Opinioni

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Agroalimentare Made in Italy e Green Economy

Attraverso la tutela dell’ambiente, migliorano le qualità delle produzioni e di pari passo la crescita economica. L'innovazione e la sostenibilità lungo tutta la filiera agroalimentare italiana sono un modello europeo di Green Economy applicata. Lo ha raccontato Coldiretti citando tendenze e numerose best practice del settore

05 Mar 2021 Redazione

Realizzato in collaborazione con Coldiretti.
Questo contributo fa parte del decimo rapporto GreenItaly,  realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con CONAI, Novamont e Ecopneus.

 

Nell’emergenza epidemiologica da Covid-19 che ha colpito duramente l’Italia, il settore agroalimentare made in Italy ha confermato – nonostante le grandi difficoltà legate soprattutto alla chiusura del canale Horeca, ai contraccolpi sul fronte dell’export e al blocco del turismo – il suo valore strategico tanto nella fornitura di beni primari necessari quanto in campo ambientale.

Il settore agricolo italiano, pur con le difficoltà appena descritte, si conferma il più green d’Europa, come emerge dai dati e dalle esperienze riportate nel presente paragrafo. Una specificità nazionale composta di vari ingredienti: a partire dalla gestione del territorio che, oltre a contribuire alla bellezza dei nostri paesaggi, previene eventi idrogeologici avversi (purtroppo così frequenti nel nostro Paese); dalla tutela della biodiversità, alla crescente diffusione del biologico, all’efficienza nell’uso della chimica e dell’acqua, dalle energie rinnovabili (dal biogas al fotovoltaico) che spesso valorizzano i sottoprodotti o gli scarti di produzione in un’ottica di economia circolare, fino alle nuove tecnologie e al contributo, in questo cammino verso l’innovazione, di nuove competenze.

Un modello di sviluppo unico in grado di garantire all’Italia anche il primo posto in UE per valore aggiunto (con 31,8 miliardi di euro correnti nel 2019), superando la Francia (31,3 miliardi) e distanziando, in terza posizione, la Spagna (26,6 miliardi), la Germania (21,1 miliardi). Nonostante questo l’agricoltura italiana è la meno sussidiata tra quelle dei principali Paesi europei dove in vetta alla classifica c’è al primo posto la Francia, seguita da Germania e Spagna.

Il settore agricolo italiano, dunque, riuscendo a coniugare tutela dell’ambiente, qualità delle produzioni e crescita economica del Paese, riveste un ruolo di primo piano in termini di sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

 

Biodiversità, competitività e taglio degli sprechi 

L’Italia è l’unico Paese al mondo che può vantare 307 indicazioni geografiche riconosciute a livello comunitario per i prodotti alimentari (170 DOP, 134 IGP e 3 STG), 34 per le bevande spiritose e 525 per il comparto dei vini[2]. A questi prodotti, registrati a livello Ue, si aggiungono 5.266 prodotti agroalimentari tradizionali riconosciuti dalle Regioni italiane [3]. Un risultato reso possibile dalla grande biodiversità del patrimonio vegetale e animale, con la presenza sul territorio nazionale di 7 mila specie di flora, 58 mila specie di animali, 504 varietà iscritte al registro viti (contro le 278 della Francia) ma anche di 533 varietà di olive rispetto alle 70 spagnole. La straordinaria biodiversità degli allevamenti italiani ha permesso di salvare dalla estinzione ben 130 razze allevate.

Tutto questo è reso possibile anche grazie ai nuovi sbocchi commerciali creati dai mercati degli agricoltori[4] che hanno offerto opportunità economiche agli allevatori ed ai coltivatori di varietà a rischio, i quali sarebbero sopravvissuti difficilmente alle regole delle moderne forme di distribuzione. Possiamo ricordare a questo proposito Fondazione Campagna Amica, che rappresenta la più grande rete al mondo di vendita diretta sotto lo stesso marchio con: 7.550 aziende agricole, 2.500 agriturismi, 440 cooperative, 1.020 mercati (di cui 45 coperti) e 159 botteghe. Con importanti effetti ambientali anche diretti: Coldiretti stima, ad esempio, che fare la spesa a chilometri zero in filiere corte con l’acquisto di prodotti locali riduce del 60% lo spreco alimentare rispetto ai sistemi alimentari tradizionali.

Di biodiversità e difesa delle sementi tradizionali ci parla l’esperienza dell’Azienda agricola “Il Vecjo Mulin” (Friuli Venezia Giulia) dove la passione per la riscoperta della biodiversità ha portato il giovane titolare a recuperare da tutto il globo piante “dimenticate” attraverso la messa a dimora di semi antichi e varietà rare come la mandorla di terra o zigolo dolce, il mais gemma di vetro – azzurro, rarissimo e noto anche come mais glass gem, nonché un’antica varietà di mais, detto Mais di Illegio o Mais di Dieç, tramandata di generazione in generazione da cui si ricava la rinomata farina di Illegio. L’Azienda agricola “Il Vecjo Mulin” è una delle 56.149 le imprese agricole condotte da under 35 (+12% negli ultimi 5 anni) che mostrano una crescente propensione alla sostenibilità, come testimonia ad esempio, l’aumento del 10% del numero di iscritti concorso Oscar Green [5] di Coldiretti.

 

L’agricoltura italiana si afferma tra le più sostenibili a livello comunitario con appena il 7,2% di tutte le emissioni a livello nazionale (30 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti in Italia), contro oltre il doppio della Francia (76 milioni di tonnellate), i 66 milioni di tonnellate della Germania, i 41 milioni del Regno Unito e i 39 milioni della Spagna.

 

Contro l’erosione della biodiversità vanno citate poi alcune esperienze. La prima, che ha anche effetti nel contrastare l’abbandono delle aree marginali, sono i Progetti di filiera in un’ottica di sostenibilità (economica ed ambientale) per il settore agroalimentare: strumenti dell’economia contrattuale in grado di valorizzare le attività delle aziende agricole e contemporaneamente agire sulla tutela dell’ambiente, di razze non “mainstream”, del paesaggio e del benessere animale. Il tutto senza tralasciare l’impatto sociale delle iniziative e riducendo lo squilibrio lungo la filiera che vede la fase produttiva spesso penalizzata[6]. Ad esempio, il progetto di filiera sulla carne bovina (con Filiera Bovini Italia, Inalca, Bonifiche Ferraresi), sostiene una filiera 100% italiana e nello specifico promuove l’allevamento di vacche nutrici nazionali delle razze specializzate Limousine e Charolaise per garantire la produzione di ristalli nazionali, assicurando un’equa e giusta remunerazione agli allevatori attraverso accordi pluriennali. Quest’ultimi assicurano agli allevatori un prezzo minimo garantito (a copertura dei costi medi di produzione) e prevedono un premium price rispetto alle quotazioni di mercato in grado di valorizzare le produzioni 100% italiane, di qualità e sostenibili. Questo progetto, oltre a offrire un contributo al sistema Paese nella riduzione delle importazioni, consente di potenziare un presidio costante dei territori e contrastare l’abbandono delle aree interne. Il tutto con benefici di ordine ambientale, attraverso la gestione attiva delle aree in grado di contrastare incendi e dissesti idrogeologici.

Nel quadro appena descritto di un settore agricolo ed agroalimentare fortemente orientato alla sostenibilità, merita spazio la nascita di Consorzi Agrari d’Italia (CAI), polo dell’agricoltura made in italy di cui fanno parte Bonifiche Ferraresi, il Consorzio Agrario dell’Emilia, dell’Adriatico, del Tirreno, del Centro-Sud e la Società Consortile CAI. Esso si propone di diventare un hub per collocare le grandi produzioni e rendere competitive le imprese agricole, rafforzando le reti territoriali e implementando strategie di sviluppo a respiro nazionale, superando le criticità riscontrate da anni sul mercato degli agrofarmaci e, soprattutto, delle sementi che sono oggi a livello mondiale saldamente nelle mani di sole tre multinazionali che governano il 75% del mercato dei primi e il 63% delle seconde. In questa direzione sarà importante il contributo del sistema dei Consorzi agrari e questo polo di riferimento per centinaia di migliaia di aziende diffuse capillarmente su quasi tutto il territorio nazionale, anche nelle aree difficili, per la sostenibilità del comparto agricolo ed agroalimentare italiano.

 

Riduzione della chimica in campo 

L’Italia presenta un elevato standard di sostenibilità anche per quanto concerne l’uso dei prodotti fitosanitari con un modello di produzione a basso impatto ambientale e sempre più orientato a metodi sostenibili. Con il taglio record del 20% sull’uso dei pesticidi (2011-2018); nello stesso periodo, al contrario, aumenta in Francia, +39%, (ma anche in Germania e Austria) l’agricoltura italiana si conferma la più green d’Europa [7].

Secondo i più recenti dati Istat e Ispra, infatti, negli ultimi 15 anni abbiamo assistito ad una riduzione del 27,6% [8] dell’utilizzo di prodotti fitosanitari. L’uso di prodotti ‘molto tossici’ e ‘tossici’ [9] rispetto al 2003 si è quasi dimezzato ed oggi tale categoria di formulati rappresenta solo il 4,3% del totale dei prodotti fitosanitari impiegati in agricoltura. La riduzione nell’uso dei prodotti fitosanitari è dovuta all’adozione, ormai da molti anni, di metodi di produzione a basso impatto ambientale da parte delle imprese agricole italiane, anche grazie all’adesione alle misure agroambientali previste dai Programmi di sviluppo rurale regionali.
A ciò si aggiungono gli effetti positivi correlati all’attuazione del Piano di azione nazionale (PAN) per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari. Proprio dall’entrata in vigore del PAN nell’anno 2014 si registra un ulteriore diminuzione nell’uso di prodotti fitosanitari [10].

In materia di uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, l’Italia è l’unico Paese ad aver previsto un sistema di produzione integrata certificato da un ente pubblico, con standard più restrittivi rispetto a quelli previsti dalla difesa integrata obbligatoria (in vigore dal 1° gennaio 2014). La normativa recante “Disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari” istituisce, infatti, il Sistema di qualità nazionale di produzione integrata (SQNPI) [11] le cui produzioni sono contraddistinte da un marchio di proprietà del Ministero dell’agricoltura. I dati 2019 evidenziano come, finora, al SQNPI aderiscano 15.138 imprese agricole per una superficie certificata pari a 237.130,49 mila ettari [12]. Tutte le Regioni sono impegnate nel mettere a disposizione degli utilizzatori professionali le informazioni agro-meteo e previsionali delle infestazioni (Bollettini fitosanitari) per cui non sono più praticati trattamenti a calendario. Il SQNPI è orientato verso l’introduzione di nuovi impegni quali il quaderno di campagna telematico, l’uso di energie da fonti rinnovabili  ed un uso razionale dell’acqua (vedi oltre). Di fatto, il ricorso a trattamenti intensivi di prodotti fitosanitari di sintesi chimica non esiste più ormai da anni. Oggi, si sta incentivando sempre più il ricorso a sostanze attive di origine animale oltre all’utilizzo di insetti utili per la lotta biologica. È stata approvata proprio di recente una modifica al D.P.R. 8 settembre 1997, n. 357 “Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche”, per consentire l’immissione nell’ambiente di specie e di popolazioni non autoctone di insetti per contrastare la diffusione dei gravi attacchi di parassiti alieni, come la cimice asiatica, che, in alcune aree, stanno devastando le produzioni agricole italiane, favoriti sia dal cambiamento climatico che dalla mobilità dei trasporti.

 

Con il taglio record del 20% sull’uso dei pesticidi (2011-2018; nello stesso periodo, al contrario, aumenta in Francia, Germania e Austria) l’agricoltura italiana si conferma la più green d’Europa. Un trend opposto a quanto accade in Francia, che registra tuttavia un aumento del 39% nell’utilizzo di tali prodotti.

 

In virtù della riduzione nell’uso dei fitofarmaci, l’Italia è ai vertici mondiali sulla sicurezza alimentare con il minor numero di prodotti agroalimentari di origine nazionale con residui chimici irregolari pari all’0,9% per il settore ortofrutticolo e 0,6% sul totale [13], inferiore di 2,6 volte alla media Ue (1,6 %) e ben 9,6 volte a quella dei Paesi terzi (5,8 %) [14]. Si evidenzia, in merito, che del totale dei campioni analizzati l’80% sono di origine italiana, il 14% di paesi terzi, il 3 % di origine europea e il 3% di origine sconosciuta. I dati del Ministero della salute relativi alle analisi dei soli campioni alimentari di origine italiana (oltre 9 mila) evidenzia come il 63,7% abbia residui assenti, il 35,71% residui inferiori ai limiti di legge mentre i campioni con residui superiori ai limiti di legge siano pari a 0,6 %. I prodotti importati, invece, registrano una percentuale di irregolarità che è pari al doppio rappresentando l’1,9% con un elevata incidenza di irregolarità sugli ortaggi [15].

 

Il biologico

L’importanza del settore agricolo sul fronte della sostenibilità è testimoniata anche dai dati sulle produzioni biologiche che evidenziano, per l’anno in corso, una crescita importante in linea con il trend di positivo degli ultimi anni. Sul piano produttivo l’Italia è nel 2019 il primo Paese europeo per numero di aziende agricole impegnate nel biologico dove sono saliti a ben a 80.643 gli operatori coinvolti (+2%). In crescita anche le superfici coltivate a biologico arrivate a sfiorare i 2 milioni di ettari (+2%).

L’incidenza della superficie biologica nel nostro Paese ha raggiunto nel 2019 il 15,8% della superficie agricola utilizzata (Sau) a livello nazionale. Questo posiziona l’Italia di gran lunga al di sopra della media UE, che nel 2018 si attestava all’8%. Siamo decisamente avanti a ai principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%) [16].

A spingere la crescita sono i consumi domestici di alimenti biologici che, al giugno 2020, raggiungono la cifra record di 3,3 miliardi, con un incremento del 4,4% rispetto all’anno precedente. Numeri sostenuti fortemente della svolta green che gli italiani hanno impresso ai loro consumi anche come risposta all’emergenza Covid-19. Gli italiani tendono a premiare il biologico nel fresco con aumenti del 7,2% per gli ortaggi e in alcune categorie specifiche come le uova che crescono del 9,7% nelle vendite. Anche in questa ultima annualità si conferma la forte attenzione della grande distribuzione organizzata (Gdo) verso il mercato biologico testimoniata anche, durante il lockdown, da  un incremento delle vendite nei supermercati dell’11%.

Nel settore della bioagricoltura, anche l’agricoltura biodinamica è un segmento in forte crescita. Le aziende che in Italia applicano tecniche biodinamiche sono stimate in 4.500 [17] con valori in crescita. Dal 2016 al 2019 le imprese sono cresciute del 27,9%, di cui le aziende agricole del 16,5%, mentre i trasformatori hanno registrato un +43%, e i distributori un +28,3%.
L’Italia è, inoltre, il primo esportatore europeo di prodotto biodinamico [18].
Diversi sono gli esempi di aziende biologiche o biodinamiche che si contraddistinguono come casi di successo di un modello sostenibile. Tra queste, l’Azienda Agricola Boccea, un’azienda biologica e biodinamica estesa per 300 ettari tra seminativi, pascoli, ulivi e bosco nata come tenuta modello agli inizi degli anni ’50 per opera di Elia Federici, ideatore di una sistema a rete di aziende agricole tra l’Abruzzo e il Lazio utilizzate dai pastori per transumare le greggi. Nel 2002 la svolta verso il biologico e biodinamico. Grazie a questa scelta, l’azienda è riuscita a recuperare la fertilità dei terreni, a donare benessere agli animali allevati al pascolo, a mantenere e ad assicurare all’ambiente la biodiversità necessaria per conservare l’equilibrio in ogni ciclo produttivo. Nell’azienda ci sono circa 2.000 ulivi piantati circa 50 anni fa, di varietà moraiolo, frantoio, canino e leccino, che producono ogni anno dai tremila ai cinquemila litri d’olio extra vergine d’oliva: un olio biodinamico d’eccellenza, premiato nel 2019 con il premio Le Cinque Gocce di Bibenda.

Il Consorzio Natura e Alimenta è nato nel 2003 da un gruppo di produttori agricoli che condivide la scelta di fare solo ed esclusivamente agricoltura biologica e biodinamica. Le circa 25 aziende consorziate sono localizzate in Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna e sono composte di allevatori di bovini, di asine, produttori di cereali, ma anche coltivatori di pomodori, viticultori, produttori di aceto.

Continuando con la declinazione di alcuni casi di successo sul fronte della sostenibilità, l’azienda Castello di Montalera gestita da Marco Minciaroni, azienda familiare di 800 ettari sul Trasimeno, in Umbria. All’interno dell’azienda si trova un Sito di interesse comunitario (Sic) e per fare in modo che gli animali potessero muoversi liberamente tra il parco e le aree boschive nell’azienda sono state costruite delle infrastrutture verdi, dei corridoi ecologici, studiati ad hoc. Inoltre, il 10% dei 450 ettari di superficie agricola utilizzata è costituito da campi perenni per gli insetti utili: si tratta di campi coltivati a strisce d’erbe spontanee e fiori. E intorno ai boschi, che ricoprono circa 200 ettari, viene lasciata una striscia di erba per dar modo agli animali che vivono nella macchia di affacciarsi e sostare all’esterno. Diverse le produzioni, i cui semi sono in parte autoprodotti: orzo, frumento duro di qualità Achille, farro monocco e dicocco, spelta e grano saraceno, lino, miglio e girasole, oltre alla favetta che, mischiata con avena o segale, viene utilizzata per il sovescio.

La volontà di innovare la propria attività rispondendo alla crescente domanda da parte dei consumatori di alimenti per l’infanzia salubri, di alta qualità e totalmente sostenibili ha portato l’azienda agricola F.lli Della Rocca di Caiazzo (CE) a mettere a punto una linea del tutto innovativa per la tracciabilità delle materie prime, le caratteristiche nutrizionali e la sicurezza alimentare. La carne utilizzata per gli omogenizzati è costituita da tagli pregiati di manzo di Razza Marchigiana IGP allevati in azienda con foraggi e cereali biologici scelti e certificati OGM-FREE anch’essi prodotti su terreni aziendali.

Per rispondere all’emergenza coronavirus facendo leva sulla sostenibilità dei prodotti, l’azienda agricola Agrilife, in Trentino, ha prodotto un Agrigel igienizzante. Il gel, preparato con materie prime agricole e 100% biologiche (latte d’asina, olio essenziale di timo, lavanda, rosmarino e alcol etilico alimentare) ha proprietà sia disinfettanti che protettive del derma ed è stato aggiunto prontamente ai prodotti cosmetici naturali che l’azienda produce. Un esempio del crescente contributo fornito dall’imprenditoria femminile che si conferma sempre più multifunzionale ed in grado di diffondere e realizzare nuove pratiche di lavoro basate sulla sostenibilità e sulla tutela e valorizzazione dell’ambiente.

 

Energie rinnovabili ed economia circolare

Per quanto riguarda lo sviluppo delle fonti rinnovabili, le cosiddette imprese agroenergetiche hanno un ruolo strategico nella sviluppo della green economy a micro scala territoriale (non parliamo quindi di megaimpianti). Un ruolo che viene ricoperto coniugando innovazione ed efficienza con la salvaguardia del territorio, della biodiversità e mitigando gli effetti negativi della crisi climatica. Per questo, sul fronte delle emissioni, l’Italia si afferma tra i più sostenibili a livello comunitario con appena il 7,2% di tutte le emissioni a livello nazionale (30 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti in Italia), contro oltre il doppio della Francia (76 milioni di tonnellate), i 66 milioni di tonnellate della Germania, i 41 milioni del Regno Unito e i 39 milioni della Spagna.

I motivi di interesse e di crescita per le rinnovabili vanno ricercati, oltre che nella riduzione dell’impronta carbonica e dell’impatto ambientale, nelle opportunità di diversificare le attività a livello aziendale, nella possibilità di valorizzare i residui e i sottoprodotti di origine agricola oltre alla necessità di far fronte a costi crescenti per raggiungere l’autosufficienza energetica. Negli ultimi anni le rinnovabili agricole sono cresciute grazie a diverse misure incentivanti — in particolar modo nel solare fotovoltaico e biogas — integrando le tecnologie in base alle potenzialità aziendali e sfruttando al meglio la disponibilità di superfici delle coperture, anche con rimozione dell’eternit, e grazie alla valorizzazione degli effluenti zootecnici.

Per le bioenergie elettriche, al 31 luglio 2019, gli impianti di piccola potenza (inferiore ad 1 MWe) a biomasse, bioliquidi e biogas incentivati con gli attuali meccanismi sono 2.517 (rispettivamente 454 impianti a biomassa, 396 bioliquidi e 1.667 biogas) [19]. Questi piccoli impianti rappresentano il 94% degli impianti a bioenergie e il 25% degli impianti a fonte rinnovabile elettrica ammessi agli incentivi. Con l’1,1% della potenza incentivata installata (circa 1,359 GW) coprono più del 19,21% della produzione elettrica da rinnovabili incentivata in Italia.

Le ricadute economiche ed occupazionali delle bioenergie elettriche evidenziano un segmento di settore con un alto valore aggiunto, stimato dal Mise [20] in oltre 1,9 miliardi di euro (di cui 320 Milioni in investimenti e 1592 Milioni in spese O&M), che assume maggior rilievo se paragonato alle altre fonti rinnovabili in funzione. In termini occupazionali, le bioenergie impegnano oltre 10 mila Unità di lavoro annuali permanenti (il 34% del totale impiegato) e 2731 Unità di lavoro annuali temporanee (il 20%). Il solo biogas è in grado di  impiegare 5425 Unità di Lavoro Annuali Permanenti (oltre il 18,2% del totale).

Lo sviluppo di queste piccole tecnologie è stato direttamente determinato dalle passate misure di incentivazione che hanno premiato, grazie all’accesso diretto agli incentivi e i registri, maggiormente le taglie ridotte e la valorizzazione dei sottoprodotti.

Lo sviluppo di questi piccoli impianti a scala aziendale è dovuto sia a logiche di mercato, determinate in particolare dalla disponibilità della biomassa, sia all’introduzione di premialità specifiche per l’aumento delle performance di efficienza energetica (es. cogenerazione) e ambientali (es. riduzione delle emissioni e abbattimento dell’azoto nei residui zootecnici), che hanno completato un quadro di rilancio dell’agro-energia, oggi interpretata in un’ottica realmente multifunzionale.

A riguardo il legislatore, con la Legge di Bilancio 2019 (legge 145/2008), ha confermato le misure di incentivazione agli impianti di biogas di potenza elettrica non superiore a 300 KW, realizzati da imprenditori agricoli e società agricole, anche in forma consortile. Misura rafforzata con il Milleproroghe (Legge 28 febbraio 2020, n. 8) che ha infatti prorogato per il 2020 gli incentivi per nuovi impianti a biogas previsti dalla Legge n. 145/2018, stanziando altri 25 milioni, pari ad un nuovo contingente di potenza di circa 23 MWe.

Nel settore termico, si nota una notevole diminuzione dei consumi finali lordi per usi termici, che passano dai 68 Mtep del 2005 a meno di 56 Mtep nel 2017. Nel 2017 i consumi da FER nel settore Termico si attestano a 11,2 Mtep, costituiti per il 73% da bioenergie [21]. La fonte rinnovabile più utilizzata è la biomassa, in primis legna e pellet usate nel residenziale.

La nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN), inoltre, avvalorando le tendenze di sviluppo della piccola generazione distribuita, rafforza la penetrazione delle tecnologie di piccola taglia a supporto dell’economia circolare. Essa prevede di sostenere le bioenergie incentivando i piccoli impianti alimentati da scarti, sottoprodotti e rifiuti agricoli, nonché introducendo criteri di efficienza e riduzione delle emissioni di polveri sottili anche per il parco installato.

Il biometano è una fonte energetica che – secondo alcune stime – può contribuire fino a circa il 15% della domanda italiana di gas al 2030 [22]. La produzione di biometano da fonti agricole in Italia ha infatti una enorme potenzialità (2,5 miliardi di metri cubi secondo SNAM, 6,5 secondo le stime del Consorzio Italiano Biogas), senza ridurre il potenziale italiano nei mercati alimentari, ma accrescendo la competitività e sostenibilità delle aziende.

Un modello di economica circolare che parte dalle aziende agricole e zootecniche con l’utilizzo degli scarti delle coltivazioni e degli effluenti di allevamento per arrivare all’utilizzo del biometano nei trattori, nelle flotte dei mezzi pubblici e nelle auto dei cittadini italiani. Il tutto consentirà di generare un ciclo virtuoso di gestione delle risorse, taglio degli sprechi, riduzione delle emissioni inquinanti, creazione di nuovi posti di lavoro e sviluppo della ricerca scientifica in materia di carburanti green.

Il CIB – Consorzio Italiano Biogas è la prima aggregazione volontaria che riunisce aziende agricole italiane produttrici di biogas e biometano da fonti rinnovabili; società industriali fornitrici di impianti, tecnologie e servizi per la produzione di biogas e biometano; enti ed istituzioni che contribuiscono alla promozione della digestione  anaerobica per il comparto agricolo per un totale di quasi 1000 soci. Il CIB rappresenta quindi tutta la filiera della produzione di biogas e biometano in agricoltura e promuove la diffusione del modello del Biogasfattobene con l‘obiettivo di contribuire al raggiungimento dei target al 2050 sulle energie rinnovabili e alla lotta alla crisi climatica. Il Consorzio è socio fondatore di EBA (European Biogas Association) e rappresenta gli interessi del settore anche a livello europeo .

Il modello circolare del Biogasfattobene, che molte aziende agricole italiane associate al CIB stanno già applicando, aumenta l’utilizzo dei terreni con i doppi raccolti e adottando tecniche di lavorazione avanzate e conservative, può ridurre le emissioni e stoccare al suolo carbonio organico immediatamente disponibile per la pianta, neutralizzando così la propria impronta di carbonio. I doppi raccolti non sottraggono spazio alle produzioni alimentari indipendentemente dalla loro tipologia, poiché si tratta di raccolti aggiuntivi, rispetto alla coltura principale, che permettono di accrescere le produzioni agrarie in modo sostenibile per rispondere ai nuovi mercati della bioeconomia.
Fertilizzando con digestato (fertilizzante naturale prodotto della digestione anaerobica) i raccolti aggiuntivi si contribuisce a migliorare la fertilità del suolo favorendo lo stoccaggio del carbonio organico, diminuendo l’apporto di chimica nei campi. Infine, si favorisce la resilienza del suolo rispetto ai fenomeni negativi di erosione e dilavamento dei terreni.

Una delle imprese agricole socie CIB, che applica il modello del Biogasfattobene, è la Società Agricola Pasquali Carlo, Marco, Nicola e Simone di Pieve San Giacomo. L’azienda pone particolare attenzione al tema della sostenibilità ambientale attraverso l’integrazione dell’attività principale di allevamento di bovine da latte con l’attività connessa di produzione di energia rinnovabili attraverso un impianto di biogas e due impianti fotovoltaici. L’azienda inoltre ha introdotto su buona parte delle superfici le più avanzate tecniche di lavorazione dei terreni incentrate sull’agricoltura di precisione e la minima lavorazione. Grazie all’utilizzo del digestato come fertilizzante naturale, l’azienda ha potuto ridurre notevolmente l’acquisto di fertilizzanti di sintesi (- 70%) e migliorare il contenuto di sostanza organica dei terreni. Queste pratiche, unite a tecniche di agricoltura di precisione (quali la minima lavorazione dei terreni) hanno comportato un aumento della resa produttiva per ettaro (+ 5%), permettendo di ridurre del 20% i consumi di carburante per la movimentazione di macchine agricole e del 20% l’uso di acqua irrigua avendo adottato anche tecniche di irrigazione a goccia sul mais.

La digestione anaerobica integrata in azienda agricola è dunque un volano per le tante produzioni di qualità made in Italy, per una maggiore fertilità dei suoli, per una produzione di energia rinnovabile programmabile, per la produzione di un biocarburante avanzato (il biometano) che contribuisce anche alla decarbonizzazione dei trasporti.

Vi è poi l’azienda agricola Palazzetto di Grumello Cremonese (CR). A partire dal 2009, con l’installazione dell’impianto a biogas e l’introduzione dei doppi raccolti, l’azienda agricola Palazzetto ha sensibilmente aumentato il raccolto di mais da foraggio. Nel contempo, i capi di bovini da latte sono passati da 200 a 300. Grazie all’utilizzo del digestato come fertilizzante naturale, c’è stata una riduzione dell’80% nell’utilizzo di fertilizzanti di sintesi e si è rilevato negli ultimi 10 anni un incremento del carbonio organico nel suolo di 3 tonnellate per ettaro, pari a 11 tonnellate di emissioni di CO2 evitate. Queste  pratiche, unite a tecniche di agricoltura di precisione e semina su sodo o con minima lavorazione, hanno comportato un aumento della resa produttiva per ettaro, permettendo di ridurre del 16% i consumi di carburante per la movimentazione di macchine agricole e del 20% l’uso di acqua irrigua.

La digestione anaerobica integrata in azienda agricola è dunque un volano per le tante produzioni di qualità made in Italy, per una maggiore fertilità dei suoli, per una produzione di energia rinnovabile programmabile, per la produzione di un biocarburante avanzato (il biometano) che contribuisce anche alla decarbonizzazione dei trasporti.

L’idroelettrico assumerà una funzione polivalente, in cui il settore agricolo avrà un ruolo determinate. Infatti, tra gli obiettivi da perseguire con la Strategia energetica nazionale (SEN) ed il Piano Energia Clima, è prioritario l’introduzione di sistemi di storage sia “utility scale” sia “distribuiti”, tra cui anche l’accumulo idroelettrico, che contribuiranno a gestire gli oltre 110 TWh di produzione elettrica da fonte rinnovabile non programmabile, previsti al 2030. L’uso dei bacini idrici potrà di fatti svolgere anche il ruolo di accumulo (tramite sistemi idroelettrici di pompaggio, per circa 5 GW aggiuntivi all’esistente) per accogliere nel sistema elettrico nazionale ed europeo l’enorme quantità di rinnovabili necessarie alla sicurezza della rete.

Per raggiungere l’obiettivo, Coldiretti, TERNA e ANBI (Associazione nazionale bonifiche irrigazioni), hanno siglato un Protocollo per definire una strategia volta a massimizzare i benefici derivanti dall’impiego della risorsa irrigua attraverso una gestione polivalente, finalizzata all’utilizzo ottimale ed efficiente delle reti idriche e degli invasi per usi idropotabili, irrigui ed energetici.

Tra i casi pratici di successo nel settore delle energie rinnovabili si cita il progetto Energia agricola a km 0: la prima comunità agro-energetica 100% rinnovabile e a km 0, che dopo l’avvio in Veneto si estende anche ad altre Regioni d’Italia. Promosso da Coldiretti Veneto e ForGreen Spa Società Benefit, il, il Progetto Energia agricola a km 0 è stato sviluppato con l’obiettivo di diffondere di una nuova cultura energetica in grado di sensibilizzare anche i consumatori finali nei confronti dell’utilizzo di energia agricola a km 0 e stimolare nuova produzione da fonti energetiche rinnovabili. Il progetto prevede, infatti, l’acquisto di energia dai produttori e la re-immissione di questa sul mercato dei consumatori: un meccanismo che premia la produzione locale garantendo la completa tracciabilità della filiera produttiva, ridistribuisce i premi e gli sconti tra gli aderenti, anche attraverso la fornitura di una serie di servizi che aiutino a migliorare l’efficienza degli impianti fotovoltaici. Tutta l’energia di filiera viene gestita da ForGreen, partner tecnico ed energetico del progetto, che ritira l’energia prodotta dagli associati e la certifica con le garanzie d’origine con il marchio internazionale per la sostenibilità energetica EKOenergy e con un sistema di contabilizzazione di filiera energetica di community. Ad oggi il progetto ha già coinvolto più di 20 milioni di chilowattora di energia scambiata tra produttori e consumatori, più di 500 tra aziende ed abitazioni private che producono e consumano energia agricola a km 0.

Tra i casi da citare, ricordiamo Bonifiche Ferraresi, che già oggi copre il 100 % dei fabbisogni elettrici attraverso la produzione diretta da fotovoltaico, e con l’impianto di  biometano (che soddisferà a breve i consumi termici), diverrà autosufficiente azzerando completamente le emissioni e riducendo al minimo gli impatti ambientali. Inoltre, per massimizzare l’autoconsumo dell’energia prodotta, è stato installato un sistema di accumulo Tesla di ultima generazione da 100kWp/190 kWh con la prospettiva futura di ampliare ulteriormente il parco batterie.

 

Innovazione in campo

Ancora Bonifiche Ferraresi si contraddistingue per aver adottato criteri di precision farming (in cui la tecnologia sposa la sostenibilità) ha l’obiettivo di massimizzare le rese minimizzando l’impatto ambientale. I terreni sono stati georeferenziati, le caratteristiche del suolo (come resistività e concentrazione di macro e microelementi) sono state analizzate e mappate così come le rese colturali, lo stato di accrescimento delle colture viene costantemente monitorato. L’insieme dei dati così ottenuti permette di intervenire esclusivamente ove serve (management zone characterization) e nella misura strettamente necessaria evitando sprechi, incrementando inoltre l’efficienza di utilizzo dei macchinari di circa il 15 % grazie all’adozione del controllo telemetrico. Questo consente pertanto un’analoga diminuzione delle emissioni climalteranti, l’incremento delle rese colturali di circa 10-15 % e una diminuzione dell’8-10 % sul consumo di concimi e fitofarmaci. La scelta del tipo di irrigazione più congeniale per ogni coltura può inoltre consentire un utilizzo ottimale delle risorse idriche. Test eseguiti su mais hanno portato, ad esempio, ad una diminuzione del consumo idrico del 40 % circa.

Bonifiche Ferraresi crede nella possibilità di sviluppare un’agricoltura sostenibile al punto da non limitarsi ad applicare i principi di agricoltura di precisione all’interno dei confini aziendali, ma voler invece contribuire alla loro diffusione in tutto il settore. Ha infatti attivamente partecipato assieme ad importanti enti di ricerca (quali CNR e alcuni dei principali poli universitari) allo sviluppo e messa a punto di tali pratiche e insieme ad Ismea ha costituito IBFServizi: una società di servizi di agricoltura di precisione con lo scopo di offrire la possibilità di adottare tali pratiche sostenibili anche ad aziende di piccole dimensioni o che non dispongono del know-how o dei mezzi necessari. Recentemente la società è stata partecipata anche da E-Geos, azienda leader nel campo dell’osservazione della terra (partecipata a sua volta da ASI e Gruppo Leonardo) e A2A SmartCity, la più grande multiutility Italiana, che hanno portato all’azienda un importante contributo tecnologico nel settore della sensoristica remota e prossimale.

Nelle esperienze più innovative in campo agricolo, un ruolo crescente lo rivestono i servizi di consulenza aziendale (finanziati fino al 100% dai Programmi di sviluppo rurale 2014-2020) in un’ottica di sostenibilità e competitività delle stesse aziende. Si può citare la rete di Società PSR&Innovazione, articolata nelle varie Regioni italiane per l’implementazione di efficaci ed efficienti servizi di consulenza in agricoltura anche sui temi della sostenibilità e dell’efficienza. Oppure l’Innovation Advisor Coldiretti sullo Sviluppo rurale o ancora l’APP TerraInnova sempre di Coldiretti, sullo sviluppo rurale: rivolta a tutti gli altri operatori del mondo agricolo con una serie di servizi sempre a portata di mano in grado di fornire un contributo per uno sviluppo sostenibile delle aziende agricole.

Il Consorzio di Tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG ha deciso di rafforzare le diverse azioni a protezione dell’ambiente già messe in campo in questi anni, tra i primi al mondo ad aver fatto approvare presso le amministrazioni comunali dell’area il divieto assoluto all’uso di glifosate dal 2019, facendo diventare così l’intera area della denominazione il più vasto territorio viticolo d’Europa libero da questo erbicida.
Insieme a Fondazione Symbola ha realizzato uno studio finalizzato a mappare le principali soluzioni tecnologiche disponibili per migliorare prodotti e processi produttivi della filiera vitivinicola italiana nel segno della sostenibilità e della qualità. Grazie alla collaborazione tra il consorzio e Symbola, Enel X, la società del Gruppo Enel dedicata ai prodotti innovativi e soluzioni digitali, avvierà in un’attività di formazione e sensibilizzazione specifica sui temi dell’economia circolare nella produzione di energia rinnovabile, dell’efficientamento energetico, dell’energy management e dello sviluppo della mobilità elettrica per le attività nei vigneti, per i processi di produzione e per quelle accessorie svolte in cantina.
Relativamente al diserbo in collaborazione con Novamont, azienda pioniera nel settore della bioeconomia e leader internazionale nella produzione di bioplastiche e nello sviluppo di biochemicals, verrà avviata la sperimentazione di bio-erbicidi di origine totalmente naturale e l’impiego del telo per la pacciamatura in Mater-Bi biodegradabile in suolo, in sostituzione dei teli in plastica tradizionale. Tra le azioni da mettere in campo, si prevede inoltre l’adozione di tecnologie 4.0, in particolare l’uso di droni in vigneto per la creazione di mappe tematiche georeferenziate con cui elaborare carte di prescrizione per operazioni colturali, rafforzando così l’azione dei bollettini agronomici, servizio già oggi presente per le aziende aderenti al Consorzio. Sono previste inoltre azioni per la protezione e la valorizzazione della biodiversità attraverso l’integrazione tra discipline agronomiche ed ecologiche e azioni per la cura e la salvaguardia dei “ciglioni”, elemento caratteristico delle Colline di Conegliano Valdobbiadene, Patrimonio UNESCO

La risorsa idrica rappresenta un elemento decisivo per uno sviluppo sostenibile, complice anche la vulnerabilità alla crisi climatica a causa della quali diverse zone del nostro territorio risultano particolarmente soggette a periodi di siccità. Elevati standard qualitativi caratteristici del made in Italy agroalimentare non possono, infatti, essere raggiunti riducendo l’impiego di risorse idriche oltre determinati parametri quantitativi: fondamentali, quindi, sono la razionalizzazione e l’efficientamento degli utilizzi irrigui ed il potenziamento strutturale funzionale ad una sempre più efficace raccolta e gestione della risorsa idrica.

Nella direzione di una gestione razionale e sostenibile dell’acqua in agricoltura va senz’altro citato Irriframe, il sistema di irrigazione intelligente realizzato dall’Anbi (Associazione nazionale bonifiche) che garantisce un risparmio idrico fino al 25%. Si tratta di un software 100 % made in Italy che, grazie alla combinazione di più parametri (tipo di coltura, previsioni meteo, umidità del terreno, disponibilità idrica) permette di inviare all’agricoltore (via computer o telefonia mobile) informazioni su “come”, “quando” e “quanto” irrigare. Con la nuova App il consiglio arriverà anche in versione vocale (Irrivoice). Il tutto in modo gratuito. Il sistema oggi è attivo su una superficie di 1,6 milioni di ettari (circa il 48% della superficie consortile irrigabile di tutta Italia) situati in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Puglia, Basilicata e Calabria.

 

Foreste: paesaggio, clima, biodiversità

Il settore forestale ha un valore essenziale in tema di sostenibilità. Secondo l’Ipcc (organismo intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici) le soluzioni naturali possono contribuire fino ad un terzo della riduzione di CO2 fissata dagli accordi di Parigi. Un comparto strategico per la transizione verde attraverso la valorizzazione delle risorse forestali che rappresentano un importante polmone verde, e che ricoprono quasi il 40% del territorio nazionale con un importante ruolo biologico e culturale. In cui le imprese agroforestali italiane svolgono un ruolo cruciale sugli 11,4 milioni di ettari di foreste (valore in costante crescita nel tempo). La superficie forestale è aumentata del 2,9% negli ultimi 5 anni. Questi valori testimoniano l’importanza delle aree forestali in un’ottica di transazione verde, anche pensando al Green Deal europeo. Una risorsa fondamentale per il nostro paese in termini paesaggistici, ambientali ed economici. E anche, come abbiamo vista, dal punto di vista climatico: la funzione di carbon sink esercitata dalle foreste italiane oltreché da alcune attività di gestione del suolo in ambito agricolo. Si tratta di un contributo positivo importante al bilancio delle emissioni climalteranti nazionali che dovrebbe essere ulteriormente promosso. Al momento, infatti, non esistono misure di sostegno dirette per i carbon sink agroforestali e anche i mercati volontari dei crediti di carbonio non risultano adeguatamente regolamentati. Nonostante ciò, il settore agroforestale, con gli assorbimenti contabilizzati nell’ambito del settore LULUCF [23], produce un assorbimento pari a 36.266 Gg CO2 eq [24] contribuendo ad una riduzione del 8,4 % del bilancio nazionale delle emissioni climalteranti.

 

Il settore ittico

Anche il settore della pesca contribuisce al cammino del Paese verso la sostenibilità. Sono 12 mila le imprese di pesca sparse su quasi 7.900 km di costa e 810 approdi. Questo settore svolge una funzione essenziale nel garantire la sussistenza e preservare il patrimonio culturale delle comunità rivierasche, in particolare nelle regioni in cui è presente la piccola pesca costiera artigianale che detiene un ruolo importante dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Un contributo fornito dalla capacità di ridurre al minimo gli impatti negativi di questa attività produttiva sull’ecosistema marino (sul nostro territorio sono presenti 8 mila micro imprese della piccola pesca artigianale).

In tale contesto anche l’acquacoltura, sia marina che d’acqua dolce, svolge un ruolo importante, così come la coltivazione di alghe per la produzione di prodotti alimentari e di altre materie prime (come ad esempio la spirulina, utilizzata sia nel settore della cosmetica che della farmaceutica e della mangimistica).

Lo stesso vale per le produzioni biologiche di acquacoltura (34 da quanto riportato dal SIAN25), nei quali viene proibito l’utilizzo di antibiotici preventivi, di sostanze chimiche e di ormoni per la riproduzione. La gestione mira soprattutto al benessere degli animali ed alla prevenzione delle malattie. Tali produzioni, anche se non ancora nel pieno delle proprie potenzialità, coinvolgono sia l’allevamento di pesci che di molluschi bivalvi.

Le innovazioni tecnologiche in questo settore sono svariate. Per quanto riguarda la pesca sono rivolte principalmente a pratiche e tecniche di cattura a basso impatto sull’ecosistema marino e sull’ambiente e alla riduzione delle plastiche a mare attraverso l’uso di nuovi materiali compostabili che possano sopperire ai comuni materiali utilizzati per le cassette per il pesce (come il polistirolo) e le retine utilizzate per commercializzare i molluschi. A tal proposito, al fine di incentivare l’investimento su questi materiali più sostenibili, pur essendo più costosi, Coldiretti Impresapesca ha avviato un’attività di sensibilizzazione verso i propri associati, permettendo ad alcuni di loro di ottenere una certificazione ambientale sul corretto smaltimento dei rifiuti portuali e fornendo cassette per il pesce e retine per il confezionamento dei molluschi compostabili, a scopo dimostrativo e di sensibilizzazione.

Anche in acquacoltura è sempre più incentivata la ricerca di nuovi materiali in grado di sostituire i materiali plastici utilizzati in particolar modo nella mitilicoltura e l’impiego di nuove tecniche a basso impatto ambientale, come i sistemi a circuito chiuso, l’acquaponica (che unisce l’allevamento di specie ittiche con la coltura di ortaggi) o la cosiddetta IMTA (acquacoltura integrata multitrofica). Ad esempio Aquatec srl, azienda veneta di mitilicoltura, adotta con successo una tecnica di allevamento ecocompatibile, ancora poco utilizzata nel Mediterraneo ma ben impiegata nei paesi del nord Europa e in Nuova Zelanda, definita in “corda continua”, che prevede l’uso di materiali biodegradabili e tessuti ecocompatibili (come ad esempio la cotonina) al posto del comune polietilene, del nylon o delle altre plastiche non decomponibili, impiegate nella fabbricazione delle cosiddette “calze” o “reste” in cui vengono inseriti e accresciuti i mitili negli impianti di allevamento.

Grande impegno viene messo inoltre nella ricerca e formulazione di mangimi alternativi che impieghino una minor quantità di farine e olii di pesce, utilizzando ad esempio microalghe o proteine di insetti.

 

 

2. Fonte Commissione Europea, (eAmbrosia) aggiornato al 7/9/2020.

3. Fonte: “Ventesima revisione dell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali” del Mipaaf, del 10/2/2020.

4. Mercati in cui vengono venduti solo prodotti agricoli, italiani, provenienti dai territori regionali quindi rigorosamente a km 0.

5. Il premio promosso da Coldiretti Giovani Impresa, che punta a valorizzare il lavoro di tanti giovani che hanno scelto per il proprio futuro l’Agricoltura. Obiettivo dell’iniziativa è promuovere l’agricoltura sana del nostro Paese che ha come testimonial le tante idee innovative dei giovani agricoltori.

6. Rapporto ISMEA sulla Competitività dell’agroalimentare italiano: “I dati che emergono dall’analisi della catena del valore confermano forti squilibri nella distribuzione del valore lungo la filiera agroalimentare”.

7. Fonte: Eurostat per il periodo compreso fra il 2011 al 2018.

8. Riferimento 2003-2018.

9. Secondo la classificazione Istat e Ispra.

10. Entrato in vigore nel 2014, alla chiusura di questo report se ne attende a breve l’aggiornamento.

11. V. https://www.reterurale.it/produzioneintegrata.

12. Fonte Mipaaf.

13. Fonte: Controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti per l’anno 2018 del Ministero della salute.

14. Fonte: “The 2018 European Union report on pesticide residues in food” di EFSA.

15. V. tab. 53 del rapporto cit. del Ministero della salute, pag. 53, relativa al riepilogo dei risultati delle importazioni di frutta, ortaggi, cereali, olio, vino ed altri prodotti.

16. I dati di settore vengono presentati nel rapporto “Bio in cifre 2020” del Sinab che registra i principali numeri del settore biologico in Italia: mercato, superfici, produzioni del biologico italiano con le tendenze e gli andamenti storici. Il rapporto annuale è realizzato da Ismea e CIHEAM per conto del Ministero delle Politiche Agricole alimentari e forestali.

17. Fonte Bioreport MIPAAF 2018.

18. A cura dell’Associazione Biodinamica.

19. Elaborazione dati Gestore dei Servizi Energetici SpA al 31.07.2017, da Associazione le Fattorie del Sole – Coldiretti www.fattoriedelsole.org.

20. Relazione annuale del Ministero Dello Sviluppo Economico: La situazione energetica nazionale nel 2018.

21. GSE: Fonti Rinnovabili in Italia e in Europa verso gli obiettivi al 2020 e 2030. Statistiche sulle rinnovabili, Luglio 2019.

22. SNAM S.P.A. audizione sull’affare assegnato n. 932 (profili ambientali della strategia energetica nazionale).

23. L’Inventario Nazionale delle emissioni di gas serra prevede un settore per la stima degli assorbimenti e delle emissioni di gas serra derivanti da uso delle terre, cambiamento di uso delle terre e selvicoltura (Land Use, Land Use Change and Forestry – LULUCF). Regolamento (UE) 2018/841 (Regolamento LULUCF).

24. Dati 2018, fonte ISPRA NIR 202.

25. Il SIAN è il sistema informativo unificato di servizi del comparto agricolo, agroalimentare e forestale messo a disposizione dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali e dall’Agea – Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura.

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