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Con il design made in Italy si aprono le porte del lavoro

Antonio Longo | Italia Oggi

09 Mag 2022

Redazione

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Sono 81 gli istituti accreditati dal ministero dell’istruzione, per un totale di 291 corsi di studio distribuiti in vari livelli formativi e in diverse aree di specializzazione, che compongono il sistema formativo che ogni anno sforna professionisti impegnati nel settore del design legato al made in Italy. A cinque anni dal conseguimento del titolo, tra i laureati magistrali in design il tasso di occupazione è pari al 90,8%, valore superiore all’88,1% rilevato sul complesso dei laureati magistrali biennali in Italia. A delineare lo scenario sono i dati contenuto nel report «Design Economy 2022», curato da Fondazione Symbola, Deloitte Private e POLI.design con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza del valore del design per la competitività del sistema produttivo nazionale. In base agli esiti della ricerca, la quasi totalità degli occupata opera nel settore privato (90%), mentre il 10% nel settore pubblico. Inoltre, oltre due terzi degli occupati lavora alle dipendenze (69,1%), soprattutto con contratti a tempo indeterminato (58,8%), in minor misura a tempo determinato (10,3%). Quasi un quarto, invece, svolge un lavoro autonomo (23,3%), mentre il 7,4% è occupato con altre tipologie di lavoro. I numeri del settore. L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di imprese in ambito design, circa 30 mila, che offrono occupazione a 61 mila lavoratori e generano un valore aggiunto pari a 2,5 mld di euro. Le imprese si distribuiscono su tutto il territorio nazionale, con una particolare concentrazione nelle aree di specializzazione del Made in Italy e nelle regioni Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto, dove si localizza il 60% delle imprese. Tra le provincie primeggiano Milano (15% imprese e 18% valore aggiunto nazionale) Roma (6,7% e 5,3%), Torino (5% e 7,8%). Le imprese operano per il 44% all’estero (8,9% extra EU), per il 45% su scala nazionale, mentre per il 10,8% su scala locale. Per quanto riguarda i servizi richiesti, le imprese dichiarano di fornire soprattutto consulenze su aspetti stilistici (il 58%) e processuali (25%); mentre le consulenze di carattere strategico rappresentano il 10%. A questi servizi core, le imprese del design stanno affiancando nuove attività di consulenza come la comunicazione (nel 59% dei casi), il branding (52%), il marketing (46%), la R&S (44,3%) e il packaging (32,9%). Il sistema formativo. Degli 81 istituti accreditati, 22 sono università, 16 accademie delle belle arti, 15 accademie legalmente riconosciute, 22 istituti privati autorizzati a rilasciare titoli Afam (Alta formazione artistica e musicale) e 6 Isia (Istituti superiori per industrie artistiche). Come sottolineato nel rapporto, fanno parte del sistema punte di eccellenza come il Politecnico di Milano, prima tra i Paesi UE e quinto al mondo secondo la classifica QS World University Rankings by Subject nel settore del design, ma prima, comunque, fra le università pubbliche. A seguire, mantengono un importante ruolo per la formazione del designer l’Istituto europeo di design (Ied) e la Nuova accademia di belle arti (Naba). Gli analisti evidenziano che l’ampiezza dell’offerta e l’eterogeneità delle istituzioni si riflettono anche nella presenza di diversi orientamenti alla didattica del design, pur rispettando l’insegnamento dei saperi scientifici e delle competenze indispensabili. E così, il percorso universitario è maggiormente attento alla formazione di un designer professionista, che sappia connettere con un approccio multidisciplinare le conoscenze umanistiche e scientifiche con quelle più specifiche della progettazione e della tecnologia dei materiali. Più attenta alle tradizioni dell’artigianato artistico e all’ambito della grafica e comunicazione è l’offerta formativa delle Accademie di Belle Arti. Di natura più specialistica è, invece, la vocazione degli Isia, a differenza degli Istituti privati autorizzati al rilascio di titoli Afam che propongono un’offerta formativa più orientata verso gli aspetti applicativi. Il rapporto considera i dati relativi all’anno 2019, quando sono stati formati 9.362 designer, cioè circa il 13,5% in più rispetto al 2018, considerando nel loro insieme laureati di I livello, laureati di II livello, diplomati in master post-laurea di I e II livello. In particolare, i designer formati dalle università sono 4.027 a cui si somma il comparto Afam con 5.335 unità, rappresentando rispettivamente il 43% e il 57% del totale. Dalla distribuzione dei laureati/diplomati per livelli formativi è possibile osservare che circa il 71% degli studenti ha conseguito una laurea triennale o un diploma accademico di I livello, acquisendo strumenti e conoscenze di base, il 20,1% ha approfondito gli studi conseguendo una laurea magistrale o un diploma accademico di II livello, infine solo il 9,7% ha perfezionato la propria formazione con master di I o II livello. Le aree preferite. Tra le scelte dei futuri designer predomina ancora l’area tradizionale del prodotto, seguita da due aree in forte sviluppo quali comunicazione (+20% rispetto all’anno precedente) e fashion (+22%). Dal rapporto emerge che quella del designer è una formazione complessa e sofisticata, in continua evoluzione, che si nutre di esperienze progettuali e linguaggi differenti, nonché della relazione con il mondo esterno. In tal senso, ogni area geografica assume una propria caratterizzazione e la formazione di designer in termini di area di specializzazione è strettamente correlata con il tessuto industriale e distrettuale caratteristico di ciascun luogo. Ogni istituzione che propone corsi di design crea un particolare intreccio con il patrimonio culturale e produttivo locale. La geografia della formazione. L’elevato numero di iscritti a quelle che possono essere definite come le aree più tradizionali del design è sicuramente legato alla necessità di una formazione di base solida e ampia che solo successivamente andrà a «settorializzarsi». Tuttavia, gli analisti mettono in rilievo l’inserimento nei piani di studio di alcuni insegnamenti nell’ambito della sostenibilità, delle tecnologie informatiche e dei linguaggi multimediali, indice della crescente richiesta di conoscenze. Dal design della comunicazione attivo a Venezia, Milano e Roma, al design dell’innovazione a Ferrara e Aversa. Dal design navale e nautico dell’università di Genova, al design del sistema moda diffuso maggiormente nelle aree di Lombardia, Toscana e Campania. Lazio, Lombardia, Toscana e Piemonte risultano le regioni più attive nella formazione di designer con rispettivamente 13,11, 8 e 6 istituti di formazione. Il primato per numero di laureati/diplomati appartiene alla Lombardia che assorbe, da sola, quasi la metà (44,5%) del capitale umano formato. In particolare, Milano si conferma la città italiana del design con 3.810 laureati/diplomati, registrando un’ulteriore accelerazione rispetto all’anno precedente (+4%). A seguire Piemonte (9,9%) e Lazio (9,02%) ribadiscono il legame esistente tra la formazione, il design e le esigenze produttive di queste regioni, trainate dalle città di Torino e Roma che si affermano tra le prime provincie per ruolo esercitato nella formazione e nel numero di imprese di design. Toscana, Marche ed Emilia Romagna, nonostante la presenza di un numero di istituti di formazione al design superiore alla media, formano insieme solo il 11,9% del totale dei designer. Tuttavia, in queste regioni storiche del made in Italy operano alcune delle scuole di progettazione più apprezzate in Europa, come l’Isia di Urbino per la progettazione grafica, l’Isia di Faenza per la progettazione della ceramica e l’Isia di Firenze per il disegno industriale. In ambito universitario, sia nel nord Italia con le sedi di Genova e Venezia, sia nel centro Italia, con le sedi di Firenze-Calenzano e Roma sono attivi quattro dei poli più attivi del sesign sviluppati in stretto rapporto con il sistema produttivo territoriale. Gli esiti occupazionali. Oltre la metà dei laureati in design risiede al Nord (53,1%), in particolare in Lombardia (26,9%) e, seppure in minor misura, in Piemonte (7,1%), Veneto (7,1%) e Liguria (6,8%). Il 10,9% risiede al Centro mentre il 18,8% nel Mezzogiorno. Il 17%, infine, risiede all’estero. I residenti al Nord tendono in maggior misura a studiare in un ateneo del Nord, con sede nella stessa regione di residenza o in un’altra regione della medesima area territoriale. In particolare, tra i residenti in Lombardia la quasi totalità studia nella propria regione di residenza (96,8%). Tra i residenti in Piemonte, invece, oltre la metà studia nella regione di residenza (58,6%) o un un’altra regione del Nord (Lombardia: 32,8% e Veneto: 6,9%). I residenti nel Mezzogiorno, al contrario, tendono a spostarsi per motivi di studio in misura decisamente maggiore, verosimilmente anche a causa della ridotta presenza di corsi di laurea in design nella regione di residenza o in zone limitrofe. Sono gli atenei del Nord a risultare maggiormente attrattivi nei confronti dei residenti all’estero, che studiano nella quasi totalità in Lombardia (84,1%) e, seppur in misura decisamente minore, in Piemonte (5,8%), Veneto (2,9%) e Liguria (2,2%). Circoscrivendo l’analisi agli occupati, il confronto tra la regione sede dell’ateneo di laurea e la regione di lavoro permette di analizzare i flussi di mobilità per motivi lavorativi.

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