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Il sistema italiano è vitale, e va letto in profondità

Se avessi chiesto ai miei clienti cosa avessero voluto, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce (Henry Ford)

19 Ago 2019 - Redazione

Tra il 2016 e il 2019 il clima politico è cambiato radicalmente più volte. L’innovazione è stata richiamata come prioritaria in molte occasioni. Ma con significati molto diversi.

Fino al 2016 è stata forse più legata alla ricerca e alle sue conseguenze come catalizzatore per l’aggregazione di energie intorno a grandi filiere, come le “life science” dello Human Technopole di Milano. Nel 2017 è stata concentrata sulle misure di accelerazione degli investimenti per l’industria 4.0, fomentati dal “Piano Calenda” che in effetti ha ottenuto risultati eccezionali: robotica, internet delle cose, cybersicurezza e altre filiere innovative sono state applicate dalle imprese industriali italiane che erano restate arretrate nel rinnovamento degli impianti e hanno generato un aumento dell’11% degli investimenti con riflessi molto sensibili e immediati sull’intero Pil italiano. Nel 2018 la spinta si è affievolita, tra le mille incertezze introdotte dalle elezioni di quell’anno, ma un dato si è fatto notare: evidentemente come conseguenza del lavoro svolto negli anni precedenti, gli investimenti in startup italiane hanno quasi raggiunto i 600 milioni ben più del doppio rispetto all’anno precedente – e un terzo di quell’ammontare è arrivato dall’estero. Nel 2019, l’idea di fondo si è concentrata su una spinta forte all’aumento delle disponibilità di finanziamenti per il venture capital, mentre il grosso delle altre manovre si concentravano sullo stimolo ai consumi. Sappiamo che il contesto politico è fondamentale per il mantenimento di un ecosistema dell’innovazione: sia per gli investimenti pubblici in ricerca, sia per gli acquisti di innovazione da parte dello Stato, sia per l’indirizzo che il governo può dare al settore privato con incentivi e moral suasion. E queste ampie variazioni non hanno certo contribuito alla stabilità strategica dei protagonisti dell’ecosistema dell’innovazione italiano. Ma questo, in effetti, è abituato a lavorare a ritmi strutturali più che congiunturali, anche se con ogni evidenza sa reagire in fretta quando si presentano le opportunità normative e fiscali. Insomma il sistema italiano va letto in profondità: non è un mondo bloccato, condannato a perpetuare sé stesso in un infinito gattopardismo; ma di certo non è un luogo nel quale gli innovatori sono valorizzati.

L’aumento delle esportazioni, cresciute almeno del 15% rispetto al 2008, mentre le altre variabili peggioravano, segnala una capacità innovativa di fondo fortissima: ma anche un crescente distacco tra la parte del Paese che resta agganciata all’evoluzione del mercato globale e quella che si richiude sulle dinamiche locali. Se c’è un problema nelle statistiche che descrivono l’Italia è che riguardano l’Italia: un’entità composta di territori talmente diversi e di sistemi produttivi talmente divergenti che i dati aggregati dicono molto poco sull’insieme del Paese. E questo vale anche per l’ecosistema dell’innovazione.

In ogni caso, in valori assoluti, l’Italia è il nono Paese al mondo per investimenti in ricerca e sviluppo: la spesa italiana per ricerca e sviluppo nel 2017 (ultimo dato disponibile) è stata di 32.460 milioni di dollari, un dato che colloca il nostro Paese dietro USA (516.254), Cina (487.354), Giappone (164.758), Germania (119.921), Corea del Sud (80.466), Francia (61.646), Gran Bretagna (47.421), Russia (38.743).

Questa spesa arriva per il 61,4% dalle imprese: un dato più basso rispetto a quasi tutti quelli delle altri grandi economie europee (Germania 69,3%, Grana Bretagna 67,6%, Francia 65,0%, Spagna 54,9%) e alla medie comunitaria: 66%). Di riflesso il contributo delle università è tra i più alti: Spagna 27,1%, Italia 24,2%, Gran Bretagna 23,7%, Francia 20,7%, Germania 17,3%; media Ue 22,1% (il resto è dovuto al non profit).

Nonostante questo ritardo nello sforzo delle imprese, l’Italia rimane uno dei Paesi a maggior capacità innovativa. Questo perché le imprese italiane contrastano i loro limiti dimensionali ricorrendo a servizi di ricerca e sviluppo esternalizzati (i dati fino ad ora analizzati si riferiscono alla ricerca intra-muros, ovvero quella realizzata direttamente all’interno delle imprese) o, più frequentemente, ad una continua attività di innovazione incrementale.

Le imprese italiane mostrano dunque una spiccata attitudine all’innovazione. Basti pensare come, nel panorama comunitario, l’Italia si confermi seconda per numero di imprese innovatrici (38.361) dietro alla sola Germania (41.793).

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