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Il calcio fotografia del Paese

Il calcio fotografia del Paese, anche in campo lo spread dice che dobbiamo sistemare i conti se vogliamo tornare a vincere. La Figc compie 120 anni, ma qualcuno non ha capito: vuole far la festa a chi ha provato a rimediare alla situazione, invece che allungare l’esperienza di Kick Off.

02 Giu 2018 Redazione

Come si fa a non vedere quanto il calcio è, da noi, una fotografia precisa del Paese? Abbiamo il vizio di dare a una parte il nome del tutto, ad esempio. Così, la mancata qualificazione della Nazionale per i Mondiali diventa un dramma pubblico. La realtà? Tutte le rappresentative giovanili, maschili e femminile, sono qualificate per le fasi finali dei loro campionati di categorie, dunque il serbatoio è tutt’altro che in riserva e dichiara anzi, sono i dati di Report Calcio, di cui la Figc ha appena presentato la ottava edizione, uno stato di salute eccellente. Il numero complessivo di giovani calciatori, fino alla categoria Under 20, è di 838.430. E circa 60 mila di questi tesserati non sono nati in Italia. Poi, ai Mondiali ci siamo, ovviamente: Panini è licenziataria della figurine ufficiali in tutto il mondo, la sponsorizzazione tecnica di Errea’ dell’Islanda sta diventando un gemellaggio di affetti ma anche di effetti tra l’Italia e quel paese, la Cimolai di Pordenone è stata come al solito, nelle grandi manifestazioni internazionali, il jolly che ha permesso di completare gli stadi. Sono solo alcuni casi, ma quello della Cimolai ha un valore superiore. Sempre Report Calcio ha censito gli stadi costruiti o ristrutturati nel periodo 2007/2017, e queste sono commesse in cui le aziende italiane di valore riescono sempre ad avere un ruolo: sono 139 per un investimento complessivo di quasi 14 miliardi di euro. Semmai fa riflettere la classifica: 26 stadi in Polonia, 16 in Germania che pure aveva ospitato i Mondiali del 2006, 13 in Turchia, 11 in Francia.

L’Italia? In Italia, di nuovo, si confonde la parte con il tutto. Così è più facile dire che la Juve è antipatica, e non solo per i risultati, che guardare a come a Torino hanno progettato lo stadio. Il calcio è un contenuto: 90 minuti di passione che possiamo anche prolungare all’infinito. Ma abbiamo bisogno anche di un contenitore a cui tornare, e il nostro ritorno fa diventare il contenitore, lo stadio, un contenuto a sua volta. Le altre squadre in Italia badano solo al contenuto. La Juve proprio pensando al contenitore ha steso la concorrenza. Non è solo questione di proprietà dell’impianto, è questione di progettualità, della fan experience di cui si riempiono la bocca tutti. Andare all’Allianz Stadium è una festa, non si può dire la stessa cosa per altri impianti. E, di nuovo, non è solo questione di livello dell’impianto, è primariamente il progetto che si vuole sviluppare che determina il risultato. A Torino, per dire l’idea più originale e più accessibile a tutti, è quella di aver previsto che allo stadio ci siano un hair stylist e un disegnatore di tatuaggi. Oggi i calciatori sono modelli, la gente vuole loro acconciature e i loro, orribili, bisogna ammetterlo, tatuaggi. Rendere il tutto possibile significa aver capito e, prima accettato, che oggi è la domanda a determinare l’offerta, e non più la chiamata alla riunione famigliare da parte del presidente di turno. La prova: per la partita casalinga col Benevento, ultima della classe in serie A, la Juventus ha avuto 40.863 spettatori (con incasso di quasi due milioni di euro); per la partita casalinga più importante in Champions, quella col Real Madrid, gli spettatori sono stati qualcuno meno, 40.849 (per un incasso però di quasi 4 milioni di Euro).

E quando non sono i numeri di Report Calcio a certificare la realtà, bisognerebbe ricorrere all’onestà di giudizio. Se la Nazionale non si qualifica per i Mondiali, questo non significa che il calcio italiano è arretrato. Ha dirigenti in posti chiave sia a livello Mondiale, Fifa, che a livello Europeo, Uefa; è tornato ad avere un ruolo nell’organizzazione di eventi, dagli Europei Under 21 dell’anno prossimo, che oltre tutto qualificano per i Giochi, alla partita inaugurale, un girone e altre partite chiave degli Europei del 2020. Soprattutto, il calcio ha avuto in questi ultimi anni una visione rappresentata da Kick Off, un laboratorio di dee e di pensieri sviluppato dal direttore generale Michele Uva scegliendo come primo indirizzo quello di stare alla larga da una certa autoreferenzialità. E così la Figc, che ormai è una casa editrice, dopo Report Calcio ci sarà la pubblicazione del Bilancio Integrato, e lunedi’4 giugno a Torino, dove nacque appunto la Federazione, sarà presentato un volume celebrativo dei 120 anni, con la spinta e il supporto di Kick Off è stata la prima organizzazione del settore a organizzare un hackathon. Tutte costruzioni possibili, ad avere un disegno, e non le fughe in avanti che vuol far credere chi adesso le cancellerà in nome del ritorno, appunto, alla autoreferenzialità che ha paura di ogni contatto con l’esterno. E di ogni confronto.

Ed è questo il calcio preso a schiaffi dall’ultima vicenda che, in effetti, sembra proprio una fotografia del Paese. In Italia la questione centrale dei diritti tv è stata, non solo ma anche, una telenovela. Non era chiaro il progetto di tutti i soggetti partecipanti, era però evidente che l’incertezza era di tutti, ed è stata persino paralizzante in alcuni passaggi. Come è finita ancora non lo sappiamo. Ma negli ultimi giorni abbiamo scoperto che il campionato francese vale, per i diritti tv, più del nostro, roba da chiamare subito Paolo Conte per aggiornare la sua canzone, perché per Bartali i francesi non si incazzano più, siamo noi che ci mangiamo le mani per Paris S. Germain e compagnia bella. Ma i dati li conoscevamo. Report Calcio, che vive sulla e per la trasparenza dei dati, e questo è il peccato principale agli occhi di vuole invece lasciare steso sul calcio un manto di opacità, ha presentato anche il Football Spread: un parametro in grado di riassumere il differenziale fra gli indicatori economici, patrimoniali e sportivi della Bundesliga e quelli degli altri 4 campionati principali in Europa. Considerando ricavi medi per club, rapporto tra fatturato e stipendi, l’incidenza del fatturato sul passivo totale, l’affluenza media allo stadio e il ranking Uefa, lo spread della Serie A è di 208,3, ben più alto di quello di Liga (57,9) e Premier League (25,7). Invece che rimarcare la distanza da Spagna e Inghilterra, noi fino all’altro giorno ci beavamo del fatto che la Francia era a quota 227,3. E adesso siamo sorpassati da quelli contro cui può difenderci solo Paolo Conte.

Come sta in piedi il calcio allora? Come il Paese. La grande risorsa della Serie A sono le plusvalenze: per l’ultimo Report Calcio sono aumentate dell’84,4 per cento. Conte – da Paolo, a Giuseppe, a Paolo – è un nome ricorrente. Ma non è una situazione singolare: il nostro problema sono i conti.

Luca Corsolini – Symbola

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Giornalista sportivo

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A cura di: Luca CORSOLINI

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