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Verso uno statuto contemporaneo del patrimonio. Di Simone Verde

Le amministrazioni pubbliche si sono da sempre attrezzate per stimolare i processi rigenerativi indispensabili, la cui assenza comporta la fuoriuscita del patrimonio dal novero dei riferimenti culturali e valoriali del presente con ricadute negative in termini di integrità materiale

04 Nov 2019 - Redazione

La sopravvivenza dei beni culturali — si sa — è fortemente legata all’efficacia con cui vengono rigenerati i suoi valori sociali e collettivi. È un’acquisizione specifica del XX secolo, che ha rivelato quanto la tutela del patrimonio abbia più a che fare con il tempo presente — con i suoi interessi e le sue sensibilità — che con il passato. In risposta a questo meccanismo fondamentale, le amministrazioni pubbliche si sono da sempre attrezzate per stimolare i processi rigenerativi indispensabili, la cui assenza comporta la fuoriuscita del patrimonio dal novero dei riferimenti culturali e valoriali del presente con ricadute negative in termini di integrità materiale. Tutti gli specialisti e gli operatori sanno quanto importante sia, in termini di conservazione preventiva, la cura spontanea della popolazione, capace di impedire le conseguenze dell’abbandono o i danni nei confronti di beni percepiti semplicemente come inutili e privi di statuto. Come se non bastasse, la mancanza di una concettualizzazione che metta in luce le connessioni tra il patrimonio e il tempo presente espone all’adozione subalterna di interpretazioni inattuali (incapaci di attrarre i più giovani e i nuovi cittadini) o generate da altri soggetti, ovvero a subire riscritture della nostra stessa storia, spesso operate all’estero.

In questo campo, un recente rapporto finanziato dalla Fondazione Hruby e realizzato dall’istituto Astra Ricerche di Milano su come “gli italiani pensano, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale”, faceva emergere gli effetti di un vasto mutamento antropologico avvenuto negli scorsi decenni. Dall’indagine emergevano due elementi fondamentali.
Da un lato, veniva ribadito con una larghissima percentuale, che il patrimonio costituisce un forte valore identitario. Oltre il 65%, infatti, ha ritenuto i monumenti nazionali essere uno degli elementi di cui andare culturalmente orgogliosi. Un dato che ribadisce una tradizione forte e durevole a partire dal quale numerosi studiosi hanno spiegato la precocità delle misure di tutela nel nostro paese, a volte facendole risalire persino alla tarda antichità. Il secondo dato, anch’esso apparentemente non sorprendente, riportava che il Colosseo è risultato il monumento più amato, con oltre il 60%, e il più rappresentativo dell’identità nazionale. Tra le città più votate, c’è Roma, al primo posto, con l’84%, poi, Firenze, Pisa e Milano.

Guardando dietro queste apparenti ovvietà e incrociando i dati, però, il panorama si complica, restituendoci una realtà molto più frastagliata e coerente con le forme di destrutturazione sociale e culturale in atto dove, come ovvio che sia, il patrimonio svolge un ruolo simbolico di prima importanza. Alla domanda circa il senso di appartenenza alla nazione, infatti, rispondeva positivamente solo il 34%: se la “tradizione” italiana aveva spinto, forse anche inconsapevolmente, i nostri concittadini a incardinare nel patrimonio l’idea che hanno di loro stessi, il vasto raggio delle influenze culturali che caratterizzano il presente polverizzava i riferimenti iconografici e li allargava in maniera indefinita. Un dato che, a prima vista, potrebbe investire il nostro paese di un primato invidiabile, ovvero di aver superato in un consapevole cosmopolitismo il riferimento al genius loci, in nome dell’universalismo del patrimonio stesso. Ma così non sembrerebbe.

Altri due elementi, infatti, sparigliano ulteriormente le carte e precisano la logica dei dati. Il primo, sta nel fatto che Venezia esce dalla vetta della classifica identitaria, scivolando al quarto posto, e nessuno dei suoi monumenti figura tra i più “graditi”, la cui classifica ripercorre quella dei centri urbani: Roma è prima come il Colosseo, Firenze spinge in alto gli Uffizi, Pisa Campo dei Miracoli. Se ne deduce, cioè, che la reputazione delle città non è dovuta a un apprezzamento dei centri storici come nel passato, ovvero, nella loro complessità di palinsesti storici, ma è legata alla potenza dei monumenti simbolici, alla loro presenza all’interno dei processi, probabilmente commerciali, dell’immaginario collettivo. Se così fosse, gli italiani, che pure dicono legare la propria definizione al patrimonio culturale, in realtà subirebbero attraverso questo stesso patrimonio un’idea di sé costruita altrove, in processi di tipo più turistico economici che propriamente storico-culturali. Quale forma di legame identitario, in effetti, si può
mai stabilire con il Colosseo, in una popolazione fortemente secolarizzata e poco edotta
dell’antico?

A chiarire definitivamente la dinamica in atto, sembra una evidente progressione generazionale, segnalata esplicitamente dagli autori. Restando a una stima generale, infatti, emergerebbe che il mutato rapporto tra popolazione e patrimonio sarebbe estremamente più radicale man mano che si scende di età, in particolare presso i cosiddetti millennial, vale a dire alle generazioni native digitali. Tra questi, il legame tra patrimonio nazionale e identità arriverebbe al minimo, confermando la dispersione del mondo globale e delle sue forme culturali. Arrivati a questo punto, lo studio manca di un elemento decisivo che permetterebbe di integrare il quadro generale, ovvero una scomposizione degli intervistati per provenienza. È un’ovvietà, infatti, che i “nuovi italiani”, figli o nipoti di immigrati, siano più esposti alla virtualità o al cosmopolitismo dei riferimenti culturali e che un patrimonio incardinato nel mito della “tradizione” costituisca un problema per la sua tenuta in una società — che piaccia o meno — è sempre più multiculturale.

Ben oltre i dati del sondaggio, cioè, emerge un limite fondamentale degli strumenti pubblici e concettuali a nostra disposizione, tali da non intercettare le dinamiche socioculturali del presente cui, come si è detto, è necessariamente legata la sopravvivenza del patrimonio. Che tipo di conservazione preventiva, cioè, si può garantire, e che tipo di rischi si devono mettere in conto se le istituzioni pubbliche non operano nel senso di un rinnovamento scientifico capace di rigenerare lo statuto pubblico e collettivo
dei beni culturali, esponendolo invece a forme suppletive di degrado spontaneo?

Queste domande sono tanto più ingombranti se sono i circuiti commerciali e del turismo di massa a dettare priorità e gerarchie, in una alienazione che nega alla radice la specificità più forte del nostro patrimonio, ovvero la sua diffusione capillare, l’equilibrio ricercato tra natura e cultura di cui è espressione, sia nei centri urbani che nelle piccole comunità rurali. Problematiche che hanno spinto gli altri paesi occidentali ed europei da almeno un paio di decenni a forme di ripensamento e di reinvenzione degli strumenti critici e concettuali del settore.

Uno dei presupposti della storiografia “moderna” sta nell’arricchimento ermeneutico che scaturisce dall’ascolto del presente perché illumini con la sua specifica sensibilità aspetti ogni vota diversi del passato. Il XIX secolo, spinto dall’invenzione borghese dell’individuo, ha teorizzato ed esaltato l’autonomia idealistica dell’atto creativo, fino a ricodificare sotto questa luce laica il concetto rinascimentale di genio; il Novecento è stato di sicuro il secolo che, attraverso le sociologie e le antropologie dell’arte, ne ha indagato la storia materiale e sociale, i processi collettivi. Il XXI secolo, anticipato già da alcuni studiosi negli anni Ottanta, è quello delle storie globali, mondiali, connesse
e postcoloniali. Quest’ultima serie di innovazioni critiche non si è pienamente fatta strada in Italia, con effetti tanto più problematici nel campo dell’arte la cui storia, per via del facile interscambio delle immagini, è forse la più fluida, “globale”, “connessa” e “mondiale” di tutte. Di converso a questa timida insufficiente innovazione, il nostro è forse l’unico grande paese europeo a non essere dotato di una istituzione di studio e ricerca delle popolazioni extraeuropee, soggetto da cui deriverebbe di sicuro la nuova luce rigenerativa che manca sulle stesse nostre collezioni e “tradizioni” nazionali.

È un fatto indubitabile che l’universalità della nostra “tradizione” artistica consista in un’attitudine millenaria nella sintesi di apporti diversi, capace di consegnare universalmente disponibile al resto dell’occidente un repertorio talmente vasto da assicurarsi una penetrazione pressoché incontrastata. Inutile ricordare che l’invenzione più caratteristica del Rinascimento, quella della prospettiva, fu un processo interculturale, permesso dalla ripresa degli studi di ottica del teologo egiziano Alhazen. Oppure che l’estetica cristiana sia fondamentalmente la trasposizione classicizzata di una mistica
delle forme in provenienza dall’Asia centrale. Due soli esempi che, per illustrare in maniera icastica e certamente non analitica l’oggetto di questo breve contributo, chiariscono in che modo un approfondimento scientifico diverso e più ampio della nostra storia dell’arte, le permetterebbe di recuperare in profondità quella visione globale che al momento patisce in vastità. Si tratta di un programma su cui sono impegnate istituzioni culturali nazionali in giro per il mondo e in cui il nostro paese potrebbe svolgere un ruolo di primo piano, grazie a collezioni — Museo Pigorini di Roma in testa — tra le più importanti e antiche in assoluto.

L’apertura del Louvre Abu Dhabi, seguita a quella del Musée des Confluences di Lione, ha rappresentato il contributo francese a questo ripensamento “globale” e interculturale intrapreso in campo etnografico con la fondazione, nel 2006, del Musée du Quai Branly (centro di ricerca prima che museo) e, nel contemporaneo, dalla celebre mostra Les magiciens de la terre del 1989. Da decenni, i musei americani hanno intrapreso la stessa strada, forse addirittura dal 1992, quando una mostra della National
Gallery di Washington sugli effetti culturali della scoperta delle Americhe (Circa 1492), ha introdotto in ambito museologico gli strumenti critici codificati da Tzvetan Todorov.

Assommandosi all’attivismo tradizionale del Victoria and Albert, il British Museum è impegnato in un riallestimento delle collezioni extra-occidentali, non soltanto per attribuire loro uno spazio più congruo, ma al fine di ricostruire con maggior cura i rapporti culturali tra l’Europa e il resto del mondo, per una rigenerazione dello statuto contemporaneo del patrimonio con indispensabili ricadute sulle forme spontanee della conservazione preventiva.

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user Simone verde

Direttore del Complesso Monumentale della Pilotta

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