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Realacci: «Il restauro architettonico, motore economico e serbatoio identitario»

Marcello Parilli | Corriere della Sera

30 Nov 2020

Redazione

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Realacci: «Il restauro architettonico, motore economico e serbatoio identitario» - Marcello Parilli | Corriere della Sera

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Secondo alcuni, la cultura della conservazione del patrimonio storico in Italia — fortemente identitaria e intrecciata con l’economia, i saperi, l’innovazione e il futuro — risalirebbe al piano di ricostruzione grafica della Roma antica realizzato da Raffaello Sanzio su commissione di papa Leone X. Quel che è certo è che, poggiando su qualcosa di meno nobile come gli eventi sismici degli anni ’70 e ’80, l’Italia si è trasformata in un grande laboratorio specializzato nel recupero e nel restauro architettonico che ha fatto scuola in tutto il mondo. All’epoca alcune aziende cominciarono con l’industrializzare alcuni sistemi studiati nelle università che consentivano il consolidamento e l’irrigidimento degli impalcati, delle strutture orizzontali in legno e delle strutture verticali in muratura. Poco dopo si svilupparono le prime applicazioni al mondo di materiali compositi per il rinforzo strutturale degli edifici storici, mentre istituti di ricerca e formazione di indiscussa rilevanza internazionale, come l’Opificio delle pietre dure di Firenze o l’Istituto Centrale del Restauro di Roma, e numerosi importanti dipartimenti e facoltà di architettura (quella della Sapienza di Roma fu la prima, nel 1919, ad avere un insegnamento accademico legato all’ambito del restauro dei monumenti) contribuivano a diffondere la cultura del restauro nel nostro Paese.

Un laboratorio chiamato Italia
Il settore, vitale e in continua evoluzione, è stato fotografato nel dettaglio da 100 italian architectural conservation stories, il rapporto della Fondazione Symbola, con Fassa Bortolo e la partnership di Assorestauro, da poco presentato alla presenza di Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Il lavoro mette sotto i riflettori quella filiera made in Italy fatta di competenze, tecnologie e materiali sviluppati dal mondo dell’impresa e da quello della ricerca e dell’Università che, in continuità con quella che è ormai una tradizione consolidata, ha portato e porta il suo contributo al più grande cantiere di restauro oggi nel mondo, quello dei crateri dei terremoti che hanno colpito il centro Italia nel 2009 e del 2016/17. Si pensi che solo a l’Aquila sono stati finora investiti più di 2 miliardi nella ricostruzione del patrimonio culturale, a partire dall’insolitamente rapido intervento sulla Basilica di Santa Maria di Collemaggio, interamente sostenuto da Eni Spa e, tra le aziende fornitrici, dai materiali della stessa Fassa Bortolo, che è stato premiato quest’anno con il Grand Prix e il più prestigioso riconoscimento europeo, l’European Heritage Award. Un laboratorio dove si stanno sperimentando materiali e tecnologie per rendere più efficienti gli interventi di recupero, anche su edifici costruiti con tecniche datate e materiali fortemente deteriorati dal tempo e dagli eventi. «Nel nostro rapporto emergono tanti soggetti che, come spesso accade quando si fa innovazione, mentre mettono mano al patrimonio storico, incrociano saperi che vengono anche da altri mondi. Quindi nanotecnologie, biotecnologie, materiali compositi per dare nuova stabilità agli edifici storici, tutte tecniche che in Italia sono state usate e che vanno messe in rete — dice Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola —. Quindi il senso del nostro lavoro non è solo censire chi c’è, ma anche mettere questo patrimonio a disposizione del mondo, farne anche un elemento di un’economia nuova e a misura d’uomo».

La mancanza di coraggio dell’amministrazione pubblica
Tra le 250 pagine del rapporto emergono storie virtuose come quella della volta di Pietro da Cortona a Palazzo Barberini (la seconda più grande a Roma, dopo la Cappella Sistina), dove i lavori di restauro per gli anni successivi sono stati pianificati grazie a un modello 3D realizzato con una scansione laser a colori, sviluppata da Enea, che ha potuto verificare i precedenti interventi di restauro e l’eventuale presenza di infiltrazioni e micro-fessure. O interventi come quello dell’illuminazione della Cappella degli Scrovegni a Padova a cura di iGuzzini illuminazione, che ha portato a un restauro percettivo» degli affreschi di Giotto e a un risparmio energetico del 60% grazie all’integrazione tra led, sensori ambientali e applicazioni software, in grado di calibrare la luce artificiale in base alle condizioni dell’illuminazione naturale. A riprova che la sostenibilità è una delle nuove frontiere verso cui le aziende italiane del settore sono avviate. O ancora casi virtuosi come quello delle ex scuderie del Monastero benedettino della Rocca di Sant’Apollinare nei pressi di Spina (PG), primo edificio al mondo ad essere certificato secondo un protocollo di sostenibilità nel recupero dell’edilizia storica. Raccontare storie come queste, come fa il rapporto di Symbola, ha un valore che non è solo divulgativo. «La struttura pubblica è ormai disabituata alle responsabilità. È comprensibile, però la paura dell’avviso di garanzia, della Corte dei conti fa sì che il funzionario, dal direttore generale del ministero all’ultimo impiegato del piccolo comune, abbia metabolizzato che se non fa niente non succede niente, se invece fa qualcosa rischia. Così si finisce per bloccare tutto — spiega Realacci —. Come per esempio nel caso del Centro Polivalente e di Protezione Civile di Norcia progettato da Stefano Boeri che doveva essere costruito a Norcia con i fondi per il terremoto raccolti proprio dal Corriere della Sera e da La7, e che invece venne bloccato dai magistrati alla stregua di una qualsiasi speculazione abusiva. Quindi raccontare le storie di chi ce la fa è importante». Così come è importante il riferimento all’articolo 9 della Costituzione italiana, tanto caro a Carlo Azeglio Ciampi, che viene citato all’inizio del rapporto, articolo di cui si è sempre sottolineata la seconda parte («La Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» a discapito della prima («la Repubblica promuove lo sviluppo e la ricerca scientifica e tecnica»), altrettanto fondamentale, e che per l’unione tra la cultura scientifica e umanistica nello stesso articolo, ricordava l’ex Capo dello Stato, rappresentava un unicum nelle Costituzioni del mondo.

Identità ed economia a misura d’uomo
Resta solo da capire se in tempi di pandemia, dove molti settori dell’economia rischiano di finire in ginocchio, il restauro del patrimonio architettonico possa essere considerato un lusso e quindi finire in fondo alle gerarchie delle priorità politiche. «Sinceramente non credo, perché l’impostazione delle nuove linee europee va chiaramente nella direzione della sostenibilità, da una parte per difenderci dalla crisi climatica, dall’altro per mettere le basi di scelte che saranno un volano straordinario per l’economia — dice Realacci —. Non avrei mai messo la mano sul fuoco sul fatto che, anche a fronte della pandemia, ci saremmo ritrovati con un’Europa che non solo confermava, ma rafforzava fortemente gli impegni in quella direzione. Che poi è una scelta di grande sensibilità, ma anche di attacco, perché ormai è chiaro che chi arriva prima su queste tecnologie sarà più competitivo». Ma c’è un altro aspetto che Realacci considera fondamentale e che ci riguarda da vicino, l’elemento identitario. «Da una parte recuperare il nostro patrimonio storico culturale, e penso anche alla straordinaria rete di borghi che abbiamo in Italia, rappresenta un formidabile serbatoio di identità. Anche perché un Paese che ha un’identità forte si apre facilmente al mondo, se ha un’identità debole costruisce muri — conclude il presidente di Symbola —. Dall’altra parte, manutenere questo patrimonio, ma anche tornare a metterlo al servizio dei cittadini, non solo imbalsamandolo, diventa una chiave per il futuro, perché è una importante fonte di reddito e materia prima per un’economia a misura d’uomo verso la quale una buona parte del mondo sta cominciando a guardare».

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