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Industria culturale, il sud non c’è

Emanuele Imperiali | Corriere del Mezzogiorno

27 Set 2022

Redazione

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Il dato allarmante emerge dal rapporto di Symbola e Unioncamere: per valore aggiunto e occupazione non c’è nessuna provincia meridionale tra le prime venti, eppure il sistema produttivo creativo del 2021 vale 88,6 miliardi, di Emanuele Imperiali Non c’è neppure una provincia meridionale tra le prime venti italiane che, per valore aggiunto e occupazione, sono in testa alla graduatoria dell’industria culturale italiana. È un dato allarmante quello che emerge da “Io sono cultura 2022”, il rapporto annuale di fondazione Symbola e Unioncamere, che lancia lo slogan “L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”. La verità è sotto gli occhi di tutti: il sistema produttivo culturale e creativo del 2021 vale 88,6 miliardi, corrispondenti al 5,6% del valore aggiunto italiano ed attiva complessivamente 252 miliardi. Tenendo conto che si tratta di un universo variegato e composito che dà lavoro a un milione e mezzo di addetti. «La cultura ha pagato più di altri settori la crisi, ma conferma il suo ruolo economico centrale», sottolinea il presidente della Fondazione Ermete Realacci. Le cifre come sempre sono impietose e il presidente di Unioncamere Andrea Prete le snocciola nel corso di una tavola rotonda al Ma.. «Le imprese culturali e creative sono ancora lontane dai numeri del 2019, la variazione del valore aggiunto nel biennio 19-21 è pari a -4,8% rispetto a -1,2% a prezzi correnti del totale dell’economia sottolinea Prete L’anno scorso c’è stato un recupero del +3,6% che non ha compensato però le perdite del 2020». Non a caso in base alle stime del Rapporto di Symbola, perdono ricchezza soprattutto le attività dello spettacolo (-21,9%, che in valori assoluti equivale a una perdita di 1,2 miliardi) e quelle per la valorizzazione del patrimonio storico e artistico (-11,8%, pari a -361 milioni, mentre crescono videogiochi e software (+7,6%). Ma il Sud, terra di incomparabili bellezze naturali e archeologiche, è agli ultimi posti e contribuisce solo marginalmente allo sviluppo economico dei propri territori. Una vera e propria bestemmia, da gridare ai quattro venti, perché se non si è capaci di vendersi bene ciò che prima di tutto si ha, allora ben difficilmente si è in grado di competere con altre zone d’Italia su terreni molto più infidi e scivolosi, quali la manifattura industriale e i servizi avanzati alle imprese. L’esempio forse più immediato che si può fare è quello di Matera, il gioiello lucano che è stato negli anni scorsi Capitale europea della cultura, attirando risorse da investire e flussi turistici da tutto il mondo. Bene, oggi più d’uno, profondo conoscitore del luogo, parla di snaturamento e fallimento di un modello, se la cultura non va immediatamente identificata con la enogastronomia e col divertimento. Un’occasione perduta, forse, almeno in parte, pur se alcune opere realizzate restano e creano valore. Ma le potenzialità sono rimaste in gran parte inespresse, purtroppo. Eppure, la Svimez, l’associazione di studi sul Mezzogiorno presieduta da Adriano Giannola e diretta da Luca Bianchi, che ha lavorato a lungo e ha fatto report sull’esperienza materana, prima e dopo l’esperienza di Capitale europea, da tempo va sostenendo, a ragione, che «il settore culturale potrebbe diventare l’elemento catalizzatore della catena ricerca-innovazioneproduzione, in grado di coadiuvare le potenzialità del sistema accademico e della ricerca e il patrimonio del Sud». Perché proprio l’intero Sistema culturale, in tutte le sue molteplici espressioni artistiche e non solo, potrebbe e dovrebbe rappresentare l’elemento chiave per lo sviluppo del territorio, accanto ad attrattori come musei e beni storico-culturali, L’interrogativo che ci si pone allora è: se è indispensabile predisporre un’adeguata offerta di strutture di accoglienza, a Matera, così come in altre località meridionali, pensiamo a Napoli, Palermo, Bari e così via, vi è la capacità di integrare il soggiorno culturale con altre attività attrattive? La risposta per certi versi è differenziata a seconda dei casi e contraddittoria. La città partenopea è il più lampante esempio di grande metropoli che ha lasciato fare all’ombra del Vesuvio una miriade di attività mordi e fuggi, ma ha contribuito poco a fare rete, a creare un sistema, ad approfittare di quest’occasione per rilanciare in modo strutturale l’economia territoriale. Il Sistema Produttivo Culturale e Creativo comprende tutte quelle attività economiche che producono beni e servizi culturali ma anche tutte quelle che utilizzano la cultura come input per accrescere il valore simbolico e la competitività dei prodotti. Vi coabitano perciò attività dei musei, biblioteche, archivi, monumenti, teatri, concerti, ma anche musica, software, editoria, stampa, radio, televisione, fino a quelle finora considerate nel mondo dei servizi, quali comunicazione, architettura, design. Da prima che si insediasse il governo Draghi Invitalia aveva lanciato il progetto «Cultura Crea», un incentivo che sostiene la nascita e la crescita di iniziative imprenditoriali e no profit nel settore dell’industria culturale, creativa e turistica, che puntano a valorizzare le risorse culturali nelle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Promosso dal ministro dei beni culturali Dario Franceschini per sostenere la filiera, serve a rafforzare la competitività delle micm, piccole e medie imprese. Le risorse finanziarie stanziate ammontano a oltre cento milioni. E qualche risultato, forse ancora piccolo e marginale, ma pur sempre interessante, «Cultura Crea» lo ha dato. Poi con «Cultura 4.0», il piano contenuto nel Pnrr a supporto del turismo e dell’industria culturale, almeno sulla carta si è fatto qualche significativo passo in avanti. Gli interventi previsti, infatti, scommettono sulla ristrutturazione degli asset chiave del patrimonio culturale italiano, con molteplici obiettivi: favorire la nascita di nuovi servizi, sfruttare la partecipazione sociale come leva di inclusione e di rigenerazione, migliorare l’attrattività, l’accessibilità fisica e digitale e la sicurezza in un’ottica di sostenibilità ambientale. I soldi del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza ci sono e sono per il 40% destinati alle aree meridionali: se il nuovo governo proseguirà sulla strada dell’attuale dimissionario, agendo presto e con efficacia, potrà alimentare soprattutto tre misure, il patrimonio culturale per la prossima generazione, la riqualificazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale, religioso e rurale; l’industria culturale e creativa 4.o.

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