L'ambiente nuova opportunità per fare business

di Aldo Bonomi direttore AASTER

Data : 22 luglio 2010 - 30 novembre -1
Fonte : Seminario Estivo di Symbola 2010

Lo aveva già intuito il vecchio Marx che il capitalismo è crisi: è nella sua natura progredire per discontinuità e salti in avanti. Apprendendo dagli errori anche sul piano dei costi sociali. Difficile parlare di capitalismo e crisi se non si mette l'accento su quella "e". Perché il capitalismo nel suo incedere da sempre funziona come una grande macchina progressiva più che progressista che fonde i corpi solidi delle regole e degli assetti sedimento e residuo delle epoche passate. Un sistema i cui cicli lunghi di crescita sono stati sempre accompagnati dall'emergere di nuove retoriche dello sviluppo. Che hanno mutato l'antropologia degli individui e i valori di fondo delle società. È già accaduto. E oggi i cicli sono sempre più ravvicinati.
Quando nel 2001 scoppia la bolla calda della new economy ciò che rimane a terra è la rivoluzione comunicativa del web e un capitalismo sempre più orientato a inglobare la persona, i suoi valori e le sue capacità cognitive. La successiva crisi della finanza con la fine del sogno di una inclusione individualistica per tutti attraverso i consumi lascia sul terreno due retoriche di fondo: una retorica della decrescita, più o meno felice, per la quale il capitalismo è una macchina impazzita da fermare e la nuova big thing della green economy fatta non solo di tecnologie e progresso scientifico ma soprattutto di valori di sostenibilità, consumo consapevole, ecc. Vari segnali (crisi dell'auto, crisi energetica, disastro ambientale del Golfo del Messico) la indicano al mondo come la nuova visione in grado non solo di rilanciare le chance di primato dei paesi occidentali ma di superare, incorporandola, la dialettica tra crescita e decrescita, tra limite e sviluppo.
A partire da un nuovo ottimismo della razionalità scientifica ritenuta capace di risolvere l'antico dilemma tra ambiente naturale e sviluppo industriale. Si potrebbe dunque pensare che riguardi soltanto i paesi ad alta capacità e intensità tecnologica, dotati di grandi imprese, grandi centri ricerca, grandi università. In Europa sono almeno tre i modelli di green economy che vedo venire avanti. Quello "mitteleuropeo" proprio di Germania e Francia molto centrato sul ruolo promotore dall'alto delle politiche pubbliche; quello anglosassone imperniato sulla leva degli incentivi di mercato con il sistema cap and trade; infine quello italico centrato sul ruolo del territorio e delle sue istituzioni come serbatoio dell'innovazione "green". Una ricerca di Unioncamere e Symbola ci mostra come la green economy riguardi da vicino proprio quella «capacità di produrre all'ombra dei campanili cose che piacciono al mondo» che è al cuore del made in Italy. Mostrandoci settore per settore attraverso esempi concreti di storie d'impresa come l'industria italiana stia iniziando un suo percorso di adattamento al nuovo ciclo che si profila all'orizzonte. Con 600mila famiglie che hanno utilizzato gli aiuti statali per produrre da fonte pulita l'energia della propria casa e i consumi complessivi da fonti rinnovabili saliti dal 6,9% del 2000 al 10,7% del 2009.È una transizione che riguarda anche il mondo del lavoro visto che il 38% delle nuove assunzioni è riconducibile ai diversi ambiti di diffusione della green economy e nel 2009 si sono avute quasi 200mila assunzioni riconducibili a profili professionali di green economy. Un passo in avanti importante solo che si ricordino le polemiche di qualche anno fa tra Italia e Ue. Per imboccare questa strada bisogna andare oltre l'idea che limite e ambiente siano solo un costo. Sia in alto, vedesi negoziato Confindustria-Ue, sia in basso dove per migliaia di piccole imprese l'ambiente è solo "lacci e lacciuoli" imposti dai burocrati europei. E invece scopri che c'è una avanguardia fatta da un 30% di piccole e medie imprese italiane che nella crisi puntano su scelte legate alla green economy; una élite che si infoltisce tra le multinazionali tascabili dedite all'export (33,6%), tra chi ha attraversato la crisi riuscendo a crescere (41,2%) e tra chi ha investito sulla qualità dei prodotti (44,3%). Ai tanti piccoli imprenditori dei miei microcosmi che sono perplessi dico come sempre di guardare e copiare da chi ce l'ha fatta: nel settore metalmeccanico dico di guardare alla Landi Renzo di Reggio Emilia, l'impresa più performante in Borsa nel 2009 che partendo dalle tecnologie dei motori a metano sta investendo e sperimentando nella tecnologia all'idrogeno.
Non dico che tutti nella filiera della meccanica e della meccatronica debbano mettersi a leggere Rifkin, ma poco ci manca. Così per i tanti nel ciclo del legno-mobili è importante capire che a valle hanno il Salone del Mobile ma a monte c'è la filiera del legno strategica per il CO2. Così come mi pare ormai cultura avanzata per il mondo agricolo accedere ai finanziamenti per le piccole centrali a bio massa e nello stesso tempo avere reti come Slow Food o eventi come Terra Madre. Ci sono interi sistemi territoriali, come la Puglia, che hanno scelto di adottare almeno nel campo energetico la cultura della green economy. È un'onda che seppur con lentezza sta coinvolgendo anche l'élite dei grandi gruppi internazionalizzati, dalla Fiat alla Mapei con il suo sistema di isolamento termico che riduce i consumi energetici del 30% fino ai laboratori di Italcementi che al Kilometro Rosso fanno ricerca per ridurre il CO2 nei materiali di costruzione; con il Centro di ricerca per le energie non convenzionali e gli studi della Fondazione Mattei di Eni.
Verrebbe da pensare che anche la scadenza dell'Expò 2015 incorporando il concetto di limite potrebbe essere una fiera campionaria globale della green economy. Come sempre nell'attuale fase storica molto dipenderà dal mutamento antropologico dei tanti capitalisti molecolari della nostra economia di territorio ma anche dal comportamento innovativo delle medie imprese e dalla capacità di interagire con queste dinamiche da parte di capitalisti delle reti come Eni, Enel, A2A; e inevitabilmente da una nuova cultura del sistema finanziario che accompagni i processi di ristrutturazioni del sistema delle imprese senza per questo farne subito una bolla calda speculativa.

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