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Pandemia e musica in Italia

La musica dal vivo fa i conti con importanti cali di fatturato ma anche nuovi scenari in termini di format, piattaforme e valorizzazioni del territorio con eventi ridotti. La musica registrata procede più spedita, con il volano della digitalizzazione, una centralità sempre maggiore della musica italiana, nuovi fenomeni legati ai social e alle community e la necessità di rendere più equo il settore rispetto alle piattaforme di distribuzione.

13 Ago 2021 Chiara Colli

Questo contributo fa parte dell’Undicesimo rapporto IO SONO CULTURA realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Regione Marche in collaborazione con l’Istituto per il Credito Sportivo.

Realizzato in collaborazione con Chiara Colli – giornalista musicale ed editor Edizioni Zero.

 

La crisi economica e strutturale che nell’ultimo anno ha travolto il settore della “cultura in presenza” non è stata una crisi totalmente imprevedibile e senza profonde basi pregresse. L’emergenza sanitaria che per oltre un anno ha imposto limitazioni durissime al mondo dello spettacolo e degli eventi e il relativo scossone socio-economico su tutta la filiera, ha solo accelerato e rivelato inesorabilmente alcune problematiche e cortocircuiti già radicati da tempo, seppur in maniera meno evidente e urgente. Nel contesto generale di un settore che nella sua interezza è stato in assoluto il più sacrificato in Italia per via delle restrizioni dettate dalla pandemia, la musica – in primo luogo intesa come musica dal vivo, ma di riflesso anche sul fronte dell’industria discografica in termini di quantità di pubblicazioni di album – ha mostrato fragilità e problematiche se possibile ancora più accentuate rispetto a cinema e teatro. Criticità che in ogni declinazione hanno evidenziato la necessità di una maggiore equità, valorizzazione e ristrutturazione consapevole e trasparente del comparto musicale.

Nel settore spettacolo l’attività che ha sofferto di più è stata proprio quella dei concerti,

con una perdita dell’86,7% di spesa complessiva del pubblico (-86,4% di spesa al botteghino) rispetto al 2019[1] – cifra che corrisponde a circa 188 milioni di euro in meno solo per il primo semestre del 2020 – rendendo inevitabilmente insufficienti i ristori governativi destinati allo spettacolo. Uno scenario estremamente composito, dove l’enorme frammentazione del settore (costituito in gran parte da piccole realtà territoriali indipendenti, non di rado legate all’associazionismo, e numerose professioni autonome e/o senza alcun inquadramento), l’assenza di un’appropriata rappresentanza istituzionale della musica dal vivo e un approccio culturale che non riconosce nella musica dal vivo una fonte di economie virtuose per il territorio, hanno condotto verso un’imprescindibile constatazione: il bisogno di riformare e mettere a sistema una serie di buone pratiche che pongano al centro della filiera musicale il concetto esteso di sostenibilità – economica, sociale e culturale.

Nel 2020 questa consapevolezza ha portato alla nascita di nuove piattaforme e associazioni di categoria, – in aggiunta a quelle già esistenti (Assomusica, Note Legali e Keeponlive). Tra queste figurano: i Professionisti dello spettacolo – emergenza continua (rete intersindacale che include soprattutto tecnici e maestranze dello spettacolo); la piattaforma La Musica che Gira (composta da diverse figure dell’industria musicale, dal booking agli uffici stampa, e che più di altre ha portato avanti anche un discorso di sensibilizzazione verso il pubblico e sulla sostenibilità ambientale degli eventi); il network Bauli in Piazza (associazione che ha realizzato due importanti flash mob, a Milano nell’ottobre 2020 e a Roma nell’aprile 2021, a cui hanno aderito numerosi artisti di fama nazionale). In parallelo, su iniziativa del MEI sono nati altri due coordinamenti: StaGe!, che riunisce imprese, artisti, tecnici e operatori dello spettacolo indipendente, dalla musica alla danza, e Indies (mirato per le realtà della musica indipendente).

 

Bauli in Piazza, credits to Electro News

Se l’anno appena trascorso ha avuto un significativo impatto negativo su tutto il settore della musica dal vivo – con dati che a fine 2020 hanno registrato una calo di fatturato del 97%, una perdita stimata di 700 milioni di euro e di oltre 1,5 miliardi di euro considerando l’intero indotto, connessa a una diminuzione di occupati del 25%[2] – altrettanto concreta è stata la presa di coscienza degli addetti ai lavori della necessità di individuare nuove strategie, equilibri e strutture che coinvolgano tutti gli attori, pubblici o privati. Sia in termini di necessità sia di opportunità, oltre alle perdite di fatturato e alle chiusure definitive che hanno interessato un numero sensibile di club medio-piccoli in tutto lo Stivale (solo a Milano: Circolo Ohibò, Serraglio, Ligera, Blues House), lo stallo che ha visto annullare o posticipare, prima al 2021 e poi al 2022, tutti i grandi festival e concerti, ha messo in evidenza il bisogno di ripartire dalle piccole realtà e dai piccoli eventi. Un atteggiamento ampiamente condiviso e voluto anche dal pubblico, come rilevato da una ricerca condotta nell’estate 2020 da Music Innovation Hub, impresa sociale con base a Milano, nata per sostenere e rilanciare la musica made in Italy con particolare attenzione alla formazione professionale, la valorizzazione ed esportazione di nuovi talenti, che tra le recenti iniziative ha promosso insieme a FIMI il fondo COVID-19 Sosteniamo la musica[3].

In questo contesto asfittico per il settore della musica dal vivo, un discorso diverso – ma non totalmente senza rimandi alla cornice del comparto live – attiene alla produzione musicale. Se lo stretto legame che unisce la produzione alla fruizione, le uscite discografiche ai tour (maggior fonte di sostentamento per gli artisti e per l’ampia filiera di cui sopra), ha spinto vari artisti a rimandare l’uscita di veri e propri album alla prima parte del 2021 – con una predilezione, al contrario, per singoli ed EP pensati per la rotazione radiofonica nel corso del 2020 – il mercato discografico italiano ha comunque registrato un aumento dell’1,44% degli introiti, grazie ancora al volano del digitale e delle piattaforme streaming, – Spotify, YouTube, Apple Music, Amazon Music, Deezar, Tidal (più o meno in linea con il trend globale che registra un +7,4%). Stando a quanto riporta la Federazione Industria Musicale Italiana – FIMI, in un anno complesso per la musica l’Italia ha mostrato una forte affermazione dei consumi digitali, che hanno registrato una notevole impennata negli abbonamenti streaming premium, i cui ricavi hanno visto un incremento del 29,77% superando i 104 milioni di euro. Si registra una significativa crescita dei consumi anche sulle piattaforme social, dove i ricavi dai modelli sostenuti dalla pubblicità sono aumentati del 31,59% raggiungendo complessivamente 38,9 milioni di euro; di poco sotto, i dati legati al video streaming, che segna + 24,97%. Il grande utilizzo di canali come Instagram e Facebook durante la pandemia ha dato un’accelerata a queste piattaforme, oltre ai tradizionali servizi come Spotify, Amazon Music, Apple Music e altri. La quota di mercato del digitale raggiunge così l’81% di tutti i ricavi dell’industria in Italia, contro il 72% del 2019[4]. Nell’ambito della produzione, alcuni fenomeni già in essere negli anni più recenti hanno trovato ulteriore consolidamento in quest’ultimo anno.

Le etichette indipendenti si confermano l’indispensabile serbatoio per l’industria discografica italiana distribuita dalle major, occupando posti importanti nelle classifiche di vendita come nelle rotazioni dei maggiori network radiofonici.

Basti pensare alle uscite delle milanesi Sugar (con Madame, Lucio Corsi, Kety Fusco), Asian Fake (Coma_Cose, Venerus), Maciste Dischi (Gazzelle, Canova) e Undamento (Joan Thiele, Frah Quintale, Leila Al Habash), l’etichetta 42 Records con sede tra Roma e Bologna (Colapesce/Dimartino, Cosmo), la romana Bomba Dischi (Franco126, Ariete), la bolognese Garrincha Dischi (Lo Stato Sociale, Ex-Otago) e l’aretina Woodworm (Motta, La Rappresentante di Lista, Dente, Ministri). Il sigillo definitivo a questo fenomeno è apposto dall’edizione 2021 di Sanremo che, sia in termini di presenze sia di vendite e riscontri radiofonici, fotografa questo tipo di scenario e fenomeno in cui l’indie nutre il mainstream” all’interno della musica pop italiana. Attuale, in tal senso, risulta la proposta del MEI, accolta in Commissione Vigilanza, dell‘inserimento nei palinsesti RAI delle produzioni indipendenti: manovra necessaria per favorire il pluralismo culturale e affinché, senza esborso ulteriore da parte dello Stato, anche i meno noti al grande pubblico possano maturare incassi derivanti dalla Legge sul diritto d’autore.

 

Colapesce e Dimartino, credits to Electro News

Tra i fenomeni della musica pop registrata, insieme all’exploit crescente delle collaborazioni artistiche in ogni genere musicale (pop, urban, trap, elettronica), sia negli album sia per episodi sporadici come i singoli, si afferma sempre di più l’importanza della figura dei produttori, registi dietro le quinte capaci di plasmare suoni che diventano trend e melodie riconoscibili. Un fenomeno già in essere nel rap e nella trap, con figure ormai celebri come Charlie Charles, Sick Luke, The Night Skinny, Crookers (che negli ultimi anni hanno lavorato ai successi di Ghali, Sferaebbasta e Massimo Pericolo, tra gli altri) a cui si affiancano altri nomi più di orientamento pop, che nel 2021 hanno visto protagonisti Dardust (con ben cinque brani arrangiati in gara a Sanremo), MACE (autore anche di OBE, album solista di successo pubblicato nel 2021) e Niccolò Contessa (voce e mente de I Cani, passato oggi dietro il mixer). Con una produzione e un relativo mercato discografico che negli ultimi anni ha teso sempre di più a bastare a se stesso, seguendo trend e linguaggi poco internazionali (e quindi poco esportabili) ma di grande impatto sul pubblico italiano, non stupisce che i consumi indichino, anche per tutto il 2020, il dominio della musica italiana su quella internazionale. Caratteristica che spiega anche perché un fenomeno sempre più esteso nella musica a livello globale come quello della contaminazione tra suoni e culture dal mondo – siano esse afro, mediterranee, orientali o sudamericane – con quelle occidentali, si manifesti solo in maniera timida nella produzione italiana rispetto a quella estera. Non molti gli esempi di influenze esotiche e mediorientali nell’ambito della musica pop (tra questi certamente Ghali e Joan Thiele), più numerosi invece gli incroci e le sperimentazioni in tal senso in ambito elettronico, con le recenti uscite targate Clap! Clap!, Populous e Khalab tra gli altri a indicare una possibile strada futura per il rinnovamento e la rivitalizzazione anche della musica pop italiana.

Nell’anno horribilis per la musica dal vivo, la musica digitale e le piattaforme di streaming hanno contribuito a tenere a galla il mercato, ma hanno anche cominciato a vedere l’opinione pubblica – almeno quella più specializzata – mettere in discussione in tutto mondo il metodo di ripartizione degli utili.

Un metodo che avvantaggerebbe i big e la piattaforma stessa, penalizzando gli indipendenti e i meno conosciuti, e quindi non garantendo equità nei confronti di tutti gli artisti coinvolti. In particolar modo è il colosso Spotify a essere il più criticato, con una campagna di mobilitazione che a marzo 2021 ha coinvolto oltre 30 cittadine in tutto il mondo[5]. Anche in tal senso, uno dei fenomeni più importanti e positivi che ha segnato il 2020 sul fronte della distribuzione musicale in tutto il mondo è stata la crescita di Bandcamp e l’iniziativa Bandcamp Friday. Piattaforma americana di streaming che garantisce maggiore equità, prescindendo da una ripartizione degli utili a partire da un numero minimo di ascolti, e che offre al fruitore una serie di informazioni e note non presenti sulle altre piattaforme, Bandcamp è un servizio sempre più scelto dagli artisti indipendenti – che qui possono vendere la propria musica in formato digitale e fisico, con una commissione da parte della piattaforma rispettivamente del 15% e del 10%, ricevendo l’incasso in sole 48 ore – e che a fine 2020 ha registrato un aumento del 122% degli utili[6]. A contribuire a questa crescita è stata anche l’iniziativa Bandcamp Friday, lanciata a marzo 2020 (e ancora in atto) per sostenere gli artisti immediatamente dopo lo scoppio della pandemia: da allora e ogni primo venerdì del mese, Bandcamp rinuncia alle proprie commissioni degli acquisti realizzati devolvendo l’intero incasso ai rispettivi artisti. Un fenomeno che ha ricevuto ampio riscontro anche in Italia e che solo nel corso dei primi due Bandcamp Friday (20 marzo e 1° maggio 2020) ha incassato in tutto il mondo rispettivamente 4,3 milioni di dollari e 7,1 milioni di dollari interamente a favore degli artisti[7].

Tra le novità per la distribuzione di contenuti artistici (non solo musicali) legate all’accelerazione del digitale, ma non ancora diffusissimi in Italia, si segnalano anche la piattaforma americana Patreon (che aiuta content creator, influencer e micro influencer a guadagnare grazie al supporto spontaneo della propria fanbase) e i Non fungible token (NFT), una sorta di “certificato di autenticità e proprietà” associato e intrinseco a una determinata opera d’arte di natura digitale. Entrambi fenomeni connessi al sempre più cruciale senso di community e fidelizzazione che lega artisti e fanbase – in Italia i primi a muoversi nell’area degli NFT sono gli artisti di BHMG, etichetta milanese fondata da Sfera Ebbasta, Shablo e Charlie Charles, insieme a Gué Pequeno.

Alla luce della quasi totale assenza dei live se non, in numero esiguo e a capienza molto ridotta realizzati tra giugno e ottobre 2020, un capitolo particolare è quello legato alla fruizione. Il live streaming di concerti attraverso piattaforme video come Facebook, YouTube e in particolare Twitch si è dimostrato un sostituto gradito al pubblico ma in via temporanea: difficilmente gli utenti sono disposti a pagare un biglietto per un concerto a distanza, soprattutto se semplicemente trasportato dalla dimensione in presenza a quella video (diversamente rispetto a quanto accade negli Stati Uniti, dove piattaforme come No Cap vengono ampiamente usate per assistere a grandi concerti pop e rock). Più apprezzati i concerti pensati ad hoc per lo streaming: dopo quello di Venerus al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano a fine maggio 2020, anche festival come il torinese Club To Club e il ravennate Trasmissions hanno proposto un’edizione appositamente ripensata per l’online e Andrea Laszlo De Simone ha proposto un film/concerto in collaborazione con il festival milanese Mi Ami. In tal senso, quello che le piattaforme video e, in particolare, social network come Twitch e Instagram sembrano aggiungere come contributo specifico e con margini crescenti per il futuro è, sempre di più, la possibilità di rafforzare la propria community attraverso dirette (Instagram) o eventi particolari in cui è possibile fare anche una donazione e monetizzare gli eventi online (Twitch).

 

Mi manchi come un concerto, scritta dello street artist Gabriele Milani, credits to Francesco Luongo

Sempre in relazione agli eventi, nella seconda parte del 2020 una buona fetta di quelle che è possibile individuare come “buone pratiche” sono state orientate al confronto sul tema della crisi, alla messa in discussione dei modelli in atto, al tentativo di compensare l’assenza di eventi con eventi online che ragionassero su un’uscita dalla crisi del settore o comunque sull’individuazione di nuove soluzioni (temporanee ma soprattutto a medio-lungo termine) e criticità. Molte riflessioni sono state fatte nell’ambito di festival come Ferrara Sotto le Stelle con Step Up (prima parte con live; seconda con workshop su come organizzare un festival), nei numerosi appuntamenti a cura del già citato Music Innovation Hub e del suo festival/conferenza Linecheck e, infine, con il progetto A Place To Be (iniziativa a cura di Italian Music Festival insieme al Ministero degli Esteri, per valorizzazione festival e territori italiani).

Se molti festival collocati all’inizio dell’estate scorsa hanno dovuto reinventarsi o rimandare l’edizione (gli eventi di maggiori dimensioni al 2022), ci sono stati altri appuntamenti che hanno provato a mettersi in gioco confrontandosi con le restrizioni in atto: tra questi il sopra citato festival milanese Mi Ami, realizzato in forma di rassegna all’Idroscalo, JazzMi sempre come festival cittadino diffuso in vari luoghi della città meneghina ma in versione ridotta, il festival piemontese di musica elettronica e arti digitali Nextones con un’edizione in forma di residenza per artisti e il romano Spring Attitude Waves realizzato negli spazi aperti e suggestivi del Teatro India a Roma. In alcuni casi, partendo da piccoli eventi in cui il distanziamento è possibile, in altri grazie al supporto di fondi pubblici: una menzione speciale va alle regioni Emilia Romagna (unica con la città di Bologna ad avere un bando pubblico interamente dedicato alla musica) e Puglia (con il programma Puglia Sounds, grazie al quale si è potuto svolgere anche il festival VIVA!), in assoluto i territori più attivi in termini di sovvenzioni pubbliche nel sostenere (e quindi intendere) la musica e considerarla comparto economico che crea occupazione, turismo e ricchezza per il territorio. Tra gli esperimenti più interessanti sul fronte della musica dal vivo, il più originale è stato il progetto IONOI, curato tra marzo e aprile del 2021 dai Ninos du Brasil: una sorta di “tour domestico”, composto da venti performance in altrettante case private, una in ogni regione d’Italia, a cui farà seguito un documentario sulla pandemia – e i suoi effetti sulla musica dal vivo – in Italia. Se, con alcune restrizioni, nell’estate di quest’anno sarà possibile assistere a concerti e festival (capienza massima per gli spettacoli all’aperto di 1000 persone), per i grandi eventi in Italia il ritorno è previsto per il 2022. Intanto a giugno sono andati in scena due esperimenti, uno a Gallipoli e un altro a Milano, sul modello di quelli svolti a Barcellona e Liverpool nei primi mesi del 2021, per testare la possibilità di un ritorno ai grandi eventi previo tracciamento (tramite acquisto dei biglietti online), tampone negativo massimo 48 ore prima o green pass.

Nonostante il forte impatto economico su tutta la filiera dopo un anno di stop degli eventi, quello musicale resta uno degli ambiti della produzione creativa con maggiori potenzialità (anche inespresse) e margini di trasformazioni virtuose. Dal punto di vista della musica live, la valorizzazione dei piccoli-medi eventi e una concezione dei festival più flessibile e integrata con il turismo, anche come terreno per sperimentare nuovi format (incluse le residenze, come da tempo avviene nell’arte e nelle performing arts) appaiono come una strada praticabile, capace di associare un discorso di puro intrattenimento a un altro, più composito e sulla lunga distanza, di sviluppo socio-culturale (oltre che economico). Per quanto concerne la produzione,

le etichette sembrano resistere non solo attraverso il volano della musica digitale, ma anche perseguendo forme di comunicazione alternative e originali legate a showcase o presentazioni degli album, attraverso nuove tecnologie e linguaggi meno formali ma anche, nel caso dei big, attraverso partnership con i brand,  marchi perlopiù legati a lifestyle, moda, sostenibilità e beverage che negli ultimi anni hanno investito sempre di più nella musica per raggiungere il proprio target.

Un aspetto chiave è il rafforzamento della propria community – anche per le etichette, come da molti anni avviene ormai per i festival: “compro un biglietto o ascolto un artista a prescindere, perché mi fido”. In linea con questo atteggiamento sempre più diffuso, si va maturando un uso sempre più intenso ma anche consapevole e autentico dei social network, utilizzati più come piattaforme di scambio di idee e fidelizzazione che non come spazio virtuale dove fare i live. Infine, in maniera sempre più significativa, e anche tra i più giovani, il tema dell’inclusione e dei diritti delle “minoranze” (dagli artisti stranieri di seconda generazione, fino alla comunità lgbt e la presenza femminile nel settore) diventa un argomento a cui il pubblico presta una crescente attenzione. In tal senso, merita una menzione il lavoro della community Shesaid.so, rete internazionale di professioniste della musica con un network importante anche in Italia, che dal 2018 realizza progetti di formazione e divulgazione per valorizzare, sostenere e incentivare la presenza femminile in tutta la filiera musicale e che nel 2020 ha lanciato il programma di “mentoring” she.grows rivolto alle giovani leve. Un discorso necessario su cui investire per il futuro, portato avanti anche dal MEI con l’iniziativa SpazioArtiste – Diritti e Opportunità, attraverso una rubrica con dirette online dedicate al mondo dello spettacolo e della cultura al femminile diretta da Claudia Barcellona.

[1] Fonte dati: SIAE 2020, https://www.siae.it/it/iniziative-e-news/osservatorio-dello-spettacolo-siae-ecco-cosa-ha-perso-il-paese-causa-della

[2] Fonte dati: Assomusica http://www.adcgroup.it/e20-express/news/industry/industry/assomusica-la-ripartenza-dopo-la-pandemia-passa-per-il-recovery-found-ma-non-solo-servono-ristori-rilanci-e-investimenti-anche-a-lungo-termine.html

[3] Fonte dati: MIH https://www.musicinnovationhub.org/progetti/covid-19-sosteniamo-la-musica/

[4] Fonte dati: FIMI https://www.fimi.it/news/mercato-discografico-mondiale-cresce-del-7-4-nel-2020-grazie-alla-spinta-dei-consumi-online.kl

[5] Pitchfork 15/2/2021 https://pitchfork.com/news/musicians-organize-global-protests-at-spotify-offices/

[6] Musically 20/09/2020 https://www.rockit.it/articolo/bandcamp-rompe-monopolio-streaming

[7] Daily Bandcamp 03/07/2020 https://daily.bandcamp.com/features/bandcamp-covid-19-fundr

 

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