Waste End - Economia circolare, nuova frontiera del made in Italy

Data : 13 marzo 2015

 

 

L’obiettivo “rifiuti zero” in Italia non è oggi solo un orizzonte culturale, lontano per alcuni, ma una possibilità tecnologica in grado di dare forza e competitività alla nostra economia. Per renderla concreta è necessaria un’alleanza tra cittadini, istituzioni ed imprese, a partire da esperienze già in atto. Il futuro dei rifiuti è infatti già tra noi. E’ un futuro che parla più di risorse che di costi, di innovazione (nella raccolta, nel trattamento, come nell’industria di riciclo e nella manifattura) invece che di inefficienze. Che vede in campo più energie per la gestione (puntare finalmente su riduzione e riutilizzo effettivo, rendere più efficiente la differenziata e affiancarla con nuove raccolte) che per i nuovi impianti (avviare una moratoria per inceneritori e discariche, e  incoraggiare, invece, digestione anaerobica, compostaggio e recupero di materia). Che racconta di opportunità (per l’ambiente e il territorio come per la competitività delle imprese, sempre affamate di materie prime; per la capacità innovativa del sistema industriale, alle prese con questioni strategiche come il recupero delle terre rare, il trattamento delle plastiche miste, il recupero energetico carbon neutral) e meno oneri (la riduzione del rifiuto residuo taglia la spesa a carico dei cittadini, il recupero dei materiali e quello energetico carbon neutral sostengono i bilanci delle aziende e l’autonomia del Paese).

E’ un futuro che ha i suoi semi in un presente fatto anche di grandi eccellenze, di esperienza d’avanguardia a livello europeo. Che offre grandi opportunità: dal protagonismo potenziale della meccanica nella preparazione al riciclo, all’impiego delle materie prime seconde nella manifattura, alle nuove filiere industriali che nasceranno.

E’ questa la prospettiva dalla quale Waste End guarda – a 360 gradi: da un punto di vista della gestione, tecnologico, normativo - il panorama dei rifiuti italiano (e internazionale): un settore che si trova globalmente ad una svolta. Come dimostra, ad esempio, il grido d’allarme degli addetti ai lavori dei paesi Scandinavi: che hanno iniziato a guardare con interesse ai rifiuti delle regioni del sud Europa come fonte di alimentazione per i loro sistemi energetici – soprattutto il riscaldamento urbano - messi in crisi dalla riduzione dei consumi e dalla nuova sensibilità ambientale, che riducono la disponibilità di rifiuti.

A guardarlo oggi, quello dei rifiuti italiani appare – e a ragione – un sistema complicato, intricato e assai spesso inefficiente. Non solo le differenze locali nella raccolta differenziata o, peggio, l’inaccettabile degrado cui, periodicamente, alcune città vengono abbandonate. Oggi l'esito vistoso di questa inefficienza di sistema si rileva nei costi del servizio: nelle regioni settentrionali, dove la raccolta differenziata (strutturalmente più onerosa rispetto alla raccolta indifferenziata) è migliore e ai rifiuti residui è riservato un trattamento tecnologico, i costi della gestione sono inferiori a quelli delle regioni meridionali e dell'Italia centrale (126 € nella media delle regioni del Nord, contro 136 al Sud e 163 al Centro).

Il settore della raccolta, complessivamente, ha un numero di addetti pari a più di 1 volta e mezzo quello della Germania e più che doppio rispetto alla Francia. Poi l’impiantistica. In Italia sono operativi 44 impianti di incenerimento per rifiuti urbani, frazione secca e combustibile derivato da rifiuti (2013): con una capacità tecnica (al Nord, dove si concentrano gli impianti, siamo addirittura sopra al 30% dei rifiuti prodotti) che diventa di fatto un ostacolo ai progressi nella raccolta differenziata e nei processi industriali che ne derivano. Senza considerale l’effetto distorsivo degli incentivi, storicamente molto alti e ancora vigenti, alla produzione elettrica da rifiuti: accomunati, ancora oggi, alle fonti rinnovabili.

L’inefficienza si vede nella bassa qualità dei trattamenti. I trattamenti meccanico-biologici (Tmb) sono effettivamente ‘biologici’ solo in due casi su tre, mentre, per il resto, o sono solo dei trattamenti preliminari all'incenerimento o sono dei cosiddetti "trito-vagliatori” privi di effettivo significato sotto il profilo ambientale e tecnologico, nati come interventi di emergenza e poi irrazionalmente consolidati. Oggi facciamo raccolta differenziata per circa 13 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, di cui una quota di poco inferiore al 20% finisce, comunque, in discarica o a generare energia. Raccogliamo separatamente i rifiuti ingombranti, inclusi le parti tessili (in primo luogo materassi, moquette, tappeti), e poi li avviamo a smaltimento. L'Italia è il  principale produttore di materassi su scala europea, eppure …

Inefficienza e potenzialità sprecate, dunque. Siamo uno dei grandi produttori di macchine per l'industria meccanica o per settori come l'industria tessile o alimentare: eppure nei settori di punta dell'industria del riciclo degli urbani siamo sostanzialmente dipendenti da tecnologie norvegesi e tedesche. Mentre la nostra grande competenza in materia potrebbe tradursi nella nascita di una industria nazionale della selezione delle materie seconde, visto che molte tecnologie di separazione o di riconoscimento sono del tutto analoghe.

Nonostante ciò abbiamo forza e talenti per cambiare le carte in tavola. Dai picchi di efficienza toccati nel settore delle raccolte porta a porta – che sia a Ponte nelle Alpi o a Salerno - ai primati di Milano, che è, insieme a Vienna, in cima alla classifica delle metropoli europee (sopra il milione di abitanti) per raccolta differenziata, e, fra le grandi città, ha il primato mondiale per numero di persone servite dalla raccolta dell’organico. Siamo stati precursori, a livello mondiale, nell’introduzione del divieto di commercializzazione delle buste per la spesa monouso non compostabili, con un significativo incremento della qualità dell’organico raccolto ed un minor aggravio di costi per gli impianti di trattamento (nello smaltimento degli scarti generati dalle plastiche non compostabili) e le municipalità ed i gestori del servizio di raccolta (nella riduzione dell’onere di distribuzione dei sacchetti compostabili alle utenze).

Siamo campioni europei nel riciclo industriale: a fronte di un avvio a recupero industriale di 163 milioni di tonnellate di rifiuti, in Italia ne sono state recuperate 24,1 milioni, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi (in Germania sono state recuperate 22,4 milioni di tonnellate). Il  settore del recupero dei materiali in senso stretto ha performance brillanti. Cresce a ritmi ben superiori a quelli dell’industria manifatturiera nel suo insieme, nonostante la crisi. Nel periodo 2008-2011 (e i dati provvisori sugli anni successivi confermano) cresce il numero delle imprese (+7%), aumenta il valore aggiunto (+40%) e crescono gli occupati (+11%). Addirittura, nonostante una presenza ancora consistente di piccoli operatori, il settore presenta un tasso di investimenti (sia in rapporto al valore aggiunto che per addetto) superiore alla media del settore manifatturiero (rispettivamente il 22% e il 37% in più); in particolare negli investimenti in brevetti e licenze (il 6% del valore aggiunto contro il 4%).

Il settore metallurgico, per fare ancora un esempio, è in prevalenza un settore basato sull'impiego di rottami e materie seconde; quello cartario è privo di produzione nazionale di cellulosa e produce, quindi, da maceri. Più in generale, è l'industria manifatturiera made in Italy che ha una esperienza storica di uso dei maceri e dei cascami, in tanti settori.

 

E’ questa la linea dello start, da qui si deve partire per rilanciare il nostro sistema di gestione rifiuti e farne un pezzo trainante dell’economia, dell’industria, dell’innovazione. Partendo dalle capacità, dalle tecnologie, dalle migliori pratiche già in campo, dalle imprese che sono, già oggi, in prima linea a livello internazionale. Come, ad esempio, Contarina, in provincia di Treviso: che attraverso un sistema integrato è da anni ai vertici italiani ed europei nella gestione, e nelle riduzione del rifiuto urbano residuo. Come, ancora, il progetto di Chivasso (TO), che condivide con questo lavoro i principi dell’economia circolare, e punta su tecnologie d’avanguardia e filiere innovative per l’Italia. O l’impianto di Trattamento meccanico biologico con recupero di materia – la cosiddetta fabbrica dei materiali - in corso di realizzazione a Reggio Emilia.

Il principio ispiratore è quello, ormai affermato -  raccolto anche dalla Commissione europea nel pacchetto dedicato, proposto il 2 luglio scorso - dell'economia circolare: un modello non più lineare, dalla materia al prodotto al suo smaltimento, bensì “un’economia – così la definisce la Ellen MacArthur Foundation - pensata per potersi rigenerare da sola”.  Che non riguarda solo ciò che succede a valle della produzione e del consumo, ma parte dalla progettazione di un sistema più efficiente nell'uso di risorse:  con l’utilizzo massiccio delle fonti e delle risorse rinnovabili; con  chi produce (e anche chi consuma) responsabile dell’intero ciclo di vita del prodotto; con una forte capacità di innovazione e un design di prodotto fatto per durare, per il disassemblaggio, il riciclaggio e il riutilizzo.

L’obiettivo di  Waste End è arrivare in un quinquennio – servendosi, dove possibile, anche degli stanziamenti del Piano Junker – ad una rivoluzione non limitata, come abbiamo detto, alle sole discariche e agli inceneritori (che pure ne saranno fortemente investiti), ma al nostro modello produttivo.

Con una serie di misure realizzabili a breve. A partire dalla riduzione dei rifiuti. Allungando la vita dei prodotti: passando, quando possibile, dai prodotti monouso a quelli alla spina; cavalcando l’onda della sharing economy (lavanderie invece di lavatrici, servizi invece che oggetti); grazie ad una maggiore riparabilità dei beni (con una progettazione più creativa e smart) e sfruttando, ad esempio, i numerosi fab lab che stanno nascendo in Italia (con Milano che, coi sui sei lab si candida, con Lima e seguita da Parigi, Boston e Tokio, a guidare la lista delle città più all’avanguardia in questo ‘movimento’). Intervenendo sull’inaccettabile spreco alimentare, e con il phasing-out di una intere categorie di prodotti, come gli imballi alimentari non compostabili. Spingendo, poi, l’acceleratore del riutilizzo: con raccolte più capillari ed efficienti degli oggetti ancora utilizzabili, e con centri di raccolta e redesign.

La rivoluzione Waste End si realizza attraverso misure per rendere più smart la raccolta differenziata: quella delle frazioni principali e anche dell’abbigliamento, l’arredamento, le apparecchiature elettriche ed elettroniche (fonte preziosa di materia prima), anche attraverso una combinazione di centri di raccolta, reverse collection, raccolte su appuntamento. Rafforzando la raccolta dell’umido, puntando - come proposto nel paper Italy Towards Zero Waste Landfill – anche su soluzioni innovative per aumentare l’utilizzo della frazione organica (unica via per un rapido rispetto delle richieste dell'Ue sulla riduzione del rifiuto biodegradabile in discarica) come risorsa per nuovi prodotti ed intermedi ad alto valore aggiunto: dal biogas alla chimica verde.

A valle delle raccolte differenziate, è necessario far crescere, e qualificare ulteriormente, l'industria di preparazione al riciclo, per creare un’economia del recupero di materia e nuovi sbocchi nell'industria manifatturiera. Per alcuni flussi (la frazione organica, come abbiamo detto) servirà una massiccia realizzazione di nuovi impianti di trattamento. Per altri (le plastiche eterogenee, i pannolini, i materassi, i prodotti tessili) bisognerà sostenere lo sviluppo di nuove filiere industriali. Va generalizzato, ad esempio, il riciclo delle terre di spezzamento (da destinare all’edilizia), e sviluppata ricerca e sperimentazione nel recupero dai Raee – una miniera per molti materiali. In questa ottica, inoltre, le raccolte degli imballaggi dovrebbero avere come orizzonte le raccolte dei materiali.

La conversione energetica sarà carbon neutral, cioè senza emissioni aggiuntive di CO2. Perché basata su materiali biologici: come la conversione energetica delle frazioni bio-based derivanti da raccolta differenziata (o selezionabili dal rifiuto residuo nelle fabbriche dei materiali), attraverso tecnologie di digestione anaerobica con recupero di biogas e attraverso tecnologie più d’avanguardia come la conversione a bioetanolo delle matrici cellulosiche. O perché impiegate in diretta sostituzione di combustibili fossili più inquinanti: in particolare di pet-coke nei cementifici o di carbone in altri impieghi industriali o energetici, a partire dalla produzione di CSS. Nella costruzione di impianti di gestione vanno implementati i sistemi ‘resilienti’, in grado di garantire l’adattamento al contesto produttivo e dei consumi, senza lasciare alle comunità delle inutili – e costose – cattedrali nel deserto. Vanno dismessi gli impianti di incenerimento privi di efficienti linee di recupero energetico, e va lanciata una moratoria contro quelli nuovi. La discarica cesserà di essere un "reattore biologico", per diventare finalmente un "deposito minerale": solo per scarti di trattamento e rifiuti stabilizzati o mineralizzati.

Utilissime, anche se meno immediate, alcune innovazioni normative. Come la tariffazione sulla base della effettiva produzione di rifiuto (o, meglio, del rifiuto non differenziato), secondo i modelli PAYT ("Pay as you throw"). Vanno cancellati i “sussidi perversi” al recupero energetico degli impianti di incenerimento (che producono energia prevalentemente grazie alla componente fossile, plastica, del rifiuto).

Partendo da qui, entro il 2020, con la ricetta Waste End, il mondo dei rifiuti potrebbe essere protagonista di una vera rivoluzione. Con una diminuzione dei rifiuti avviati in discarica (ridotti ad un terzo, dal 38% al 12% del totale), col raddoppiamento della raccolta differenziata (dal 43% all’82%), col rifiuto urbano residuo indifferenziato che si riduce ad un terzo (dal 57% al 18%), e l’incenerimento più che dimezzato (dal 17% al 7%).

Questa rivoluzione cambia, ovviamente, anche la dotazione impiantistica: drastica riduzione delle discariche e degli inceneritori e forte aumento di impianti di  compostaggio e digestione anaerobica. Raddoppia, inoltre, il fabbisogno di impianti di preparazione al riciclo per imballaggi, rifiuti tessili, prodotti di arredo, pannolini, terre di spazzamento e Raee.

In campo ci sono non solo vantaggi ambientali - minor consumo di risorse, minor consumo di territorio, minori emissioni: il nuovo sistema di gestione dei rifiuti può evitare emissioni climalteranti per quasi 19 milioni di tonnellate di CO2, più del 4% delle emissioni nazionali - ma anche rilevanti vantaggi economici, soprattutto in un paese già dotato della più forte industria manifatturiera del riciclo d'Europa. In termini di contenimento dei costi complessivi dei servizi di gestione dei rifiuti, attivazione di nuove imprese, generazione di occupazione.

La capacità industriale di preparazione al riciclo raddoppierebbe da 12 milioni di tonnellate attuali a 24 milioni di tonnellate, il recupero di materia nei processi industriali passerebbe dall'attuale 24% dei rifiuti al 48,5% , il recupero per usi agronomici dal 13% al 30%, mentre il recupero per usi energetici dal 19% attuale scenderebbe al 14%, privilegiando soluzioni meno inquinanti e più innovative.

Una rivoluzione che porta con se nuove imprese, e nuova occupazione. Nel ciclo di gestione dei rifiuti  si avrebbero circa 22.000 occupati in più (+37%), per effetto di una forte crescita nei settori a più alta intensità di lavoro, in particolare nella raccolta (+17.000 unità) e preparazione al riciclo (+9.000), mentre si ridurrebbe l'occupazione nella gestione degli impianti di smaltimento (-3.800 unità). Nel settore del riutilizzo si genererebbero fino a 10.500 nuovi occupati (solo in parte sostitutivi di occupazione esistente). Lo sviluppo del riciclo determinerebbe una crescita di 12.000 occupati rispetto alla situazione attuale. Il valore della produzione nell'industria di preparazione passerebbe da 1,6 miliardi attuali a 2,9 miliardi. Difficile stimare, invece, le conseguenze occupazionali ed economiche nella manifattura, che da dal nostro scenario circolare potrebbe ricevere una leva potente. Nel complesso, questa transizione verso un nuovo paradigma - di gestione dei rifiuti e, insieme, manifatturiero - porterebbe i costi legati ai servizi di gestione dei rifiuti urbani giù del 20% circa (meno oneri per i cittadini, insomma).

Si tratta di stime, fatte quasi sempre al ribasso, che, al di là dei decimali, descrivono uno scenario in cui l’ambiente, l’efficienza, l’innovazione, la qualità e la competitività tornano protagonisti. Uno scenario in virtù del quale il Paese può rafforzare il proprio protagonismo manifatturiero, e conquistare posizioni su terreni di frontiera, come le tecnologie innovative al servizio del riciclo, e la produzione di materie prime seconde di qualità (soprattutto quelle più scarse, come le terre rare e alcuni metalli). Parlando di rifiuti, insomma, parliamo del futuro – un futuro migliore – per il Paese.

 

Pietro Colucci

Presidente Kinexia Spa

 

Ermete Realacci

Presidente Fondazione Symbola

 

 

 
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