Opinioni

SALVA

Lo sport è un indispensabile museo del Paese

Dallo stadio della Juve a Maranello, prima puntata di un viaggio nei museo sportivi in occasione della Prima Giornata Nazionale dei Piccoli Musei. Per consolare Gino Bartali e omaggiare il non altrettanto noto Paolo Pasquini. Per camminare nella storia cestistica di Varese e Cantù e farsi sedurre dalla curiosità senza confini di Alessandro Del Piero

17 Giu 2017 Redazione

Il 18 giugno è la Prima giornata Nazionale dei Piccoli Musei, un suggerimento per visitare il sito dell’associazione che dimentica in fretta le dimensioni per scegliere la strada della qualità. Il cuore dei piccoli musei sono le persone dice uno slogan. I piccoli musei ti restano nel cuore aggiunge un altro. Sembra di parlare di sport …

La domanda diventa così: quale è la situazione dei musei dello sport italiano? In realtà la domanda è ancora più profonda: si crede, nel Paese, alla cultura sportiva, ovvero si è consapevoli che lo sport è parte integrante della cultura del Paese, del suo immaginario quotidiano, passato e futuro? La risposta non è così scontata come parrebbe se partiamo da un dettaglio. Le ultime città olimpiche firmano un contratto col Cio nel quale si impegnano a realizzare un museo dedicato ai Giochi. A Torino, ultima città italiana ad ospitare i Giochi, nel 2006, quel Museo non c’è più: era stato allestito nella pancia dello stadio appunto Olimpico, diventato nel frattempo con seconda denominazione Grande Torino, ma non c’è più dopo una lunga serie di malintesi e di cattivi risultati. Segnali dal Coni per rimediare a questa mancanza?

Un museo nello sport era nei piani di Petrucci, presidente Coni fino al 2012, e Malagò ha parzialmente rimediato con la walk of fame all’interno del Foro Italico che già di suo è un museo a cielo aperto. Se uno sta un po’ attento e guarda per terra invece che in alto, come capita a tutti noi telefonatori compulsivi, si accorge che ci sono 100 piastrelle a indicare un percorso storico che passa attraverso tutti i grandi dello sport italiano, non solo leggende delle loro discipline, ma appunto capitoli di storia, e dunque di cultura del Paese. Tra un po’, per un sogno svelato dal direttore marketing del Coni, Diego Nepi, potrà persino capitare di chiudere la camminata con una corsa vera e propria nello Stadio dei Marmi che potrebbe diventare il primo impianto sportivo del genere aperto 24 ore su 24 non per vanagloria ma perché in effetti di runner ce ne sono a tutte le ore. E questa interpretazione dello Stadio dei Marmi introduce anche una riflessione: un museo dello sport ha senso se interattivo, dunque se attualizzato, ricco di tutte le tecnologie, con filmati storici e magari videogame. Persino il Museo Egizio di Torino, che pure dovrebbe essere il più antico e statico, è ormai così.

E c’è tanto da lavorare prima di arrivare a questo standard già propri di tutti, dei tanti musei dello sport che ci sono in giro per il mondo. Materia per il nuovo presidente dell’Istituto di Credito Sportivo Andrea Abodi: non bastano i finanziamenti, serve pure una progettualitaà, una attenzione per le idee.

Una idea bellissima è ad esempio quella di Flavio Vanetti, giornalista del Corriere della Sera, di Varese, dunque cresciuto anche a pane e basket. Ispirato da un percorso dedicato ad Aix-en-Provence a Paul Cezanne, ha fatto realizzare nella sua città il Percorso Ignis, 12 tappe che in realtà partono da Comerio dove aveva la sede l’azienda sponsor della valanga gialloblu, la squadra che ha fatto innamorare in tanti del basket per i trionfi in Italia e i duelli con Milano. Che lo sport abbia un suo genius loci lo dimostra, poco, lontano, la Piazza delle Stelle, una piazza appunta ceduta dalla città alla società di basket per omaggiare le persone che ne hanno fatto la storia nei primi 80 anni. E il basket potrebbe sempre impegnarsi per realizzarsi un suo museo Nazionale a Venezia nella Palestra della Misericordia, altrimenti nota come Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia: ancora negli anni Settanta si giocava in serie A al primo piano, con pochi spettatori seduti sulle tribune che partivano ai piedi di affreschi del Sansovino.

Torniamo a Torino. Lo Stadium tanto celebrato, e adesso rinnovatosi nella parte di salvadanaio per la società bianconera grazie alla sponsorizzazione da parte di Allianz, è un luogo di culto per i tifosi della Juve. Ma c’è gente che tifa per altre squadre che arriva per visitare un museo di 2 mila metri quadri che certo è anticipato dalle stelle posate sul piazzale esterno, che certo è favorito dall’apparentamento con lo stadio, dunque con le partite, ma di suo ha qualcosa di speciale: da 400 memorabilia varie ai trofei, alle maglie dei giocatori con più presenze, agli ologrammi – ecco la tecnologia – dei giocatori attuali. Poi, per le scuole, perché ci sono visite scolastiche – e non deve sembrare uno stranezza, lo sarebbe il contrario – ci sono servizi didattici sviluppati in tre indirizzi: storico, formativo, ludico. Risultato: aperto il 16 maggio 2012 il museo viaggia allegramente verso il milione di visitatori. È un Piccolo Museo e pure un Grande Museo. In una città in cui c’è un altro gioiello, stavolta in centro: l’Adp Log, una galleria, meglio, uno scrigno che svela fin dalla sigla la sua attenzione a tutto il mondo che ruota attorno allo sport. La sigla Adp è quella di Alessandro Del Piero che qui ha ospitato mostre su Senna, sul basket. Mostre non esaustive, ma mai banali, con una grande attenzione al gusto e al racconto, insomma al gusto del racconto che poi è quello che conquista tutti facendoli passare dai cimeli alla stanza dove sono proiettati filmati, film veri e propri.

Lo stesso destino di grandezza non accompagna il museo dedicato a Gino Bartali a San Piero a Ema. Apertura solo nel week end, fondi pochi e così scarso budget per la sicurezza e la progettazione di un luogo che dovrebbe essere una culla della memoria non solo italiana visto che il Ginettaccio nostro è anche uno dei Giusti per come e quanto si è impegnato a salvare gli ebrei. Ma è tutto il ciclismo, a meno che non prenda una scossa positiva dal mondo e-bike che alla passione riesce ad abbinare grande risorse, che non riesce a esprimere una proposta museale che sia al passo coi tempi. Ci sono sempre più ciclisti, praticanti, che a questi musei dedicano poca attenzione proprio perché non interattivi.

Diverso il caso della Motor Valley Emiliana: Ferrari, Ducati, Lamborghini e pure tutte le altre aziende di settore sanno bene che un museo non è solo una esposizione storica, è una dichiarazione d’orgoglio continuamente rinnovata, è una dichiarazione d’amore mai finita. E infatti i visitatori arrivano da tutto il mondo, e sono coccolati in mille modi. Ma anche qui c’è un piccolo museo da mettere in vetrina. Nascosto dalla topografia antica della periferia di Bologna, quella dove c’erano e ancora ci sono i mulini, realizzato nella ex Fornace Galotti, il museo è una scoperta a ogni angolo. E qui e’raccontata la storia di Paolo Pasquini che, alla vigilia adesso di un Gran Premio di Formula. E forse nel 2018, meriterebbe di essere riconosciuta, essendo stato lui un pioniere delle auto elettriche. Il Biografilm Festival, altra eccellenza bolognese, ha dato una vetrina al racconto della storia di questo genio made in Italy presentando “Il coraggio del boxel”, nome di una vettura per il trasporto urbano, nel quale è raccontata anche l’avventura del Green Turtle Team che partecipò ai primi campionati di Formula E.

Insomma, lo sport può tranquillamente far festa il 18: è un piccolo, grande, persino indispensabile museo del Paese. Se solo se ne rendesse conto.

Luca Corsolini – Symbola

Ricevi storie di qualità nella tua email

Condividi su

Persone

user Luca corsolini

Giornalista sportivo

Rubriche

A cura di: Luca CORSOLINI

Continua a leggere

Opinioni

Affrontare con coraggio la crisi climatica permette anche di avere una società e una economia a misura d’uomo. E l’Italia può giocare la partita del #RecoveryFund da protagonista.

21 Set 2020

Opinioni

Nella tredicesima puntata de “L’Italia che verrà” il presidente Ermete Realacci dialoga con Giorgio Vittadini, Fondatore e  Presidente Fondazione per la sussidiarietà, su “Manifesto di Assisi. Sussidiarietà e sostenibilità”.

05 Ago 2020

Opinioni

Nella dodicesima puntata de “L’Italia che verrà” il presidente Ermete Realacci dialoga con Vincenzo Manes, Presidente e fondatore di Dynamo Camp e Presidente di Intek Group, sul ruolo delle imprese per la coesione sociale e il futuro dell’Italia, a partire dal Manifesto di Assisi.

27 Lug 2020

Opinioni

Nell’undicesima puntata de “L’Italia che verrà” il presidente Ermete Realacci dialoga con Giovanna Melandri, Presidente Human Foundation, sul nuovo modello di economia sociale a sostegno dell’impresa e della finanza sociale per una economia a misura d’uomo.

13 Lug 2020