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Intanto questa Italia non ripartirà

Carlo Cambi | Panorama

01 Lug 2020 - Stampa

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Intanto questa Italia non ripartirà - Carlo Cambi | Panorama

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Sono 5.500 i piccoli Comuni privi di infrastruttura digitale o di collegamenti stradali adeguati. E che la crisi post Covid lascerà ancora più indietro.

Erano le sue «prediche inutili». Purtroppo Luigi Einaudi aveva ragione. Come si può deliberare senza conoscere, si chiedeva. L’interrogativo del secondo presidente della Repubblica va posto a Vittorio Colao – l’ex mister Vodafone che in un centinaio di pagine scritte in angloitaliano (perché?) distilla il verbo dell’uscita dal tunnel del Covid. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, anche sulla scorta di quelle pagine al termine degli Stati generali ci fa sapere che è «tempo di reinventare l’Italia». Forse sarebbe meglio conoscerla. In quelle schede come nella narrazione che si è fatta per la ripartenza post coronavirus c’è qualcosa che non torna. Ci mancano 5.500 piccoli Comuni, il 69 per cento di quelli italiani dove abitano oltre 10 milioni di persone (il 17 per cento della popolazione nazionale). Da loro dipende la tenuta del territorio, dell’agricoltura, della cultura. Sono piccoli e decrescono, ma non tutti perché in 965 – soprattutto in Val d’Aosta, Lombardia e Trentino – c’è il controesodo: la popolazione cresce. E chi pensa che siano uno spreco di denaro pubblico deve ricredersi, il tasso di dipendenti è più basso di quello dei grandi Comuni. Ne hanno 4,8 ogni mille abitanti contro la media di 5,4 degli altri. Per sapere com’è vivere nei piccoli Comuni bastava chiederlo a Giulio, dodicenne di Scansano – siamo in provincia di Grosseto, una capitale del vino e dellarte – che tutte le mattine si è fatto sei chilometri a piedi portandosi dietro i libri e il banco per cercare la linea internet e seguire le lezioni. Oppure basta chiedere a uno dei 4 milioni di residenti dei 1.200 Comuni italiani dove non prende il telefonino e dove non arriva nessun segnale internet se è possibile fare, come stabilisce la legge dal 1° luglio, solo pagamenti elettronici. L’urbanista e archistar Stefano Boeri agli Stati generali di Villa Doria Pamphilj ha avanzato alcune proposte: la scuola come hub di socialità, la riforestazione soprattutto in città e la costruzione della rete dei borghi perché, avverte Boeri, 5 mila rischiano di sparire. Tutto vero, o quasi. In Italia le foreste avanzano al ritmo di migliaia di ettari ogni anno (ormai si estendono per 11 milioni di ettari), e si stanno mangiando l’agricoltura che perde 5 mila ettari di coltivato ogni 12 mesi. E una ragione c’è: l’abbandono delle zone rurali.
Le scuole inagibili sono 8.450 stando agli ultimi dati del Miur, vecchi però di cinque anni; secondo Cittadinanzattiva nel 2019 si è avuto nelle scuole un crollo ogni tre giorni. Inutile dire che il grosso si concentra nelle zone rurali e montane. C’è dunque un’altra Italia che anche volendo non può fare smart working, non può seguire lezioni da remoto, non può fare pagamenti elettronici. Ma è un Italia che nei documenti ufficiali non appare. Lo sa bene Ermete Realacci – che da anni guida la Fondazione Symbola ed è autore della legge sui Piccoli Comuni varata nel 2017 – il quale proprio in questi giorni ha lanciato un progetto ambizioso: l’Italia dei Cammini. Si tratta di costruire una rete, come ha spiegato il segretario di Symbola Fabio Renzi, che ricostruisca i fili della relazione tra le vallate, percorrendo quei tracciati che hanno costruito l’Italia. Come osserva Domenico Sturabotti, che dirige il progetto, il camino di Santiago di Compostela è lungo 880 chilometri, la Francigena più di mille. E questa rete serve a trattenere persone nei piccoli centri, serve a generare un’economia sostenibile. L’Italia percorsa da Symbola è fatta da 44 itinerari per 15.400 chilometri che attraversano 1.435 Comuni, di cui 944 piccoli, e incontrano oltre 2 mila beni culturali e 179 produzioni Dop-Igp. L’86,6 per cento di queste ultime nascono nei piccoli Comuni. Un limite al progetto? Manca internet. Sono appunto 1.200 i Comuni totalmente isolati dove non prende neppure il cellulare, 4 mila quelli di montagna tra Alpi e Appenino che non hanno accesso alla rete. E tanto per fare una fotografia complessiva dell’Italia solo il 36,8 del Paese è collegato in fibra ottica con la banda ultralarga. C’è un piano d’intervento per questo internet divide ma è praticamente fermo per quel che riguarda le aree marginali. A occuparsene dovrebbe essere Open Fiber, società partecipata da Enel e Cassa depositi e prestiti – dunque di fatto dello Stato – guidata da Elisabetta Ripa che si è aggiudicata ben tre bandi di Infratel per la copertura delle «aree bianche» dove il traffico generato non fa business, ma è una utilità. Un paio di settimane fa Infratel ha comminato penali per poco meno di un milione di euro a Open Fiber per i ritardi. È una partita a molte incognite quella sulla banda ultralarga perché anche Tim insieme a Infratel sta provvedendo alla infrastrutturazione. E la società guidata da Salvatore Rossi ha portato a termine a tempo di record il collegamento di 310 Comuni e il progetto prevede di allacciare otto regioni in un paio d’anni.
Sta di fatto che sulla banda ultra larga (con sullo sfondo il braccio di ferro sul 5G) si gioca una partita durissima. Beppe Grillo ha chiesto di liquidare Open Fiber e di aumentare la quota di Cdp in Tim per affidare a questa società il cablaggio di tutta Italia. Ma mentre la politica si scontra c’è un’Italia minore abbandonata. È il caso di Comuni come Morterone in provincia di Lecco, il più piccolo d’Italia con 30 abitanti, o di Stavoli in provincia di Udine, dove non c’è nemmeno la strada e per arrivarci bisogna camminare mezz’ora. Stando a un dossier di Confcommercio il 35,3 per cento dei Comuni italiani non ha una scuola media, in 2.178 non ci sono depositi bancari, nel 44,7 per cento non c’è un presidio sanitario. Dal 1996 al 2016 sono quasi raddoppiati quelli che si trovano nell’area del disagio: da 2.830 a 4.395 con 14 milioni 148 mila residenti, cioè il 23,58 per cento della popolazione italiana. Ma per reinventare l’Italia questo sembra non avere peso. Eppure il 2 giugno Marco Bussone, presidente di Uncem, l’associazione dei Comuni montani, lo ha ripetuto tanto a Francesco Boccia (Pd), ministro per gli Affari regionali, quanto a Giuseppe Conte: «La legge sui piccoli Comuni va attuta fino in fondo, si sblocchino almeno i 160 milioni di euro d’investimenti previsti dalla legge del 2017». Per fare cosa? Almeno queste quattro cose: banda ultralarga, meno tasse su investimenti di natura ambientale e idrogeologica, zone economiche speciali montane, rilancio del turismo dei borghi. La festa dei piccoli Comuni si chiama Voler bene all’Italia. Peccato che questa Italia è nascosta.

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Persone

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Presidente Fondazione Symbola

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Segretario generale di Symbola

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