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“Bella ma povera”. Pietro Greco racconta la ricerca italiana

"Il motore che l'Italia mette in campo, quello della R&S, è piccolo e poco potente. E tuttavia possiamo ancora farcela. Perché è un buon motore. A patto che cessiamo di considerarlo un orpello, da sacrificare sull’altare delle politiche di bilancio. E iniziamo a considerarlo un investimento appuntamento, strategico come fa la gran parte del mondo”.

14 Lug 2014 - Redazione

La ricerca: c’è bisogno di dire che nel XXI secolo bisogna puntare sulla ricerca? Sì, stando alla ricostruzione puntuale e impietosa, ma anche fondatamente ottimista, che di questo ‘motore’ dello sviluppo fa Pietro Greco, voce non incline alla lamentazione fine a se stessa, perciò tanto più credibile quando sottolinea la pericolosità di una china che il Paese percorre da anni.

Il numero di ricercatori presenti in Italia – scrive infatti Pietro Greco su Pagina99 Weekend [qui una sintesi dei dati] – in rapporto alla popolazione è, secondo la Banca Mondiale, 2 volte inferiore a quello di Francia e Germania, 2,5 volte inferiore rispetto a quello di Gran Bretagna e Stati Uniti e più di 3 volte inferiore a quello di Giappone e Corea del Sud. “Pu essendo decima al mondo per ricchezza prodotta – sottolinea – l’Italia è 14esima per investimenti in ricerca”. Giappone e Corea del Sud investono 3,5 dollari in R&S ogni 100 di Pil, prosegue Greco: Stati Uniti e Germania 2,8 dollari;lLa Francia 2,3 dollari, il mondo intero in media 2 dollari. L’Italia investe solo 1,3 dollari. Uno studio della Fondazione Agnelli citato nel lungo articolo su Pagina99 Weekend “ha documentato che, dopo la crisi economica del 2007, l’amministrazione pubblica italiana ha subito tagli pari al 5%. Ma solo tre settori – la scuola, l’università e la ricerca – hanno subito tagli intorno al 10%. Nessun altro settore della pubblica amministrazione ha subito tagli superiori al 3%”.

Un quadro decisamente fosco, ma non privo di spiragli. “Malgrado siano pochi e poveri – sottolinea Pietro Greco – i ricercatori italiani sono bravi. Non lo diciamo noi. Lo documenta l’International Comparative Performance of the UK Research Base 2013, il rapporto elaborato pochi mesi fa dagli esperti di Elsevier su richiesta del Department of Business, Innovation and Skills (BIS) del governo del Regno Unito”. Infatti “nel 2012, con l’1,4% dei ricercatori del mondo e con un budget pari all’1,5% della spesa totale mondiale, l’Italia ha prodotto il 3,8% degli articoli scientifici del pianeta. E si tratta di articoli di buona fattura, se è vero che hanno ottenuto il 6% delle citazioni globali” su riviste internazioni con peer review (revisione critica a opera di pari)”.  Insomma, chiosa, “i ricercatori italiani hanno imparato a fare le nozze con i fichi secchi. O meglio, a celebrare nozze sempre più degne con fichi sempre più secchi”.

Nonostante ciò, mentre il mondo entra nella nuova era della knowledge based economy, l’Italia resta sulla porta. “Perché il motore che mette in campo, quello della R&S, è piccolo e poco potente. E tuttavia possiamo ancora farcela. Perché è un buon motore. A patto che cessiamo di considerarlo un orpello, da sacrificare sull’altare delle politiche di bilancio. E iniziamo a considerarlo  un investimento, appunto, strategico come fa la gran parte del mondo”.

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