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SALVA

Le performing arts dopo la pandemia

La pandemia ha messo in luce criticità antecedenti le istituzioni hanno avviato processi di riforma

07 Nov 2022

TAORMINA Antonio

Estratto del capitolo “Le performing arts dopo la pandemia” di Io sono Cultura

Nel corso del suo intervento alla terza edizione dell’incontro annuale A Cultural Deal for Europe, svoltosi nel febbraio 2022, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen ha sottolineato le criticità che il settore delle performing arts ha riscontrato nell’ultimo anno, e ne ha assicurato il sostegno da parte dell’Unione Europea. La consapevolezza che lo spettacolo è stato tra i settori più penalizzati dalla crisi pandemica è condivisa ai diversi livelli; non è azzardato affermare che per risalire a una crisi equiparabile il riferimento temporale a noi più vicino è il secondo dopoguerra del secolo scorso. Nel 2021, seppure con diverse modalità, sono state riproposte necessarie misure restrittive che hanno colpito le attività produttive, la distribuzione, e dunque la fruizione. Ciò nonostante, si sono colti rispetto al 2020 anche segnali di ripresa, grazie agli incentivi stanziati dal governo centrale, dalle Regioni e dagli Enti Locali.

Affrontiamo in primo luogo, attraverso l’annuale rapporto redatto dall’INPS, il versante occupazionale. Prendiamo in considerazione alcune delle principali figure professionali e il numero medio delle giornate lavorate, che consente una prima lettura degli andamenti, fermo restando che permangono differenze anche rilevanti tra i diversi gruppi professionali. Premesso che l’INPS accomuna le prestazioni nello spettacolo dal vivo e nello spettacolo riprodotto, stante che molte figure operano contemporaneamente in ambedue i campi, rileviamo che i cantanti sono passati dalle 64 giornate del 2019 alle 56 del 2020 e 57 del 2021, i registi e gli sceneggiatori da 133 a 125 per poi risalire a 129, gli amministratori si sono attestati nel 2019 a 181 per poi scendere a 147 e risalire a 166.

Rappresentano un caso a parte gli attori, la categoria più numerosa: nel 2021 sono 92.500 (di cui circa due terzi “generici e figuranti speciali”) e complessivamente sono aumentati nell’ultimo anno del 49%. Nel 2019 avevano lavorato solo 15 giornate, per poi attestarsi nel 2020 e 2021 sulle 13.

Considerando l’intero comparto, le giornate retribuite del 2019, 21.520.300, hanno visto nel 2020 una flessione del 24,9% e una ripresa nel 2021 del 17% con uno sbilanciamento nel triennio del 12,1%. Inaspettatamente i lavoratori, 270.900 nel 2019, sono calati nel 2020 del 23% per poi registrare una ripresa del 23,4%, con una perdita nel triennio limitata al 5%. Di essi la componente femminile, 114.200 lavoratrici nel 2019 (pari al 42% del totale), è scesa del 23,8% (passando al 41,7% del totale) per poi recuperare il 24,8% (con una differenza nel triennio del -4,9%). Le retribuzioni hanno visto nel triennio un calo complessivo del 3,5%, dopo avere subito nel 2020 una flessione del 19,9%.

Non meno sofferto è stato l’impatto negativo generato dal calo della partecipazione. I dati presenti nell’edizione del 2021 di Io sono cultura relativi al 2020 hanno restituito elementi allarmanti, quali il decremento dei biglietti venduti rispetto all’anno precedente, pre-pandemia, pari al 70,4% per le attività teatrali (da 23.300.000 si è passati a 6.900.000) e all’82,9% per le attività concertistiche (da 15.300.000 si è passati a 2.600.000). L’ISTAT ha diffuso i dati relativi alla fruizione nel triennio 2019-2021. I risultati confermano per le performing arts il perdurare nel 2021 di uno stato di difficoltà: gli italiani che hanno assistito a uno spettacolo teatrale (nelle diverse tipologie), sono passati dal 20,3% al 2,9%; quelli che hanno partecipato ad un concerto di musica classica dal 9,9% al 2,2% e agli altri concerti dal 20,2% al 3,7%.

Continua a leggere il capitolo da p. 226 a 231 su”Io Sono Cultura 2022″, la ricerca realizzata con UnioncamereRegione Marche, in collaborazione con l’Istituto per il Credito Sportivo

 

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