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La filiera culturale e creativa ai tempi del Covid-19: sommario dell’incertezza

La pandemia si è abbattuta sul settore culturale imponendo un ripensamento multidimensionale. Tra i compiti irrinunciabili per la filiera culturale e creativa, la costruzione di una cultura della sostenibilità dei luoghi, della socialità e anche dell’economia, nonché la rapidità nel dotarsi di strategie per provare a uscire dall’impasse.

24 Giu 2020 Redazione

Realizzato in collaborazione con Luca dal Pozzolo – Fondazione Fitzcarraldo.
Questo contributo fa parte della rubrica #iosonocultura,  parte del Decimo rapporto IO SONO CULTURA realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Regione Marche in collaborazione con l’Istituto per il Credito Sportivo.

 

Edoardo Tresoldi, Basilica di Siponto

Non sappiamo cosa succederà. Non sappiamo davvero. A partire dai modelli previsionali di diffusione del virus: l’ipotesi dell’Imperial College[1] di Londra – ad esempio, di lockdown ripetuti ogni qual volta il picco dei contagi superi una certa soglia, configura uno scenario terribile per qualsiasi economia e ancor di più per le attività culturali, che si confrontano con almeno tre diverse dimensioni del problema e altrettante sfide, dalla posta in gioco esiziale.

La dimensione quantitativa.

Per ciò che concerne le strutture, sia pubbliche sia private, resta il fatto incontrovertibile che una quota consistente dell’economia dei beni e delle attività culturali era, ed è, legata al pagamento di biglietti.

L’indagine di Nemo[2] su 1.000 musei in Europa tra marzo e aprile del 2020 mostra perdite impressionanti, che mettono a rischio un numero non piccolo di riaperture. L’ISTAT[3] stima che i musei statali tra marzo e maggio abbiano perso circa 19 milioni di visitatori e 78 milioni di incassi.

I grandi eventi sono stati cancellati fino al 2021 e si può ben immaginare in termini d’impatto cosa significhi saltare una stagione sull’intera filiera; ma anche gli spettacoli a minor affluenza fanno i conti con dimensioni radicalmente diverse, con una soglia massima di 200 spettatori al chiuso. Problemi altrettanto gravi, se non di più, per le sale cinematografiche, già fortemente erose dalla crescente distribuzione di fiction sui diversi canali e sulla rete.

L’Osservatorio Culturale del Piemonte stima in circa 20 milioni di Euro le perdite del comparto culturale in regione fino all’inizio di marzo e in una cifra attorno ai 50 milioni i mancati incassi del primo semestre, prevalentemente in  riferimento a musei, spettacolo dal vivo e cinema. L’IRPET in Toscana, adottando una metodologia d’indagine simile, si spinge a quantificare solo per i musei una cifra di mancati incassi a fine anno tra 144 e 125 milioni di euro. E non si tratta di impatti economici, che sarebbero assai maggiori, ma solo di perdite dovute alla mancata spesa dei visitatori.

Sicuramente il problema nell’immediato sarà iniettare risorse sufficienti per salvare il maggior numero di strutture, ma il vero nodo è di carattere strategico:

una drastica riduzione dei flussi dovuta a una contrazione del turismo per almeno due anni e alle norme anti-virus richiede una revisione completa di tutti i business model. Per un periodo non breve – la cui dimensione temporale ignoriamo – non sarà l’aumento del pubblico a garantire i pareggi di gestione. E ciò comporta una rivoluzione concettuale nel mondo della cultura e un ripensamento radicale dei prodotti, dei formati e delle fonti di entrata.

 

Alba Fucens (AQ) Anfiteatro

La dimensione antropologica.

Il lockdown sarà solo una parentesi e il pubblico – con le nuove regole – tornerà a frequentare abitualmente gli spazi della cultura, o vi saranno ripercussioni sui comportamenti, nuove diffidenze sulla partecipazione dal vivo?

In un articolo dal titolo significativo “Ci sarà un cinema aperto a Natale?”[4], Richard Patry, Presidente della Federazione Nazionale dei Cinema francesi, esprime una forte preoccupazione: “E’ soprattutto la sedentarietà forzata dei nostri concittadini che m’inquieta. Cosa faranno durante la chiusura delle sale?  Guarderanno Netflix, Disney o Amazon Prime Video e si disabitueranno alle sale cinematografiche”.

Aggiungiamo ulteriori dubbi distribuiti su altre attività: saremo disposti a fare code ordinate e lunghe davanti ai musei o a prenotare sempre con largo anticipo? E assistere a spettacoli al massimo in 200, che – con gli standard di distanziamento – vuol dire occupare uno spazio di più di 500 mq., non farà l’effetto di abitare quel quadro di Magritte, Golconda, dove tutti gli omini, rigorosamente distanziati tra loro sono sospesi in un cielo surreale? Certo a tutto ci si abitua, ma a teatro lo spettacolo non è solo palcoscenico, bensì socialità.

 

Inaugurazione del MUSE, Videomapping, Trento, 28 luglio 2013

I luoghi della socialità.

I luoghi della cultura, I teatri, i cinema, i musei, le biblioteche, le piazze e i parchi dove hanno sede gli spettacoli coincidono con i luoghi della socialità tout-court, investendo il comparto culturale di una responsabilità di grande rilevanza.

L’inventare il modo di esercitare una socialità densa e ricca, rispettando il portato delle norme anti-Covid significa restituire i luoghi della socialità, re-instaurare le pratiche sociali.

Il punto di equilibrio accettabile tra un comportamento responsabile di prevenzione del contagio e il dispiegarsi delle relazioni sociali non si misura in centimetri o in standard, ma in prassi complesse, che vanno esplorate e messe in pratica sperimentalmente, luogo per luogo. Non si potranno torcere le attività svolte finora a rispettare tutte le nuove prescrizioni, ma occorrerà utilizzare l’insieme dei vincoli come il materiale grezzo per inventare nuove prassi, nuovi modi di relazionarsi, nuovi prodotti culturali. Nei prossimi mesi è l’intelligenza a interpretare il vincolo, la sua interiorizzazione nella progettazione, la ricerca di un punto di equilibrio da negoziare e condividere collettivamente tra sicurezza e socialità che consentirà di uscire da una fase ossessivamente emergenziale. Giacché “Una piccola distanza non è ancora vicinanza: una grande distanza non è ancora lontananza[5].

Molto lavoro, moltissime sfide. Toccherà indirizzare lo sforzo finanziario che si va concretizzando non solo a evitare il più possibile le chiusure, che saranno comunque numerose, ma anche a superare le fragilità che già caratterizzavano il comparto culturale, a partire dall’invisibilità di molti suoi lavoratori e dalla precarietà diffusa.

Toccherà ri-inventare un modello economico dove l’utilizzo delle rete non sia solo vetrina e immagine, ma luogo di produzione culturale e – a medio termine – anche fonte economica.

Toccherà soprattutto costruire una nuova alleanza tra cultura e turismo, uscendo dalle retoriche che hanno ammorbato negli anni passati anche i progetti di sviluppo locale. Né si rallegrino troppo i templari dei beni culturali: anche l’overtourism, per quanto generasse dinamiche poco sostenibili, produceva comunque risorse economiche importanti per le casse degli enti locali, mantenendo decine di migliaia di lavoratori, non certo meno meritevoli di tutela degli assistenti museali. Dovrà essere la cultura, se non vuole rischiare l’irrilevanza, a mostrare come rendere compatibile un turismo non predatorio ma ancora in grado di apportare flussi consistenti di risorse economiche, con la capacità dei luoghi di reggere l’impatto antropico e garantire condizioni di sicurezza. Non è un equilibrio facile, è un equilibrio necessario; nelle città d’arte si dovrà mostrare come si possano redistribuire i flussi e come costruire uno sguardo del turista compatibile con una navigazione dolce del territorio.

E soprattutto nelle zone a bassa densità, rurali e montane, si dovrà inventare ex novo un modello di turismo di prossimità, per piccoli numeri, non colonialista, ma integratore delle risorse esistenti, fattore di permanenza e di arricchimento, argine alla desertificazione delle presenze e delle competenze.

 

Teatro Farnese Parma

Sarà la cultura a dover contribuire, sempre se vuole evitare una marginalità esornativa, a costruire una cultura della sostenibilità dei luoghi, della socialità, delle relazioni e anche dell’economia.

Le grandi crisi distruggono le certezze e le routines quotidiane, fratturano le durate e le continuità, cancellano milioni di pagine d’agenda, ma liberano spazi per pensare: sarà bene utilizzarli al meglio e con rapidità e dotarsi di strategie per uscire dall’impasse. Saranno incerte anche le nuove strategie, ma badiamo che non siano vecchie, perché di quelle i risultati li conosciamo.

 

 


[1] https://www.imperial.ac.uk/media/imperial-college/medicine/sph/ide/gida-fellowships/Imperial-College-COVID19-NPI-modelling-16-03-2020.pdf

[2] NEMO Network of European Museum Organisations, https://www.ne-mo.org/fileadmin/Dateien/public/NEMO_documents/NEMO_COVID19_Report_12.05.2020.pdf

[3] https://www.istat.it/it/archivio/243280

[4] https://www.franceculture.fr/cinema/y-aura-t-il-un-cine-ouvert-a-noel?fbclid=IwAR2lQtfSqf-hzhuK_d_dUdAbOKUJPeked3BFZbTfCvU9OHYZL3yIyxOM4Zk

[5] Martin Heidegger, Saggi e discorsi, Milano, Mursia, p. 109

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user Luca dal pozzolo

Responsabile Ricerca e Consulenza Fondazione Fitzcarraldo

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