IO SONO CULTURA 2015 - L'Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi

Data : 25 giugno 2015

 Non si tratta di conservare il passato,

ma di mantenere le sue promesse

Theodor Adorno

 

 

Mentre la crisi sembra finalmente allentare la sua presa è ancora più importante avere un’idea di futuro e capire il posto che vogliamo che l’Italia occupi nel mondo. Mentre dobbiamo fare i conti con nostri i mali antichi - non solo il debito pubblico, ma le disuguaglianze sociali, la disoccupazione, l’illegalità, una burocrazia spesso opprimente, il Sud che perde contatto – sapremo raccogliere le sfide e le grandi opportunità di questa epoca? Saremo in grado di agganciare le tendenze che possono scongiurare nuovi anni di crescita anemica? La richiesta crescente, e anticiclica, di made in Italy; il record di turisti extraeuropei che visitano il nostro Paese; l’attenzione alla sostenibilità ambientale, che cresce a livello globale e sta permeando il nostro sistema industriale; la voglia del cibo italiano (che spinge fino a 60 mld il fatturato dell’italian sounding), della creatività dei nostri produttori, della bellezza dei nostri prodotti, della cultura.

Nella crisi abbiamo imparato che non ha chance un approccio alla De Filippo: "Ha da passa’ `a nuttata". Solo se punta sui talenti che il mondo le riconosce, se rinnova le sue tradizioni col linguaggio dell’innovazione e della green economy; se guarda all’estero tenendo ben saldi i piedi sui territori, nelle comunità e nei distretti; solo scegliendo la bellezza e la cultura - magari attraverso gli occhi dell’economia della condivisione - l’Italia avrà un futuro alla sua all’altezza. E’ l’Italia che fa l’Italia quella che ha successo nel mondo, che guadagna appeal nei 5 continenti e batte la concorrenza.

Dalla bellezza, alla cultura alla green economy le imprese italiane più illuminate hanno già colto i segnali che ci parlano del futuro. Io sono cultura, arrivato alla quinta edizione e realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, racconta un pezzo di questa Italia. Un’Italia che punta sulla cultura e la creatività per rafforzare le manifatture, come già  fanno Germania, Gran Bretagna, Giappone e Corea. Che punta sul suo soft-power e che dimostra, bilanci alla mano, che con la cultura si mangia, eccome. E si costruisce il futuro. Infatti, alle imprese del sistema produttivo culturale italiano (industrie culturali, industrie creative, performing arts e arti visive, attività legate alla gestione del patrimonio storico artistico e produzioni di beni e servizi a driver creativo) si devono oggi 78,6 miliardi di euro (5,4% della ricchezza prodotta in Italia). Che arrivano a 84 circa (il 5,8% dell’economia nazionale) se includiamo istituzioni pubbliche e non profit.

Ma il valore trainante della cultura non si ‘limita’ a questo. Contamina, invece, il resto dell’economia, con un effetto moltiplicatore pari a 1,7: per ogni euro prodotto dalla cultura, cioè, se ne attivano 1,7 in altri settori. Gli 84 miliardi, quindi, ne ‘stimolano’ altri 143, per arrivare a 226,9 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano.

Le sole imprese del sistema produttivo culturale (443.208, il 7,3% del totale delle imprese italiane) danno lavoro a 1,4 milioni di persone, il 5,9% del totale degli occupati in Italia (1,5 milioni, il 6,3%, se includiamo pubblico e non profit). Per non parlare delle ricadute occupazionali difficilmente misurabili ma indiscutibili su altri settori, come il turismo.

La cultura e la creatività, poi, mettono il turbo alle nostre imprese: infatti chi ha investito in creatività (impiegando professionalità creative o stimolando la creatività del personale aziendale) ha visto il proprio fatturato salire del 3,2% tra il 2013 e il 2014; mentre tra chi non lo ha fatto il fatturato è sceso dello 0,9%. Tendenza ancor più spiccata per l’export, cresciuto lo scorso anno del 4,3% per i primi e solo dello 0,6% per i secondi. E si tratta di un differenziale competitivo che riguarda non solo le imprese di più grandi dimensioni, ma anche le più piccole, incluse quelle operanti nei settori del made in Italy.

In “Io sono cultura” una sorta di annuario, per numeri e storie, realizzato anche grazie al contributo prezioso di circa 40 personalità di punta nei diversi settori analizzati scandagliamo questa realtà: musei, gallerie, festival, beni culturali, letteratura, cinema, performing arts, ma anche industrie creative e made in Italy, cioè tutte quelle attività produttive che non rappresentano in sé un bene culturale, ma che dalla cultura traggono linfa creativa e competitività. Quindi il design, l’architettura e la comunicazione: industrie creative che sviluppano servizi per altre filiere e veicolano contenuti nel resto dell’economia, dando vita ad una ‘zona ibrida’ in cui si colloca la produzione creative-driven, fatta, ad esempio, di manifattura evoluta.

 Le tendenze mostrano una filiera che resiste ai morsi della crisi. Grazie ai segmenti come quello del design: che, trainato dalla manifattura, si arricchisce anche grazie a nuove spinte come quelle legate alla “innovazione verde” e alla necessità, quindi, di conciliare bellezza, funzionalità e sostenibilità. Ma che, assecondando le transizioni epocali che investono questo come altri settori, mostra i primi segni di vitalità anche in segmenti in cui avevamo accumulato ritardi. E’ il caso dell’animazione e del videogame, con uno +0,5% sia per il valore aggiunto che per il numero degli occupati. O in quello discografico, grazie all’apporto delle nuove tecnologie: dimostrando che, anche di fronte alle novità che la tecnologia rovescia sulla cultura e sul costume, abbiamo qualche carta da giocare.

Grazie alle tecnologie digitali, il settore fa proprio un approccio innovativo nella produzione e nella fruizione. Lo dicono il nuovo, crescente, protagonismo degli utenti: non più solo spettatori, ma produttori e sponsor, grazie al crowdfunding, impiegato oggi nei settori più diversi; e al co-curating, processo che coinvolge il pubblico nell’ideazione e sviluppo delle esposizioni museali. Le nuove tecnologie comportano un’ibridazione crescente tra i media, e favoriscono la richiesta di nuove professioni e competenze: dall’experience designer nel mondo della comunicazione, al film curator in ambito fieristico e museale, dal photoeditor e book designer nella fotografia, fino alle nuove competenze richieste all’archeologo, che spaziano dai principi di telerilevamento, alla geofisica, all’informatica e all’elettronica. Si spiega perché il mondo della cultura richiede e genera competenze trasversali, multidisciplinari, cross mediali. Basti pensare alla realtà virtuale al servizio del patrimonio culturale, o alla grafica che ‘racconta’ i big data, utilizzati con frutto anche dalle istituzioni culturali.

La logica della valorizzazione e sviluppo di nuovi pubblici vede il patrimonio culturale continuare nel suo percorso avviato da tempo, che lo porta lontano dai tradizionali confini ottocenteschi per offrire la base di uno sviluppo locale ancorato a cultura e creatività. Esemplare in questo caso è stata la sfida lanciata dal percorso di candidatura che ha portato Matera ad essere nominata Capitale Europea della Cultura per il 2019.

Tra gli scenari delle nuove tendenze non poteva mancare l’Expo, con importanti operazioni di sistema dell’industria culturale e creativa italiana, come il Panorama di Expo 2015: che, ispirandosi alle macchine ottiche pittoriche del Settecento, ma grazie a tecnologie immersive e droni, racconta quel legame tutto italiano tra natura, cultura e manifattura. Oppure una delle alleanze più ‘cool’ dei nostri tempi, quella tra chi si occupa di cibo in particolare gli chef -  e i progettisti: non solo designers ma soprattutto architetti, che disegnano il paesaggio insieme ai vinificatori, le città insieme a chi distribuisce e vende il cibo, lo spazio glamour insieme agli chef.

Anche sulla frontiera del nuovo mecenatismo si trovano iniziative promettenti, oggi finalmente favorite dall’”Art-bonus”. Molte le imprese impegnate in prima linea nella preservazione e rilancio del patrimonio culturale, come quelle coinvolte nel restauro del Museo Egizio di Torino, tra i primi 10 musei più visitati d’Italia, restaurato grazie all’apporto di due fondazioni di origine bancaria cittadine. Il più delle volte non si tratta di semplici donazioni ma sinergie durevoli finalizzate a collaborazioni di lungo periodo, come nel caso del Gruppo Yoox, che ha finanziato il restauro delle opere di Leonardo da Vinci della Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Lo sviluppo di nuove forme di coinvolgimento di soggetti del settore privato vede la crescita lenta e costante del ruolo dei gruppi di sostenitori e ‘Amici dei musei’: organizzazioni con una componente rilevante di fidelizzazione e coinvolgimento attivo dei sostenitori che puo? favorire la creazione di una nuova forma di mecenatismo diffuso.

Cultura e creatività diffusa sono aspetti fondamentali (economici e sociali) nell’armamentario anti-crisi: sono uno dei semi dell’innovazione e della crescita del tessuto economico, creano connessioni originali e inedite verso la manifattura. Connessioni, a ben vedere, implicite nella definizione di cultura tratteggiata più di mezzo secolo fa dai padri costituenti nell’articolo 9 della Carta (quello che il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi ha definito come il più originale): in cui paesaggio e patrimonio storico culturale vengono sposati a ricerca scientifica e tecnica.

Anche in quest’ottica in cui creatività e impresa vanno a braccetto verso la competitività va letto il semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea, che l’Italia ha giocato, tra l’altro, per far riconoscere alle imprese culturali un ruolo da protagoniste nella manifattura e nell’innovazione competitiva. Viene da lì la richiesta, sacrosanta, del Parlamento europeo affinché la filiera possa essere tra i beneficiari del Fondo europeo per gli investimenti strategici, il nuovo strumento finanziario del piano Juncker.

Sempre in quest’ottica vanno lette anche le iniziative di tanti altri Paesi. Come quella, recente, della Confindustria Britannica (CBI Confederation of British Industry), che dopo aver descritto le potenzialità delle industrie creative, le indica al governo come un settore chiave per dare una scossa all’industria del Paese. Oppure l’attenzione, sotto la stessa luce, del Ministero federale dell’economia e della tecnologia tedesco (a Berlino, ad esempio, è stata istituita un’Agenzia regionale di innovazione che incoraggia le imprese locali a investire in creatività, stimolando la connessione con le imprese culturali). Alzando ulteriormente lo sguardo: in Corea del Sud - protagonista, negli ultimi anni, di una crescita straordinaria - la nuova presidentessa, nel suo discorso inaugurale, ha indicato espressamente la creatività come una delle soluzioni contro il rischio di una crescita al rallenty.

E l’Italia? Come abbiamo visto, le imprese più accorte hanno capito e stanno raccogliendo i frutti di questa proficua connessione. Ma ed è decisamente un paradosso nella Patria della manifattura e della cultura - mancano una visione e un’azione di sistema: che traghettino l’Italia da iniziative ottime e lodevoli, ma perlopiù individuali, a un’azione che trasversalmente tenga insieme i territorio, le comunità, le imprese, il non profit, le istituzioni locali e il governo. Da iniziative a macchia di leopardo a missione del Paese.

“Come mai in mezzo a tanti sommovimenti, guerre intestine, cospirazioni, crimini e follie – si domandava Voltaire, a metà del ‘700 – ci siano stati così tanti uomini che hanno coltivato le arti utili e le arti piacevoli in Italia”. Evidentemente, potremmo rispondere, c’è in Italia - nei paesaggi, tra i territori, nelle relazioni sociali - una matrice di bellezza che feconda tutte le attività degli italiani, dall’arte all’artigianato alla manifattura, come abbiamo visto. Una matrice di tale potenza, come si stupisce Voltaire, da superare i difetti nazionali, gli accidenti, i tanti problemi.  Non è un bonus garantito per sempre ma un capitale umano e sociale su cui puntare per affrontare le sfide del futuro. Perché l’Italia deve fare l’Italia.

 

Ferruccio Dardanello , Presidente Unioncamere

Ermete Realacci, Presidente Fondazione Symbola

 

 

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