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Cultura della sostenibilità e sostenibilità della cultura: un binomio che conviene all’intero pianeta

Già prima della crisi pandemica, e ancor di più nell’ottica di una ripresa post-Covid, nella filiera delle imprese culturali e creative sono sempre più numerosi gli esempi di chi sceglie pratiche green: nei propri ambiti di attività, in rete con altri soggetti dello stesso comparto, in collaborazione con diversi settori economici, facendo leva sulle istituzioni. Dall’audiovisivo alle arti visive, dai festival musicali alla gestione museale e tanto altro.

11 Ago 2021 Patrizia Braga e Laura Greco

Questo contributo fa parte dell’Undicesimo rapporto IO SONO CULTURA realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Regione Marche in collaborazione con l’Istituto per il Credito Sportivo.

Realizzato in collaborazione con Patrizia Braga – Cofondatrice e Responsabile Area Partecipazione e Sviluppo di Melting Pro, e Laura Greco – Fondatrice e Presidente A Sud.

 

“Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri”. Con questa riflessione Antonio Gramsci, già nel secolo scorso, aveva anticipato il concetto di sostenibilità, così pregnante nell’era pandemica in cui viviamo. Cos’è, infatti, la sostenibilità ambientale se non la consapevolezza del proprio ruolo in un mondo dove le risorse sono finite e gli effetti negativi generati dalle attività dell’essere umano rischiano di essere irreversibili? Per dirla in maniera ancora più chiara: la sostenibilità è cultura e la cultura del terzo millennio non può che essere sostenibile. Un binomio indissolubile, conveniente in chiave economica per la filiera delle industrie culturali e creative e per il resto dell’economia e, soprattutto, decisivo per la cura delle persone e dell’intero pianeta.

In che modo? Partiamo dai soggetti della filiera delle imprese culturali e creative (ICC). Porre al centro delle azioni il tema della sostenibilità ambientale consente loro di rinsaldare collaborazioni e alleanze a vari livelli: tra gruppi e soggetti attivi all’interno della filiera stessa; con altri settori economici in modo da attivare sinergie proficue; per interloquire con i decisori politici e provare a orientare le scelte pubbliche.

Ancor più che in passato, dopo un anno pandemico che ha messo in difficoltà molti comparti culturali e creativi, la filiera delle ICC ha compreso che fare rete è essenziale, dentro e fuori dai suoi ambiti di attività.

Molto spesso, infatti, i costi delle singole attività  – trasporti, rifornimenti alimentari, gestione dei rifiuti, digitalizzazione – sono molto alti, per non dire inaccessibili (specie per le piccole realtà), se affrontati da soli. Se invece questi costi vengono condivisi, è più facile ammortizzarli. Inoltre, le relazioni che vengono a crearsi dalla gestione condivisa di alcune attività forniscono spesso la possibilità di ulteriori scambi, in termini di idee e conoscenze su nuove pratiche, che poi ciascuna realtà può adottare e personalizzare al proprio interno. Per poi nuovamente condividere l’esperienza, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.

Per quanto riguarda il consolidamento delle collaborazioni tra soggetti dello stesso comparto, tra i casi più interessanti c’è  l’Environment and Climate Network dell’American Alliance of Museum, che negli ultimi 10 anni ha incoraggiato la diffusione di pratiche green nei musei americani attraverso l’istituzione dei Premi annuali per l’eccellenza della sostenibilità (SEA), oltre a mettere in connessione professionisti museali di tutto il mondo che scelgono di confrontarsi sulle rispettive buone pratiche. Un altro esempio di rilievo mondiale è il Climate Heritage Network: una rete internazionale volontaria e di mutuo sostegno di organizzazioni artistiche e culturali impegnate ad aiutare le loro comunità nell’affrontare i cambiamenti climatici e nel realizzare le ambizioni dell’accordo di Parigi.

Il difficile anno alle spalle e l’incertezza per il futuro per molta parte dell’economia hanno portato la filiera delle ICC ad aver sete di confronto anche con altri settori economici che, a loro volta, possono trarre preziosi benefici dalla capacità innovativa e rigenerativa tipica dei settori culturali e creativi per mettere in atto le necessarie trasformazioni che la crisi pandemica e ambientale richiedono. Convinzione alla base del progetto bandiera UE della Nuova Bauhaus che, riprendendo il nome della storica scuola tedesca del ‘900, intende rinsaldare i legami tra il mondo della cultura e della creatività e i mondi della produzione, della scienza e della tecnologia.

Un progetto allo stesso tempo economico, culturale e ambientale che permetta al vecchio continente di rafforzare il proprio ruolo di leader nell’innovazione ambientale e nell’economia circolare, a vantaggio di un’economia sempre più a misura d’uomo, capace cioè di incrociare sostenibilità, bellezza e innovazione, sia tecnologica che di significati.

Con finalità molto simili, va letto lo stanziamento di 300 milioni di euro stabilito dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del Governo Draghi per la modernizzazione, in un’ottica green, dei sistemi energetici di musei, teatri e cinema italiani.

Se da un lato, le innovazioni tecnologiche da introdurre potranno portare ad un abbassamento dei costi di illuminazione e climatizzazione (e di sicurezza) di questi luoghi della cultura, dall’altro gli interventi avranno ricadute positive non solo per chi gestisce e frequenta questi spazi, ma anche per le aziende – dalle costruzioni all’impiantistica – che saranno chiamate a realizzare questi cambiamenti.

Ragionare in termini di sostenibilità ambientale consente quindi ai soggetti della filiera delle ICC di aprire importanti canali di dialogo con decisori politici a vari livelli, intenzionati ad indirizzare la parte più creativa dell’economia per favorire l’innovazione economica e sociale in chiave sostenibile. Ne è un esempio Voices of Culture, un’azione di dialogo strutturato tra la Commissione Europea e il settore culturale. L’obiettivo principale è quello di fornire un canale affinché i professionisti delle ICC – selezionati attraverso un invito aperto – possano essere ascoltati dai responsabili politici europei. Se al momento è in fase di elaborazione un report sulle condizioni di lavoro degli artisti e dei professionisti culturali e creativi, a febbraio 2021 è stato reso pubblico un documento – realizzato da decine di realtà e presentato in precedenza alla Commissione – che, partendo da un uso “inclusivo” della cultura, esamina le sfide e le opportunità per la filiera delle ICC che intende contribuire al raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

I vantaggi derivanti dall’adozione di un approccio green da parte dei soggetti attivi nel mondo delle ICC  non si esauriscono qui: adottare strumenti di riduzione degli impatti ambientali per realizzare attività e prodotti culturali più sostenibili è uno strumento di innovazione per le imprese culturali e creative in grado di renderle più competitive.

Anche in questo caso gli esempi non mancano, perché ripensare il proprio modello di business in chiave ambientale è conveniente, dato che produce spesso una riduzione dei costi. Si va da Romulus – una delle prime serie carbon negative in Europa, realizzata da Sky (Gran Bretagna), Cattleya (Roma) e Groenlandia (Roma) – ai diversi protocolli nati specificatamente per il mondo del cinema e dell’audiovisivo, adattabili alle diverse esigenze di set dalla diversa complessità. È il caso, ad esempio di EcoMuvi, creato nel 2014 dalla casa di produzione bolognese Tempesta e adottato per la realizzazione di alcune sue produzioni, come per il film Lazzaro Felice, in cui si è riusciti ad evitare l’emissione di 249,89 tonnellate di CO₂ (grazie al car-pooling, l’utilizzo del treno e l’allaccio alla rete locale per l’impiego di energia elettrica), oltre a 370 kg di rifiuti in plastica mediante l’utilizzo erogatori di acqua e stoviglie compostabili.

Rimanendo ancora in Italia, ma passando dal mondo dell’audiovisivo a quello delle arti visive, si diffonde sempre più l’utilizzo di vernici e altri materiali sostenibili tra gli street artist, italiani e stranieri.

Saype, Beyond Walls – Oltre i muri, credits to Musei Reali di Torino

Tra le ultime opere realizzate con vernici a basso impatto vale la pena citare quella dello street artist franco-svizzero Saype, con il suo progetto di land art Beyond Walls – Oltre i muri a Torino, realizzato con spray biodegradabili al 100% (utilizzando il carbone per il colore nero, il gesso e le proteine del latte per il colore bianco). Ma anche le tre opere di arte urbana a Roma dedicate ai Goal dell’Agenda 2030 per Street Art for rights 2021 realizzate con vernici Airlite, capaci di assorbire gli agenti inquinanti e trasformarli in sostanze inerti attraverso un processo chimico attivato dalla luce del sole. Oppure, l’iniziativa Last Breath – sostenuta da realtà come WWF Italia, Greenpeace Italia, Fridays 4 Future ed Extinction Rebellion – che ha visto lo street artist Andrea Villa posizionare sulla facciata di un palazzo storico di Torino dei manifesti con la scritta The Breath su altrettanti pannelli i quali, realizzati con una tecnologia avanzata, sono capaci di migliorare la qualità dell’aria grazie alla loro proprietà assorbente.

Andrea Villa, Last Breath (TO), credits to ACQUA FOUNDATION

Che cultura e creatività siano fondamentali per la tutela dell’ambiente lo hanno capito anche le fondazioni private, che sempre più investono risorse per nuovi think-tank dedicati a generare innovazioni a partire da un approccio ecosostenibile. Sono due le domande a tema green che hanno spinto, ad esempio, la statunitense Ellen Mac Arthur Foundation a inaugurare nel 2020 un programma di residenze artistiche: come può l’arte raccontare un concetto astratto come quello di economia circolare? Come può l’arte stessa essere circolare? E, spingendosi ancora più in là, può l’arte stessa essere circolare, possono le opere prodotte da un artista essere improntate alla circolarità? Per contribuire a dare forma a un sistema improntato su questi concetti la fondazione, tra le dieci più grandi degli Stati Uniti, ha scelto di puntare inizialmente sull’artista scozzese Emma Hislop. Durante la sua residenza, Hislop ha avuto modo di portare avanti un’approfondita ricerca sul concetto di circolarità, da cui è scaturito il progetto Open Tongue: una specie di album da disegno aperto, pubblicato sul suo sito in forma di diario, a disposizione di chiunque lo voglia leggere, prendere spunto da una qualche sua idea e svilupparla. La volontà dell’artista è quella di  rinunciare alla maternità delle proprie idee per renderle circolari, mettendole in circolazione e liberandone il potenziale, affinché chiunque possa svilupparle generando qualcosa di nuovo.

Nel processo di osmosi tra ambiente e cultura sono gli stessi operatori culturali a poter apprendere nuove competenze,

come dimostrano i progetti di formazione internazionale Shift Culture e Creative Climate Leadership. Nel primo caso, si offrono percorsi formativi per affrontare sfide globali come il cambiamento climatico, la parità di genere e l’inclusione delle minoranze, non solo a chi svolge ruoli apicali nelle istituzioni culturali ma anche a tutto il loro personale; nel secondo caso, si stimolano professionisti culturali e creativi a sviluppare nuove competenze che li rendano capaci di sviluppare prodotti e attività culturali a basso impatto. Grazie a questi programmi formativi, ad esempio, il DGTL Festival, con sede ad Amsterdam, sta diventando il primo festival al mondo completamente circolare.

DGTL Festival, credits to DGTL site

Per realizzare questo obiettivo ha riprogettato radicalmente il suo funzionamento. Lo ha fatto attraverso una serie di misure che sono, tra le altre cose, facilmente replicabili. Il menù, ad esempio, è stato creato a partire dagli scarti alimentari a disposizioni degli esercizi ristorativi locali; tutti i rifiuti organici sono stati trasformati in compost; gli artisti sono stati ospitati in un hotel a impatto energetico zero e per i loro spostamenti sono stati utilizzati esclusivamente veicoli elettrici; i visitatori hanno ricevuto un bicchiere riutilizzabile (e brandizzato); in tutte le infrastrutture sono state utilizzati generatori di energia e pannelli solari che hanno permesso di raggiungere un impatto climatico pari a zero. Inoltre, eliminando i bidoni dei rifiuti tradizionali, i rifiuti residui sono stati ridotti del 50% rispetto all’anno precedente. Infine, il DGTL coinvolge partner del territorio per sviluppare innovazioni sostenibili: in particolare, gli studenti della NHL University of Applied Sciences della città olandese di Leeuwarden hanno sviluppato il Litti, un portasigarette che funge anche da posacenere per ridurre al minimo le sigarette buttate a terra.

Allo stesso modo, Lauren Sullivan e il marito Adam Gardner (membro della band Guster), consapevoli dell’impatto ambientale dei tour dell’industria musicale, nel 2004 hanno fondato l’impresa REVERB, con sede a Portland (USA), per offrire un approccio alternativo. Da allora, la coppia ha contribuito a rendere più sostenibili i tour di giganti del settore come Maroon 5, Red Hot Chili Peppers, Harry Styles e Billie Eilish. In che modo? REVERB utilizza solo cibo locale per la ristorazione durante gli eventi, riduce al minimo la quantità di viaggi del personale in tour e predilige l’acquisto di forniture prodotte in modo sostenibile dal punto di vista dei materiali, delle condizioni di lavoro e della filiera. Inoltre, tutte le emissioni dei loro viaggi vengono compensate attraverso la piantumazione di alberi, finanziata dalle donazioni volontarie degli stessi artisti e degli spettatori. Un altro aspetto importante è che REVERB organizza degli “eco villaggi” nei pressi dei concerti, sensibilizzando il pubblico sul tema della sostenibilità ambientale. Complessivamente REVERB stima di aver evitato l’emissione di 120.000 tonnellate di CO₂ dal 2004 ad oggi.

Cultura e creatività, in Italia e nel mondo, scalpitano in vista della ripresa post-Covid. Rimaste ferme a lungo, hanno avuto modo di intraprendere un’importante e quanto mai necessaria trasformazione digitale. Come tutte le attività umane, anche il digitale comporta costi ambientali e sociali, bilanciati dagli innumerevoli vantaggi sotto molteplici punti di vista. L’edizione 2020 della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (European Week for Waste Reduction), visti i tempi che stiamo vivendo, si è concentrata proprio sui rifiuti invisibili: si tratta di quei rifiuti generati durante la produzione dei beni, che il consumatore solitamente non vede al momento dell’acquisto. Una delle azioni proposte è stata quella di accrescere la consapevolezza fra le persone dell’impatto ambientale dell’infrastruttura fisica connessa alla Rete, costituita da data center, server, reti di cavi, e alimentata da energia elettrica[1]. Come si può ridurre questa impronta ambientale invisibile? Con il cosiddetto digital decluttering è possibile, ad esempio, applicare la logica delle pulizie di primavera al mondo digitale, liberandosi così del superfluo: alleggerendo le mail, comprimendo i documenti e utilizzando collegamenti ipertestuali al posto dei file allegati; annullando le newsletter che non frequentiamo; scaricando i documenti per la consultazione al posto della loro lettura online; caricando pc e smartphone solo quando sono completamente scarichi, e tanto altro. Il tema ha destato l’attenzione anche dell’organizzazione inglese Julie’s Bicycle, leader europeo nella consulenza alle organizzazioni culturali che vogliono diminuire il proprio impatto ambientale, che di recente ha pubblicato un report[2] sulla trasformazione digitale e i suoi costi ambientali e sociali. Attraverso dati e buone pratiche, il lavoro intende supportare il settore culturale e creativo nella riduzione dell’impatto ambientale connesso all’utilizzo delle tecnologie digitali, affinché la filiera possa sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla trasformazione digitale, comprendendo contemporaneamente le conseguenze delle azioni intraprese.

Per concludere, la filiera delle ICC ha mostrato di avere, già prima della pandemia e ancor di più in vista della ripresa post-Covid, una concezione ampia e “alta” di cultura, che non si esaurisce con una visione antropomorfa della stessa.

Una visione cioè, che per secoli si è concentrata esclusivamente sulla presenza (e sull’assenza) dell’essere umano, e che soltanto da poco riesce a interrogarsi sugli effetti che le nostre azioni comportano. Una visione che mette al centro, finalmente, tutti gli esseri viventi, nonché la tutela della biodiversità, e che ne riconosce l’importanza all’interno di ecosistemi sempre più fragili. Serve agire in tempo: è la nuova missione che una fetta sempre più ampia di chi opera nell’ambito artistico, culturale e creativo si è ritagliata. Affinché i danni causati dall’essere umano non siano irreversibili e per agire a vantaggio degli esseri umani e dell’ambiente. Ancora una volta, come sosteneva Gramsci, la coscienza di sé e la coscienza del tutto. Anzi, la coscienza di sé è la coscienza del tutto: è la lezione per il terzo millennio della sostenibilità della cultura e della cultura della sostenibilità.

[1] Secondo i dati diffusi per la EWWR 2020, l’impatto di una mail da un megabyte è pari a quello di una lampada da 60 watt accesa per 25 minuti. Un’ulteriore stima indica che l’invio di 20 e-mail al giorno per 365 giorni l’anno corrisponde a 1000 km di emissioni emesse da un’automobile. Sembrerà strano, ma anche restando a casa si può inquinare.

[2] Environmental sustainability ub the digital age, 2020, https://juliesbicycle.com/resource_hub/environmental-sustainability-in-the-digital-age-of-culture/

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