I.T.A.L.I.A. Geografie del nuovo made in Italy

Data : 07 luglio 2017


Un vero guerriero combatte non perché odia chi ha davanti a lui, 
ma perché ama chi ha dietro.

Paulo Coelho - “Manuale del guerriero della luce” - 1997

 

Tra le tecnologie più utilizzate nei film di fantascienza sicuramente la più diffusa è quella che permette di spostarsi istantaneamente da un punto all’altro dell’universo. Molti ricorderanno il Millennium Falcon di Ian Solo in Guerre Stellari. Una prospettiva affascinante entrata nella scienza ufficiale negli anni ’30 con gli studi di Albert Einstein e Nathan Rosen sui cunicoli spaziotempo. È di pochi mesi fa la notizia, che ha fatto il giro del mondo, della realizzazione di un modello di wormhole in grafene che, risolvendo la cosiddetta equazione ponte di Einstein-Rosen, apre una prospettiva reale a questa tecnologia. Protagonista di questa sfida?

Verrebbero alla mente altri nomi, ma siamo in Italia, nel sud, e la protagonista è l’Università Federico II di Napoli. Fantascienza? Non lo sappiamo ancora, quello che sappiamo è che l’Italia in questo come in molti passaggi della scienza e dell’innovazione in qualche modo è sempre presente. Lo è per esempio in maniera molto evidente negli ultimi anni in campo medico, dove solo restando all’ultimo anno abbiamo prodotto la prima descrizione di un meccanismo biologico la cui inibizione è in grado di bloccare la crescita tumorale, o la prima cura al mondo per la leucemia, oppure la prima osservazione in diretta delle cellule del sistema immunitario.

La lista sarebbe lunga. Un’Italia appassionata, apprezzata in tutto il mondo, che produce ricchezza, che dimostra come la coesione e i forti legami con il territorio sono fattori di competizione, che scommette sulla qualità ma che in assenza di rappresentazione troppo spesso non riesce ad emergere nella percezione generale. Non è un caso se l’Italia rappresenta uno dei Paesi al mondo in cui è maggiore la forbice tra percezione interna spesso negativa e percezione esterna spesso molto positiva e favorevole. Un’Italia che va mobilitata per combattere gli antichi mali del Paese – non solo il debito pubblico ma le disuguaglianze sociali, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia inefficace e spesso soffocante. Un’Italia che può essere protagonista della sfida climatica, che paradossalmente trova nuovo vigore e linfa proprio dall’uscita degli Stati Uniti di Trump dagli accordi di Parigi. Una sfida che delinea anche un nuovo tracciante per l’Europa, che attorno a questo tema sembra ritrovare un nuovo terreno di unità e di identità.

I.T.A.L.I.A., rapporto biennale arrivato alla sua terza edizione, realizzato da Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Unioncamere, nasce per raccontare questa Italia. Usando il nome del nostro Paese come acronimo del nuovo made in Italy – dall’Industria al Turismo, dall’Agroalimentare al Localismo, dall’Innovazione all’Arte e alla cultura – il report propone una foto di insieme dei tanti talenti del nostro Paese: persone, imprese e associazioni che coltivano la tradizione senza aver paura di innovare, intrecciando creatività, cultura, sostenibilità, creando ricchezza e benessere per sé e per le comunità e i territori. Un’economia che grazie ad una caparbia vocazione alla qualità, arriva al mondo.

Anche quest’anno il rapporto è aperto da un’indagine condotta di Ipsos sull’immagine e l’attrattività del Bel Paese in 19 stati, inclusa l’Italia. L’analisi evidenzia come a livello globale il nostro Paese rimanga uno dei più apprezzati al mondo, capace di infondere un senso di appartenenza collettivo che cattura e avvicina le persone. Il nostro Paese è terzo, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna, per livello di notorietà tra gli intervistati. La conoscenza dell’Italia si fonda su più aspetti: è noto l’immenso patrimonio culturale e architettonico, sono molto note e apprezzate la competenza, creatività e unicità della moda, così come molto apprezzata è l’enogastronomia. Ma lo sono anche l’apertura, la tolleranza e l’attenzione verso l’ambiente.

Questi punti di forza che risiedono nell’immaginario collettivo si traducono in una serie di primati e record trasversali ai diversi settori dell’economia reale: primati che confermano quell’attitudine tutta italiana a saper – per dirla con Carlo M. Cipolla – produrre all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo. Basti guardare i dati dell’export: nel triennio 2014-2016 le esportazioni italiane sono cresciute di 26,7 miliardi di euro, seconda migliore performance in valore assoluto tra i 4 maggiori Paesi dell’Eurozona dopo la Germania. Un dato trainato anche dalle performance dei distretti industriali, le cui esportazioni, dopo essere crollate vertiginosamente a fine 2009 in seguito alla recessione economica, hanno messo a segno in sette anni una crescita in valore assoluto pari a circa 30 miliardi di euro: riuscendo non solo a recuperare i livelli pre-crisi ma a portarsi abbondantemente al di sopra di essi.

Non solo: la bilancia commerciale italiana ha toccato nel 2016 un nuovo surplus record con l’estero, raggiungendo i 51,6 miliardi di euro. Abbiamo il quinto surplus commerciale anifatturiero al mondo, 90,5 miliardi di euro, dietro alla Cina, alla Germania, alla Corea del Sud e al Giappone. Migliaia di imprese medio-grandi, medie e piccole sono le protagoniste di questo successo che permette all’Italia di competere con Paesi che possono schierare molti più gruppi di grandi dimensioni e di rilievo multinazionale, ma che non possiedono la capacità tipica delle imprese italiane di essere flessibili ed operative in centinaia di tipologie di prodotti dalle caratteristiche quasi “sartoriali”. È in questi ambiti di attività che emergono come fattori vincenti del made in Italy la creatività, l’innovazione, la qualità, il design e una spiccata artigianalità industriale: cioè la capacità di realizzare beni quasi “tailor made” per i clienti, anche in settori hi-tech come la meccanica o i mezzi di trasporto. Ma anche la capacità di essere leader nella riconversione verde dell’economia. Ne sono una dimostrazione le oltre 385 mila aziende italiane (26,5% del totale dell’industria e dei servizi, nella manifattura addirittura il 33%) che durante la crisi hanno scommesso sulla green economy – che vale 190,5 mld di € di valore aggiunto, dunque il 13% dell’economia nazionale – con vantaggi competitivi in termini di export, di innovazione e di fatturato.

Questa attenzione alla sostenibilità ambientale non riguarda solo la manifattura ma si estende anche ad altri comparti, come, ad esempio, l’agroalimentare. La nostra agricoltura è fra le più sicure al mondo: siamo il Paese con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici, inferiore di quasi 3,2 volte rispetto alla media europea e di oltre 12 volte quella dei prodotti extracomunitari. L’Italia non ha rivali per numero di imprese che operano nel mondo biologico: su circa 327 mila aziende biologiche in tutta Europa, nel nostro Paese ce ne sono ben 60 mila, in Francia 42 mila, in Germania e in Spagna circa 38 mila ciascuna. In particolare, tra le aziende biologiche che svolgono attività di coltivazione in Europa, una su cinque è italiana.

È anche per questo che il settore detiene il primato in Europa per valore aggiunto, con una quota che, nel 2016, rappresenta il 16% del totale dell’Unione Europea. Siamo secondi al mondo nell’export di vino (circa 20,6 milioni di ettolitri) dopo la Spagna, e sempre secondi per valore delle esportazioni (5,6 miliardi di euro) dopo la Francia. Le aziende agricole italiane, inoltre, puntano sempre più intensamente sulla multifunzionalità: il nostro Paese ha mostrato già da tempo la sua capacità di coniugare il mondo dell’agricoltura con il turismo.

E proprio il turismo continua ad essere una delle principali leve di attrazione del nostro Paese. Visitare l’Italia offre un coinvolgimento sul piano personale, intellettuale ed emotivo esperienziale di grande intensità e qualità, grazie al patrimonio estremamente diffuso e assortito, agli infiniti scenari paesaggistici, all’architettura raffinata: tutte espressioni della “qualità della vita” italiana. Il contributo diretto del turismo al Prodotto interno lordo dell’Italia, secondo i dati elaborati dal World Travel and Tourism Council (WTTC)1 ammonta nel 2016 a oltre 77 miliardi di dollari (pari al 4,6% della produzione nazionale), mentre se consideriamo le ricadute dirette e indirette (prodotti e servizi intermedi, spesa pubblica, investimenti, ecc.) l’intero comparto “viaggi e turismo” arriva a rappresentare l’11,1% del Pil, pari a circa 186,1 miliardi di dollari. Le stime per il 2017 indicano un ulteriore incremento del 2,6% per i contributi diretti e del 2,7% per quelli totali. Inoltre nel 2015 l’Italia si conferma il primo paese dell’Eurozona per numero di pernottamenti di turisti extra europei, con oltre 60 milioni di notti (+5,3% rispetto all’ultima rilevazione), saldamente davanti a Spagna (43 milioni) e Francia (40 milioni), che nello stesso periodo calano rispettivamente del 3,4% e dello 0,2%.

Lo scenario si ripete sul fronte caldissimo dell’innovazione, rispetto al quale, con il Piano nazionale Industria 4.0, si vuole fondare il rilancio dello sviluppo produttivo; e in cui il network delle Camere di commercio sarà impegnato nella diffusione locale della conoscenza di base sulle tecnologie attraverso i PID (Punti Impresa Digitale). La digitalizzazione costituisce un volano per l’upgrading competitivo delle imprese: basti pensare che il 17% delle imprese digitalizzate vende anche nei mercati esteri, contro il 2% delle imprese non digitalizzate.

Sale rispetto alla precedente edizione la posizione italiana in termini di spesa in ricerca, passando dall’ottavo al settimo posto dei Paesi OCSE; e siamo quarti in Europa per spesa in ricerca e sviluppo. Un posizionamento legato anche alla modalità con cui viene classificata l’innovazione: una complessa macchina per imballaggio realizzata su misura o una grande nave da crociera progettata à la carte sono considerate, per esempio, prodotti meno innovativi e complessi di un banale telefono cellulare o di uno dei tanti computer entry level fatti in serie. Questo – e anche il fatto che le migliaia di piccole e medie imprese del nostro made in Italy spesso non classificano, nelle voci di bilancio, tutti gli investimenti in ricerca e sviluppo come tali – evidenzia come l’innovazione italiana sia largamente sottovalutata. Non si spigherebbe infatti perché, nel panorama comunitario, l’Italia si confermi seconda dopo la Germania per numero di imprese innovatrici con almeno dieci addetti. Se si considera poi la sola innovazione di  rodotto, emergecome le nostre aziende siano in grado di introdurre soprattutto innovazioni radicali – ovvero delle vere novità rispetto al mercato di riferimento – in modo più diffuso rispetto alla media UE (62,8% delle innovatrici di prodotto contro una media comunitaria inferiore di oltre dieci punti). Solo in Francia, tra i principali Paesi comunitari, si registra una quota analoga a quella italiana. Un aspetto che permette alle nostre aziende di mantenere i vantaggi competitivi che contribuiscono ad affrontare, e spesso vincere, le sfide dei mercati internazionali.

Strettamente collegato al tema dell’innovazione vi è poi il tema delle startup (guardando alla prospettiva che possano diventare scale-up, sperimentando una crescita internazionale in termini di mercato, business, organizzazione, fatturato). A fine marzo 2017 il numero di startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese ai sensi del decreto-legge 179/2012 è pari a 6.880, in aumento di 135 unità rispetto alla fine di dicembre (+2%). Le startup rappresentano lo 0,43% delle 1,6 milioni di società di capitali attive in Italia (a fine dicembre l’incidenza del fenomeno era pari allo 0,42%).

Quest’Italia che raccontiamo è in equilibrio tra tradizioni e innovazione, è ricca di un saper fare che abbraccia ricerca, cultura, bellezza e coesione sociale. Perché la competitività del Paese risiede anche nella contaminazione tra valore economico e valore sociale, nella relazionalità, nelle dinamiche partecipative e nella cultura della cittadinanza, nel numero sempre maggiore di imprese sociali, in cui alla lunga tradizione della cooperazione si aggiungono oggi nuovi soggetti, come le benefit corporation le startup a vocazione sociale. Non a caso siamo secondi, dietro alla sola Francia, per quota percentuale di addetti dell’economia sociale sul totale dell’economia.

All’interno di questa classifica, l’Italia si caratterizza, rispetto ai suoi competitor europei, per una prevalenza degli occupati delle cooperative, che rappresentano il 65,9% del totale degli addetti italiani dell’economia sociale, a dimostrazione della rilevanza che la dimensione produttiva del Terzo settore ha nel nostro Paese. Un peso numerico – quello delle cooperative sociali – che si accompagna anche alla capacità di sperimentare nuovi modelli: come dimostra il successo delle cooperative di comunità che sono state in grado, in questi anni, di ridare vita e anima ad alcuni dei borghi più belli della montagna italiana, creando posti di lavoro e attenuando i fenomeni di spopolamento e di disgregazione sociale sia nelle aree interne cosiddette marginali sia nelle periferie delle grandi città.

La competitività trova un terreno fertile anche nell’azione dei volontari, nell’iniziativa dei gruppi territoriali e nelle nuove forme di attivismo civico: in Italia sono oltre 6,6 milioni coloro i quali si impegnano in maniera gratuita per gli altri. Un piccolo “esercito” della solidarietà che, in questo momento storico, contribuisce a mantenere coese le comunità, ad attutire le disuguaglianze e a far fronte anche alle  ergenze, non ultima quella del terremoto, in cui il supporto della Protezione Civile, con i suoi circa 800 mila volontari, è stato fondamentale.

L’Italia è poi la culla della cultura. Nel 2016 il Sistema Produttivo Culturale e Creativo ha prodotto un valore aggiunto pari a quasi 90 miliardi di euro (circa 1,6 miliardi di euro in più rispetto all’anno precedente), corrispondenti al 6% della ricchezza complessivamente prodotta dal Paese. Si conferma la crescita in segmenti tradizionali che incrociano cultura e produzione, come il design: in Europa un designer su cinque parla italiano; sulle 32 categorie aggregate previste nella classificazione del Registered Community Design (lo strumento comunitario di registrazione dei progetti e disegni in ambito industriale) in 22 casi ci collochiamo tra i primi tre Paesi per numero assoluto. Ma l’Italia continua a crescere anche in segmenti in cui aveva accumulato ritardi in passato, recuperando terreno nel contesto internazionale: è il caso ad esempio del videogame, in cui si moltiplicano i soggetti indipendenti; dei settori dell’audiovisivo, per cui si cominciano a vedere gli effetti positivi del tax credit (che incentiva i privati ad investire nel settore, anche grazie ad un nuovo dispositivo che permetterà alla filiera di autofinanziarsi, sul modello di quello francese); o quello discografico, grazie all’apporto delle nuove tecnologie.

I numeri e le storie raccolte in questo volume tratteggiano una rotta, evocano per l’Italia un’idea di futuro con solide radici nel presente. “Chi dice che è impossibile – ha scritto Albert Einstein – non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo”. Per non perdere l’appuntamento col futuro che i talenti che abbiamo raccontato stanno costruendo, dobbiamo dare loro ascolto e credito, incoraggiarli e invitare altri a seguirli.

MARCO FORTIS
Direttore Fondazione Edison

IVAN LO BELLO
Presidente Unioncamere

 

ERMETE REALACCI
Presidente Fondazione Symbola

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