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La musica in Italia: quali opportunità per riprendersi dalla crisi?

Dalla seconda metà del decennio appena trascorso, in Italia (e nel mondo) il volume di affari della musica è cresciuto in ogni ambito. Fino all’imponderabile scossone dovuto alla diffusione del coronavirus, il cui impatto sul settore non è ancora del tutto preventivabile. Dopo lo shock iniziale, sono arrivate alcune good practice e le prime iniziative istituzionali, oltre alle proposte e richieste degli addetti ai lavori.

05 Giu 2020 - Redazione

Realizzato in collaborazione con Paolo Madeddu, giornalista.
Questo contributo fa parte della rubrica #iosonocultura,  parte del Decimo rapporto IO SONO CULTURA realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Regione Marche in collaborazione con l’Istituto per il Credito Sportivo.

 

Zucchero in una piazza San Marco deserta

Nel decennio dal 2010 al 2019 l’industria discografica italiana, come quella di tutto il mondo, si è ripresa dopo la grande crisi di inizio secolo.

Era stato un tracollo rapido e drammatico, causato dall’innovazione tecnologica, che nel giro di qualche anno ha però trovato delle soluzioni basate proprio sull’innovazione tecnologica. Hanno pagato dazio alcune grandi e piccole case discografiche e tantissimi negozi di dischi. Ma il comparto ha recuperato consistenza in primo luogo grazie allo streaming audio e video, reso possibile dalla grandissima diffusione degli smartphone. E in secondo luogo, grazie a un’industria del live sempre più raffinata, dallo spettacolo alla prenotazione online. In Italia poi era stata sfruttata con profitto la voglia dei fan di incontrare da vicino i cantanti negli instore tour, facendo foto con loro (dopo aver comprato il cd). E non va trascurata la capacità di molti artisti di essere anche “influencer”, diventando testimonial di produzioni mirate, o direttamente citando i brand in canzoni o video – generando in particolare una corsa al singolo estivo che non ha precedenti neppure negli anni 60, e inducendo diversi artisti a farsi vivi praticamente solo per l’estate, periodo in cui gli italiani, apparentemente, ascoltano più hit su YouTube. Piattaforma, quest’ultima, sfidata dal gigante cinese TikTok, alla cui diffusione tra i giovanissimi si deve la viralità della seconda canzone più ascoltata nel pianeta nel 2019 (Old town road, del 19enne Lil Nas X) e del primo, inaspettato n.1 in Italia di una rapper donna  (Bando, della 16enne Anna Pepe). Oggi ci si chiede quanti di questi cambiamenti resisteranno a una nuova crisi, di origine naturale e non tecnologica.

Forse la risposta sta nuovamente nella capacità di trovare le giuste innovazioni.

Del resto si può osservare anche a livello di generi musicali quello che è successo nei due stili più apprezzati nella penisola, ovvero pop e rap rigorosamente italiani (la musica internazionale, coerentemente con una certa attitudine autarchica di gran parte del Paese, è quasi sparita dalle classifiche). Quando a metà decennio questi generi hanno iniziato a dare visibili segni di stanchezza e ripetitività, al loro interno sono nate due correnti dalla blanda vocazione iconoclasta, ma di notevole fortuna commerciale: indie-pop e trap. Queste hanno partorito alcuni degli artisti più venduti del decennio. Per l’indie-pop Ultimo, re incontrastato del 2019, legato all’etichetta romana Honiro, ma anche TheGiornalisti, lanciati dalla milanese Carosello come anche Coez e Diodato. Per la trap, Sfera Ebbasta, con l’album-miracolo del 2018 Rockstar, Ghali e ThaSupreme. Accanto al declino della dance (e delle discoteche), il rock intanto ha resistito praticamente solo nel comparto live, dove i monumenti continuano a dettare legge, dai Rolling Stones a Vasco Rossi; tuttavia il decennio ha evidenziato la voglia di conoscere storie che riguardino i rocker più leggendari, in particolare nei film: su tutti, Bohemian Rhapsody sui Queen, Rocket Man su Elton John, Yesterday sui Beatles. Molto importante, a proposito di cinema, il successo di film musicali come La La Land e The greatest showman, o film di animazione ad ampia vocazione musicale come Frozen o Sing, ma anche la proiezione di film-concerto nei cinema, o i live broadcast di eventi di particolare attrattiva (opzione scoperta anche da diversi teatri lirici di fama mondiale).

Sempre sullo specifico italiano, una voce che ha conosciuto un mesto declino è quella delle esportazioni, forse in sintonia con una discutibile tendenza all’isolamento dall’Europa e dal mondo: gli unici stranieri nella top 10 degli album più venduti del 2019 sono i vecchi Queen, mentre nella top 10 dei singoli più ascoltati non ci sono americani né inglesi, bensì due portoricani, grazie alla irriducibile voglia di reggaeton degli italiani. Intanto le tre major rimaste guardano sempre più lontano, a territori con grande fame di musica – e di streaming – come Asia e Sud America. Anche se Mahmood è riuscito grazie all’Eurofestival a far conoscere all’estero la sua Soldi (150 milioni di ascolti su Spotify, molti dei quali da nazioni europee; il secondo italiano è Salmo con 100 milioni per Il cielo nella stanza), i sudcoreani BTS diventano star ovunque (non qui), la musica latina ha nella Colombia il suo Eldorado e l’India, coi suoi innumerevoli abitanti e utenti di YouTube, è oggetto delle attenzioni della discografia mondiale.

Ma il maggiore rimpianto per gli effetti del coronavirus sarà certamente quello per il comparto del live.

Il 2019 era stata un’altra grande annata per i concerti, con i biglietti vicini al tetto degli 11 milioni (+2,88% sul 2018) e spesa al botteghino superiore ai 372 milioni di euro (+1,87%)[1] malgrado il minor numero di concerti. Da segnalare tra l’altro i buoni esiti del tour di Jovanotti nelle spiagge, 565.986 ingressi totali in 17 eventi, un esperimento forse non trionfale ma abbastanza riuscito da generare, potenzialmente, forme di imitazione tali da diversificare le location degli spettacoli.

Tra i dati di cui tener conto ci sono quelli dell’indotto portato dai concerti e soprattutto dai festival. Firenze Rocks 2019 ha portato sul territorio 36,5 milioni di euro; 15.500 spettatori già che c’erano hanno visitato almeno un museo o altro luogo di cultura[2]. Le ultime edizioni di Movement Torino Music Festival e Kappa FuturFestival hanno generato complessivamente una ricaduta economica sul territorio di 32 milioni di euro. L’Arena di Verona Opera Festival si è chiuso con un ulteriore incremento di incassi e di pubblico (+8,56% delle presenze sul 2018), il miglior risultato degli ultimi sei anni, con un indotto di 500 milioni di euro[3]. Cifre che politici e opinione pubblica tendono a trascurare.

Col decreto del 4 marzo 2020, il Governo ha sospeso le manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura.

In seguito sono state chiuse, prima a livello locale, poi a livello nazionale tutte le attività commerciali, inclusi ovviamente gli esercizi attivi nel commercio di musica registrata. Il provvedimento italiano avveniva in un momento in cui la situazione stava precipitando rapidamente, anche se in alcuni comparti la virulenza del Covid 19 non era ancora ben chiara: nella serie A calcistica, per fare un esempio, il 29 febbraio e il 1 marzo erano state disputate alcune gare negli stadi aperti. L’Italia a quel punto era, per forza di cose, il primo Paese occidentale a decidere il cosiddetto lockdown, e in quel momento non poteva confrontarsi con altri Stati in tema di contromisure. Peraltro, la spiccata inclinazione di Paesi-guida come USA e Regno Unito a ignorare ostentatamente l’Italia, soprattutto nel campo dello spettacolo, faceva sì che gli altri non si confrontassero con noi: il 16 marzo una testata come Rolling Stone USA riportava senza esitazioni che un’analisi del gruppo Raine prevedeva un’impennata del 32% nei profitti degli artisti indie e un giro d’affari superiore ai 2 miliardi di dollari per le etichette indipendenti.

Anche a causa di queste premesse, dopo il decreto c’è stato un primo periodo di improvvisazione, lasciato a iniziative meritorie da parte di operatori, associazioni, media, artisti: per esempio, ciò che le varie società di collecting hanno stanziato e deciso di anticipare e mettere a disposizione degli aventi diritto. Moltissimi artisti hanno fornito momenti di intrattenimento da casa propria, in compenso pochi hanno pubblicato canzoni sulla stringentissima attualità.

Per vari motivi – incluse sorpresa e urgenza, naturalmente – non è nato rapidamente un progetto più ampio per il settore della musica, malgrado l’alto numero di persone che lavorano direttamente nel settore (calcolate in 169mila)[4] e quelle che lavorano con l’indotto (si pensi solo ad alberghi e ristoranti che beneficiano dei concerti). A questo si aggiunge il fatto che la particolare connotazione del comparto musicale, a cavallo tra cultura e industria e con un alto fattore di rischio d’impresa, ha sempre spinto le istituzioni italiane a un approccio molto soft.

 

Rolling Stones One World_Together at Home

L’effetto della chiusura si è allargato a cerchi concentrici giorno dopo giorno partendo dai mancati ricavi per artisti, musicisti e manager, i locali chiusi con personale senza lavoro, promoter fermi, società di ticketing in stand-by, crollo della raccolta dei diritti primari e connessi, causata dall’interruzione della diffusione di musica in centri commerciali, bar, palestre, discoteche, calo di prenotazioni pubblicitarie sui media digitali (oltre il 50%). Anche provvedimenti in altri campi hanno avuto conseguenze: per esempio il blocco dei trasporti. In Italia il 76% di chi ascolta musica lo fa in auto, e il 43% nel tragitto casa-lavoro[5]; questo ha avuto le sue ripercussioni sugli ascolti in streaming. Quando, dopo la chiusura di negozi e megastore, anche Amazon ha dovuto dare precedenza alla vendita di generi di prima necessità limitando la vendita online di CD e vinili, il “fisico” è del tutto crollato.

Nel momento in cui, finalmente, gli analisti più attenti hanno iniziato a guardare all’Italia per capire cosa li aspettava, testate specializzate come AlphaData o Music Business WorldWide hanno iniziato a tenere sotto osservazione la risposta italiana al lockdown, usandola come case study per altri mercati. Riscontrando lo stesso sensibile calo negli ascolti di Spotify (dell’11% nell’ultima settimana di marzo) dovuto al quasi totale stop nelle nuove uscite – a questo punto anche sul piano internazionale. E a quel punto, le grandi società che si occupano di musica dal vivo sono state le prime a capire cosa stava per accadere. Nel giro di pochi giorni, oltre ai tour di artisti grandi e piccoli, sono saltati eventi di impatto economico enorme, come Coachella e South by Southwest negli USA, il Festival di Glastonbury nel Regno Unito, Tomorrowland in Francia.

Tra gli artisti non c’è stata invece una linea univoca.

Gli americani Pearl Jam e, in Italia, Francesca Michielin hanno deciso di rischiare pubblicando l’album a marzo, e col senno di poi potrebbero averne pagate le conseguenze; viceversa il canadese The Weeknd è stato premiato con un successo mondiale (n.1 persino in Italia). Allo stesso modo la cantautrice britannica Dua Lipa ha addirittura anticipato l’uscita (anche se c’è di mezzo anche un leak) e le vendite non ne hanno sofferto. L’italiano Ghemon, come del resto Lady Gaga, Sam Smith e Foo Fighters, ha optato per rimandare di un mese, mentre Tommaso Paradiso, che aveva annunciato l’uscita di un album, ha preferito ridurre il rischio pubblicando un singolo.

Tuttavia quello degli album e della relativa promozione è un problema secondario rispetto a quello dei tour.

Secondo una prima stima di Assomusica, solo alla fine della stagione estiva del 2020 il settore subirebbe perdite per 350 milioni di euro. Ai quali aggiungere quelle legate all’indotto, stimate in circa 600 milioni di euro.

Secondo Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano – una delle città più colpite e, nel contempo, epicentro della musica in Italia – gli ingressi ai concerti saranno contingentati e scaglionati negli orari. E quasi tutti gli eventi live previsti slitteranno al 2021. Secondo Rolling Stone Italia, «La maggior parte degli addetti pensa che assisteremo a una nuova ondata di cancellazioni e rinvii: le date estive e autunnali sono ancora formalmente in piedi». Claudio Trotta di Barley Arts, società che organizza eventi, afferma: «Chiedere tempi certi al governo che non può darli è inutile. Serve piuttosto un grande pensatoio che generi riconversione per i prossimi 12 mesi per le persone che lavorano nel mondo dello spettacolo e che altrimenti non vedranno un euro. Con l’impoverimento delle famiglie e il calo del Pil che ci aspetta, si dovrà operare una riduzione drastica dei prezzi dei biglietti, dei cachet degli artisti, delle dimensioni delle produzioni. Bisognerà rinegoziare tutto».

Ai danni del settore live possiamo aggiungere quelli relativi al mancato versamento dei diritti d’autore e connessi per la mancata attività dal vivo e la chiusura di esercizi commerciali, discoteche, palestre e altri luoghi di aggregazione. SIAE stima un ammanco di circa 200 milioni di euro per il 2020 per autori ed editori musicali, cifra destinata a crescere esponenzialmente in base alla durata dell’emergenza e in base alle tempistiche di riapertura delle diverse attività.

Le vendite di prodotto fisico (CD e vinili) sono crollate di oltre il 70% tra marzo ed aprile[6] mentre la “locomotiva” dello streaming, con la contrazione di novità in uscita e la chiusura delle sale di registrazione, non ha compensato il declino generale e ha subito un calo di ascolti.

Per la musica registrata si prevede un contraccolpo da oltre 100 milioni di mancati ricavi solo nel 2020.

Quanto al lavoro, non è facile stimare le conseguenze sul fermo di centinaia di migliaia di musicisti e tecnici inattivi, con prospettive potenzialmente tragiche dal punto di vista economico.

Potremmo continuare ad affastellare dati disastrosi sulla voragine economica che si sta aprendo e sui problemi drammatici che incontreranno centinaia di migliaia di persone. Ma forse abbiamo reso l’idea. In caso contrario, senza dubbio chi scrive ha qualche limite. Ma in minima parte, anche chi legge. Perché alcune interviste pubblicate da Il Fatto Quotidiano ai manager di diversi artisti importanti e di ambito diverso (Tiziano Ferro, Zucchero, Fabri Fibra, Alessandra Amoroso, Il Volo), malgrado le esplicite preoccupazioni per i lavoratori del settore, ha ottenuto una notevole quantità di commenti ferocemente negativi da parte dei lettori, con il vibrante auspicio che i “giullari miliardari” venissero lasciati nel loro brodo, e liquidando i lavoratori con sentenze spicciole (“Se sono bravi, il lavoro lo troveranno sempre”). Naturalmente, ognuno ha diritto alle proprie opinioni, ma forse bisognerebbe iniziare a lavorare per far sì che gli italiani non considerino irrilevanti cultura e spettacolo, magari facendo presente che l’arte, per esempio, è un’attrattiva turistica del Paese quanto la gastronomia.

Per quanto riguarda gli artisti, si sono viste idee di ogni tipo, dalle esibizioni da casa (e dal balcone, come Fedez) a quelle in luoghi speciali: su tutte, una surreale piazza Duomo vuota per Andrea Bocelli, a Milano. Ma forse, al di là dei complimenti a chi ha portato tanta gente a donare danari, oppure ha intrattenuto migliaia di fan sui propri social, è il caso di segnarsi l’esperimento di Erykah Badu, che il 23 marzo ha fatto pagare a circa diecimila persone un dollaro per un concerto dalla sua camera da letto, a Dallas, offrendo in parallelo la sua nuova linea di merchandising (riuscendo nell’impresa di vendere un centinaio di raffinati humidor griffati per fumatori a 1000 dollari l’uno). Dal secondo concerto, ha alzato il prezzo a 2 dollari, e poi a 3 (come ha ricordato a Forbes la cantante medesima, i biglietti per vederla in concerto solitamente costano da 50 a 400 dollari). Importante: insoddisfatta dalle opzioni offerte dai social più diffusi e dalla percentuale loro dovuta per il servizio, la Badu ha creato una sua piattaforma in modo da poter offrire una qualità audio/video più alta e show interattivi in cui accetta richieste dagli spettatori. Nessun intermediario tra lei e il pubblico (“Non c’è niente tra me e il vostro dollaro”, l’ineffabile commento della 49enne vincitrice di quattro Grammy Award). In Italia BuzzMyVideos, la start-up fondata da Paola Marinone, si è proposta per iniziative in questo senso, e sta studiando supporti ad hoc per il marketing digitale di artisti di piccole e medie etichette.

Interessanti riscontri anche per il Club Quarantine, serie di disco-party organizzati sulla piattaforma Twitch (di Amazon) o su Zoom, che con DJ come lo statunitense Diplo e il canadese A-Trak ha raccolto 180.000 dollari per l’AFEM, associazione per la musica elettronica. In una di queste occasioni gli organizzatori hanno persino ricreato un’aura da discoteca di grido, con biglietti a 10 dollari oppure a 80 per una stanza privata nella quale chattare con DJ famosi e modelle, collegati ovviamente da casa.

Il 4 aprile durante un evento su Instagram seguito da 350.000 persone, l’americano LIl Jon ha proposto un pezzo nuovo, SexBeat, scritto con le due “vecchie glorie” Ludacris e Usher. Nel giro di 24 ore la RCA ha proposto ai tre artisti un contratto – cinque giorni dopo il brano era già su Spotify. Dove, in tre settimane, ha superato i due milioni di ascolti. «Bisogna agire velocemente, andare dove c’è attenzione, e sfruttarla subito. Sedersi e aspettare non è un modello di business sensato», ha spiegato Tunji Balogun della RCA. «Lo streaming dal vivo, su Instagram e Twitch, è ora il posto dove gli artisti più interessanti si stanno esibendo. Twitch in particolare è una piattaforma che si presta a monetizzare, perché la gente invia soldi direttamente, e non necessariamente se i protagonisti suonano o cantano: magari fanno videogiochi coi fan, o parlano con loro. E credo che il mondo del livestream non sarebbe diventato una legittima forma di intrattenimento se non fosse stato per il lockdown». E forse, se non fosse stato per il successo di Twitch della rivale Amazon, Facebook non sarebbe corsa a mettere in piedi Stars, il proprio meccanismo di remunerazione per chi fa dirette: forse domani sarà un importante strumento di sostentamento – e autonomia – per i musicisti.

Una mossa che ha fatto sensazione è stata quella del rapper americano Travis Scott, che il 23 aprile ha dato un concerto di 9 minuti all’interno del videogioco online Fortnite. Collegato da casa sua, impersonato nel gioco da un alter ego stilizzato, ha presentato il suo nuovo singolo a 12 milioni di spettatori (più altri 35 milioni di utenti unici per le tre successive repliche). Dal giorno dopo, tutti i brani del suo catalogo (escluso quindi il nuovo singolo) hanno avuto un’impennata nello streaming del 25%. Anche in Italia, il suo album precedente è balzato al n.3. Tenendo conto che l’utilizzo di videogiochi è cresciuto in aprile del 35%[7], si può concludere che Scott ha avuto un’idea molto semplice: è andato dove c’era la gente, un po’ come Elvis Presley che nel 1956, pur già in ascesa, alternava i grandi show televisivi alle fiere agricole degli USA. Il passo successivo per gli artisti potrebbe essere quello di sbarcare su Netflix, AppleTv o Amazon Video, visto che ad aprile la visione di film e show in streaming è salita del 57%. Oppure, migliorare la qualità anche sonora della propria presenza sui social: Instagram e Facebook hanno dimostrato una certa disponibilità in merito. Come si vede, ancora una volta la tecnologia può fornire le opportunità per riprendersi dalla crisi.

 

Travis Scott virtuale si esibisce per 12 milioni di spettatori nel videogioco Fortnite

Un’idea meno virtuale è invece quella di un gruppo di addetti ai lavori, legati a diverse società specializzate in produzione di eventi (Utopia, Zoo, Italstage e 3D Unfold) che hanno realizzato il progetto Live Drive In: la realizzazione di drive-in con megaschermi e palcoscenici, dotati di generatori a energia rinnovabile, bagni auto-igienizzanti e uso di materiali ecosostenibili, allo scopo di assistere agli spettacoli dalla propria auto, in spazi abbastanza larghi o mini-tribune separate. Tra le città che finora hanno dato un assenso iniziale ci sono Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Bari, Bologna, Palermo, Firenze, Cagliari, Reggio Calabria, Verona, Catania, Reggio Calabria.

Non mancano iniziative di puro sostegno economico da parte dei maggiori player.

La SIAE ha stanziato 1 milione di euro destinati alla promozione delle attività culturali per la campagna #iorestoacasa – promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo (MiBACT) e sostenuta dal Governo. I fondi sono destinati ad un’iniziativa che permetterà ai giovani dai 18 ai 30 anni di fruire gratuitamente di diverse piattaforme streaming, video e musicali. SIAE ha inoltre fatto sapere che metterà a disposizione kit audio e video, affiancati dai relativi webinar per lo storytelling. NuovoImaie, che gestisce i diritti connessi di interpreti ed esecutori, ha stanziato un fondo straordinario di 5 milioni di euro: il primo di una serie di interventi, forse il più importante, ma non l’unico di quest’anno, a detta del presidente Andrea Micciché. Per fare un confronto, in Germania la principale società consimile, la potente Pro Gema, ha creato un fondo di emergenza di 40 milioni di euro per i suoi autori; la britannica PRS For Music ha reso disponibili subito 1200 euro per i suoi associati.

Tutte le major e i più grandi operatori a livello internazionale hanno messo in campo iniziative e cifre (non stupisce del tutto che la app cinese TikTok sia arrivata a 345 milioni di dollari complessivi). L’elenco e le modalità con cui Warner, Sony e Universal, Spotify e AppleMusic, Steinway e Gibson, e tante altre importanti realtà della musica mondiale hanno cercato di dare una mano ai professionisti in difficoltà viene continuamente aggiornato dal sito di Billboard USA. In Italia, è importante citare la principale etichetta indipendente, la storica Carosello, che ha garantito agli artisti sotto contratto il regolare pagamento di rendiconti, anticipi e fatture, e supporti ulteriori per finanziare la realizzazione di studi di registrazione casalinghi o qualsiasi cosa possa essere necessaria al regolare svolgimento della loro produzione artistica.

Per quanto riguarda le iniziative istituzionali il Governo ha adottato diverse misure con il decreto Cura Italia.

Tali misure sono state giudicate solo parzialmente utili per imprese del settore musicale e per i lavoratori del settore. Al centro dell’attenzione l’articolo 89 che istituisce, nello stato di previsione del MiBACT, due Fondi volti al sostegno dei settori dello spettacolo, del cinema e dell’audiovisivo, con uno stanziamento complessivo di 130 milioni di euro per il 2020. Nello specifico, un Fondo è di parte corrente e ha una dotazione di 80 milioni di euro; l’altro è di parte capitale e ha una dotazione di 50 milioni di euro. Le modalità di ripartizione e assegnazione delle risorse agli operatori dei settori, inclusi artisti, autori, interpreti ed esecutori, vanno definite con decreto del MiBACT, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge. Tale previsione, tuttavia, non include imprese musicali, produttori fonografici ed editori musicali. Emendamenti presentati da vari gruppi parlamentari in Senato per estendere tale stanziamento al settore musicale non sono stati accolti. E nemmeno i 600 euro per i lavoratori dello spettacolo coprono tutte le realtà di lavori a chiamata e a intermittenza.

L’articolo 88 del decreto Cura Italia, invece, ha cercato di risolvere il problema dei biglietti per i concerti, autorizzando i promoter a non restituire sotto forma di denaro la somma spesa per i biglietti di spettacoli cancellati causa Covid-19, ma prescrive un voucher di pari importo che gli acquirenti possono usare entro un anno dall’emissione per comprare biglietti di altri concerti, purché organizzati dal promoter dello show cancellato e non per qualunque altro concerto presente sulla piattaforma. Si badi: SIAE sostiene che il rimborso non possa mai essere monetario, DNA Concerti e Barley Arts osservano che il decreto non stabilisce alcuna obbligatorietà e si riservano risarcimenti liquidi. Altro termine cui fare attenzione: si sta parlando dei concerti cancellati, che finora sono molti meno di quelli rimandati. I biglietti per questi ultimi sono ancora validi e non sono previsti rimborsi, né voucher. L’unica possibilità, per chi non vuole aspettare la nuova data, sembrerebbe di cambiare il nominativo secondo le procedure ordinarie (in caso di biglietto nominale) e cercare di rivendere il tagliando sulle piattaforme di fansale come quelle che fanno capo a Ticketone e Vivaticket. In ballo ci sono tre milioni e mezzo di biglietti. Il voucher è stato adottato anche in altri Paesi europei (Germania, Belgio, Polonia e Spagna) per contenere le perdite del settore senza un aiuto economico diretto che graverebbe sulla fiscalità generale. La sua validità è di 12 mesi, ma visti i tempi per il ritorno alla normalità, sarebbe il caso di estenderla almeno a 18. Negli USA, Live Nation permette di farsi restituire la somma spesa in denaro o in alternativa accettare un voucher per un valore pari al 150% del biglietto acquistato. Ma il retroterra economico glielo consente.

Tra gli artisti una prima mobilitazione è venuta, significativamente, da musicisti poco visibili, quelli jazz, ampiamente rappresentativi di altri colleghi lontani dalla grande discografia: Paolo Fresu e altri colleghi hanno rivolto al Governo l’appello “Velesuoniamo”. Con esso si chiede al Governo di «ripartire dal vuoto di ora per ridisegnare i diritti e i doveri di una compagine professionale che opera con criteri e meccanismi diversi rispetto ad altre realtà del Paese, quelli che i francesi chiamano degli “intermittenti dello spettacolo” e che presso i nostri vicini d’Oltralpe gode di attenzione e di protezione da diversi decenni». Importante la richiesta di apertura di un tavolo interministeriale tra MiBACT, Inps e Ministero del Lavoro per la revisione della materia giuslavoristica/previdenziale riferita ai lavoratori appartenenti al settore dello spettacolo, col riconoscimento della figura di lavoratore con tutela previdenziale al pari dei lavoratori  dipendenti o a carattere discontinuo[8].

Molti negozi di dischi hanno aderito a un appello di Discoteca Laziale, storico punto vendita di Roma, per «adeguare l’aliquota Iva al 4% per i prodotti discografici, al pari dei prodotti editoriali: l’ingiusto trattamento che sinora abbiamo patito, stanti i nuovi eventi mondiali, non ha più ragione di esistere».

Un musicista di studio svedese, Per Lindvall, ha lanciato una campagna online sottoscritta da diverse entità impegnate nell’intermediazione del diritto d’autore e oltre diecimila artisti europei per convincere la Commissione Europea a istituire un fondo di solidarietà da destinare ai musicisti colpiti dall’emergenza sanitaria causata dall’epidemia. In Italia è stata sostenuta da Itsright, società di servizi per la raccolta dei diritti connessi nata nel 2010.

Come vicepresidente di PMI – Produttori Musicali Indipendenti, Dario Giovannini, direttore generale di Carosello fa presente che «l’industria musicale italiana non ha mai avuto facilitazioni dallo Stato italiano, ma la situazione che stiamo vivendo è del tutto inedita. Il rischio, quando si ripartirà, sarà quello di assistere a una partenza a due velocità, con da un lato le etichette indipendenti, che possono fare conto solo su capitali italiani, e dall’altro le major, che invece operano a livello internazionale. Ci vuole un massiccio impegno economico, che – magari – si concretizzi nell’erogazione di sussidi proporzionali ai fatturati relativi all’anno precedente».

Veniamo ora al documento più importante finora: quello del 20 aprile 2020, sottoscritto da AFI, Anem, Assomusica, FEM, FIMI e PMI, le principali associazioni che in Italia rappresentano la filiera imprenditoriale della musica, dal live, alle case discografiche agli editori musicali. Oltre a sottolineare l’importanza di una corretta approvazione della direttiva europea sul copyright, le associazioni hanno lanciato dieci proposte: l’aumento del fondo emergenze a 200 milioni di euro; un contributo a fondo perduto alle imprese musicali per i mesi del lockdown; sospensione di tasse e contributi per le industrie del settore musica per l’esercizio 2020, posticipando le contribuzioni con un meccanismo di rateizzazione pluriennale; voucher di 18 mesi per i concerti annullati; creazione di un bonus cultura per le famiglie; estensione del tax credit per le produzioni musicali; IVA al 4% per la musica e lo spettacolo; reddito di emergenza esteso a precari e contratti a chiamata del settore dello spettacolo; apertura di un tavolo di confronto con il Comitato tecnico-scientifico e la Task Force presieduta dal Dott. Colao con le associazioni di settore per fornire indicazioni sugli strumenti di controllo e prevenzione da adottare alla ripresa delle attività live, anche pensando alla formazione del personale di sicurezza e ai nuovi strumenti da adottare (per es. termoscanner)[9].

Il 13 maggio è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il Decreto Rilancio.

Tra i provvedimenti che interessano il comparto musicale, l’indennità di 600 euro per aprile e maggio[10], l’intervento a fondo perduto a favore delle piccole imprese fino a 5 milioni e la cancellazione dell’IRAP nei confronti delle imprese fino a 250 milioni di fatturato, col rinvio a settembre dei tributi. Per la musica dal vivo, estensione da 12 a 18 mesi dei voucher “di pari importo al titolo di acquisto”, che assolve gli organizzatori di eventi dal vivo sospesi a causa dell’emergenza sanitaria dagli “obblighi di rimborso”, e che “non richiede alcuna forma di accettazione da parte del destinatario”. Resta vietato l’assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico, pertanto a partire dal 15 giugno 2020 l’attività concertistica potrà ripartire solo adeguandosi alle linee guida incluse in un allegato del decreto: posti a sedere pre-assegnati e distanziati di un metro, distanza che verrà tenuta sia dagli spettatori che dagli artisti; 1000 spettatori al massimo per gli spettacoli all’aperto e 200 per quelli in luoghi chiusi, tutti con mascherina. Misurazione della temperatura corporea a tutti, e accesso vietato in caso questa superi i 37,5 °C; divieto del consumo e di vendita al dettaglio di cibo e bevande in occasione degli eventi e durante lo svolgimento degli spettacoli. «Per noi club è in arrivo un periodo molto duro: sarà un inverno lungo» (Lorenzo Citterio, titolare dell’Alcatraz di Milano, al quotidiano Il Post).

«Tra le dieci richieste del settore musicale, oggi possiamo dire che diverse misure sono state accolte”, ha commentato invece il presidente di FIMI Enzo Mazza, osservando che “dal fondo spettacolo è rimasta esclusa però l’industria discografica ed editoriale».

Concludiamo con l’interessante appello agli artisti di Giampiero Di Carlo, editore della principale testata online italiana, Rockol. Che chiede ai nostri musicisti di fare musica nuova, mettendo da parte, per il momento, le strategie di lungo periodo. «La musica vive di novità. Vive di notizie. Vive di presenza. Ma senza nuove uscite, perfino lo streaming – ora vituperato, ora invocato come ancora di salvezza – finirà per andare in sofferenza. Senza nuove uscite, le radio e i media non potranno dare una mano e le playlist incartapecoriranno. (…) Siccome la ripresa non potrà che essere graduale ed incerta (la fiducia nei consumi è crollata e risalirà a sprazzi a seconda dei comparti, e con lentezza), anche l’industria musicale farebbe bene ad attrezzarsi per segnare piccoli progressi incrementali, muovendo piccoli passi. E qui, senza piangersi addosso, sorridiamo amaro e riconosciamole un vantaggio: è abituata a fare da sola e a vedere il proprio ruolo culturale sminuito nei fatti rispetto ad altre forme d’arte».

 


[1] Fonte dati: SIAE.

[2] Fonte dati: Irped/Cst.

[3] Fonte dati: Il Sole 24 Ore.

[4] Fonte dati: Ernst & Young, Italia Creativa, 2017.

[5] Fonte dati: IFPI.

[6] Fonte dati: FIMI.

[7] Fonte dati: We are social/Hootsuite.

[8] Da cui il riconoscimento di: un’indennità forfettaria netta di 500 € mensili per 6 mesi per tutti i lavoratori dello spettacolo che, dal 23 febbraio, non hanno potuto svolgere la propria attività lavorativa; indennità di malattia; accesso agli ammortizzatori sociali garantito anche ai lavoratori autonomi in relazione alle giornate di lavoro svolte durante l’anno precedente; riduzione delle giornate lavorative ai fini previdenziali da 120 a 60; abolizione della gestione separata per i lavoratori dello spettacolo con versamento solo all’Inps ex Enpals.

[9] Link al documento integrale: http://www.pmiitalia.org/images/risorse/10_proposte_per_salvare_la_musica_in_Italia.pdf

[10] Per il lavoratori con sette giorni di contributi nel 2019.

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27 Lug 2020

Opinioni

Lo scorso gennaio l’ex europarlamentare Silvia Costa ha accettato l’incarico di Commissario straordinario per il recupero e la valorizzazione dell’ex Carcere borbonico dell’isola di S. Stefano. In pochi mesi sono stati fatti significativi passi avanti, nonostante la complessità dell’intervento, dovuta a noti vincoli architettonici, archeologici ed ambientali. L’ambizione è farne un progetto ecosostenibile, innovativo e ispirato all’economia circolare.

24 Lug 2020

Opinioni

Negli ultimi anni la Regione Marche ha avviato un processo di crescente consapevolezza riguardo l’importanza del digitale, grazie alla creazione della piattaforma di CulturaSmart e la dotazione di ‘punti di accesso digitale’ per la diffusione del Wi-Fi nel territorio. Premessa indispensabile per avviare percorsi di fruizione innovativi e sollecitare l’attenzione sul rapporto fra musei e i suoi pubblici.

22 Lug 2020

Opinioni

I cambiamenti innescati dal Covid prefigurano profonde mutazioni nei comportamenti di fruizione dei beni culturali, oltre che nella loro gestione e accessibilità. Revelia prova ad anticipare gli scenari futuri e individuare le strategie più efficaci per continuare ad operare nel settore quando, con molta probabilità, il campo da gioco si presenterà molto diverso da quello a cui siamo abituati.

21 Lug 2020