle istituzioni culturali e nella comunità. L’Ente ha varato un percorso sperimentale pluriennale, il Cultural Wellbeing Lab, per sostenere alcuni progetti pilota di cui valutare l’impatto, in grado di diventare modello producendo impresa. Di questo ecosistema fa parte il progetto DanzArTe, che vede la collaborazione di università, musei e strutture ospedaliere tra Liguria e Piemonte in un progetto trasversale di welfare territoriale, che tocca molteplici ambiti disciplinari: medico, tecnologico, performativo e museale. Il progetto propone un protocollo scientificamente validato e una piattaforma tecnologica a costi sostenibili per l’accompagnamento di anziani a rischio di fragilità: attività fisica ed esercizio cognitivo di memory training per ritrovare, danzando, sé stessi. Basato sul concetto di benessere emozionale, il progetto trasforma il “contatto fisico” con l’opera nell’esercizio di movimento e memoria, in una pratica di comunità inclusiva e riabilitativa per ristabilire  l’armonia tra funzioni fisiche, intellettuali ed emotive della persona.

Il secondo progetto è Cultura di Base, guidato dalla Fondazione per l’Architettura Torino con il Circolo del DesignAssociazione ARTECO, ASL Torino e Ordine dei Medici di Torino, sul tema della “cultura per l’umanizzazione dei luoghi di cura”. Lavora sulla trasformazione degli ambulatori di medicina generale della ASL in luoghi di cultura e relazione in otto circoscrizioni della città, grazie ad un’architettura di qualità. Le sale d’attesa e di visita degli ambulatori ospiteranno e coinvolgeranno i pazienti in un’esperienza culturale e architettonica nuova per depotenziare lo stress, aumentare il comfort psico-fisico dei pazienti e dei curanti, avvicinando nuovi pubblici alla cultura. Il progetto potrebbe diventare sistemico qualora l’apertura dei luoghi di cultura alla cura, messa in campo per i percorsi di vaccinazione Covid-19, diventasse permanente.

Sullo storytelling che migliora la salute si focalizza Verba Curant, realizzato in collaborazione tra il Centro Studi Medical Humanities dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria e la Scuola Holden di Torino, per sviluppare competenze di medical humanities, ossia capacità empatica da parte degli operatori di cura, sviluppata attraverso la cultura. L’epidemia ha fatto emergere la necessità di informazioni semplici, chiare e comprensibili da parte di fonti autorevoli. Un cittadino con un buon grado di health literacy, infatti, gestisce meglio lo stress dell’incertezza legato ai protocolli, prevenzione, diagnostica e terapie,  creando un circolo virtuoso di buone pratiche utili a tutta la società. Una delle finalità del progetto è superare i problemi di linguaggi e pregiudizi, valorizzando la cultura come parte integrante del processo terapeutico. Dal punto di vista pratico, il progetto si realizza mediante l’attivazione di un percorso formativo rivolto a 200 operatori sanitari – dall’oncologia alla riabilitazione cardiorespiratoria, che rientra nella trasformazione in corso dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria in un ospedale health literate. In uno scenario post-pandemico il mondo della sanità è chiamato ad attivare grandi trasformazioni che rimettano al centro dell’attenzione il benessere delle persone nella loro quotidianità, con presidi territoriali diffusi, lo sviluppo della telemedicina, in una nuova visione di promozione della salute che parte dalle opportunità del contesto sociale.

Da questi sviluppi, dall’evoluzione di istituzioni culturali e socio-sanitaria emergono nuove professionalità e nuove imprese a impatto sociale.

Per favorire questo circolo virtuoso Fondazione Compagnia di S. Paolo, con l’hub Social Fare,  ha varato TorinoProxima, un percorso di accompagnamento territoriale  volto a promuovere la partecipazione e l’immaginazione civica, facilitando lo sviluppo di competenze che favoriscano l’innovazione sociale, con la creazione di contesti urbani inclusivi per migliorare la qualità della vita.

Questa visione si sta maturando e consolidando in diverse regioni e territori italiani. Nel 2020 il Comune di Recanati, una delle città finaliste della Capitale italiana della Cultura del 2018, con la Fondazione Promo PA ha avviato lo sviluppo di un processo co-finanziato dalla Regione Marche, incentrato sulla Cultura come risorsa di benessere. Un’indagine condotta su 3.843 realtà regionali ha contribuito a delineare lo stato dell’arte dei progetti e delle organizzazioni attive sul tema. A seguire, la creazione di una community (fatta di istituzioni culturali, pubbliche amministrazioni, università, aziende sanitarie, imprese sociali culturali, BCorp company) riunita in un Tavolo regionale permanente[3], è stata accompagnata da un’azione di capacity building. Nel 2021, il percorso è sfociato nel Piano Triennale della Cultura della Regione Marche, per la modellizzazione di azioni intersettoriali, la nascita di servizi trasversali tra cultura e sistema socio-sanitario, favorendo l’aggregazione tra soggetti pubblici e privati e tra le diverse organizzazioni e ambiti. Il prossimo passo è la costituzione di una Rete regionale per il welfare culturale, un bando pubblico regionale su Cultura come cura sul tema della prevenzione e promozione della salute, e Cultura per l’inclusione e la coesione sociale, con focus sulle persone con disabilità. Lo scopo è innescare e sostenere processi e progetti intersettoriali per l’accessibilità e la partecipazione culturale dedicati a questo specifico target e per la terza età, in collaborazione con il Tavolo regionale permanente.

Dalle Marche all’Emilia il passo è breve. Anche Parma, nel suo ruolo di Capitale Italiana della Cultura 2020+21, ha avviato un progetto per rafforzare le politiche di welfare culturale sul territorio, sostenendo una riflessione collettiva volta a una collaborazione stabile tra istituzioni culturali, socio-sanitarie ed educative, nella prospettiva di costruire veri e propri servizi al cittadino, cross over tra cultura e salute. Il percorso muove da un’indagine regionale sullo stato dell’arte dei progetti attivi in tema, per delineare un programma di capacity building rivolto agli operatori socio-sanitari e favorire l’organizzazione di esperienze performative (artistico – teatrali e/o musicali) nei quartieri periferici della città, al fine di misurare gli effetti della partecipazione culturale sui singoli individui. Le azioni si sviluppano nell’ambito del protocollo d’intesa “in materia di Salute della città” firmato dal Comune di Parma con le principali organizzazioni sanitarie della città e il coinvolgimento degli assessorati regionali di riferimento(cultura, welfare e sanità), affinché i risultati possano realmente diventare patrimonio comune. Il progetto approda al dialogo con la medicina del territorio, ovvero con il progetto nazionale delle Case della Salute, pensato per la promozione della salute, l’inclusione sociale, la prevenzione e l’accompagnamento nei percorsi di cura.

Anche diversi territori del sud Italia si stanno muovendo in questa direzione. A Catania, ad esempio, 40 enti e organizzazioni del territorio guidate da Officine Culturali e dalla Compagnia delle Opere, promuovono, con buona accoglienza da parte degli enti locali, la rigenerazione in hub socio-culturali di una vasta area urbanistica degradata dei complessi ospedalieri in disuso della città e le ex Officine Amt. Il Cantiere di welfare culturale è un progetto che guarda al futuro di una città che vive una profonda crisi sociale e umana che si manifesta in molteplici forme di povertà, partendo da quella educativa. L’amministrazione ha aperto un tavolo di co-progettazione con i cittadini, condotto da sociologi e urbanisti, finalizzato a mettere in rete associazioni e imprese sociali attive in vari ambiti, dall’educazione informale alla peer education, dal teatro sociale alla musica, dal design al gioco, dall’audiovisivo all’artigianato, dalla cultura alimentare al benessere psico-fisico.

Dalla pandemia abbiamo imparato che siamo tutti più fragili e che le attività culturali – anche durante e nonostante la chiusura – hanno saputo continuare a essere luogo di incontro e di scambio, dove ritrovare forze ed energie. La pandemia è stata per molti l’occasione di ripensare il ruolo dell’arte e della cultura e la loro relazione con l’ambiente locale, ampliando la stessa definizione di servizio culturale, di impatto e di contributo al benessere e alla salute come bene comune. È un nuovo inizio, che apre nuovi  percorsi per sviluppare le pratiche in p

[1] Art Consumption and Well-being During the Covid-19 Pandemic https://art-wellbeing.eu/research-report-art-consumption-and-well-being-during-covid-19-pandemic/

[2] In risposta a questo tangibile bisogno, CCW-Cultural Welfare Center ha avviato una Scuola dedicata, progettando il primo Master Cultura e Salute in Italia.

[3] Istituito con la legge regionale per la Promozione dell’invecchiamento attivo, n. 1 del 28 gennaio 2019.

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user Catterina seia

CCW - Cultural Welfare Center

user Annalisa cicerchia

Docente Management delle imprese creative, Università di Roma Tor Vergata

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