GreenItaly 2018

Data : 30 ottobre 2018

A quanto pare, esiste un punto in cui il progresso, per essere un vero avanzamento,
deve variare leggermente la sua linea di direzione...

Joseph Conrad, scrivendo del naufragio del Titanic

 

 

 

 

Per capire dove probabilmente andrà l’economia nei prossimi anni è utile leggere – forse più che i report delle agenzie di rating – l’ultimo rapporto dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU: gli scienziati del panel spiegano che per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali ed evitare così le conseguenze drammatiche che già oggi vediamo profilarsi, entro il 2030 si dovranno ridurre del 45% le emissioni globali di carbonio rispetto al 2010. E si dovrà arrivare alla neutralità carbonica, azzerare cioè l’impronta di carbonio mondiale, entro il 2050. Obiettivi ambiziosi che chiamano il Pianeta (la politica, l’economia, la società) a grandi cambiamenti. L’economia in particolare difficilmente potrà esimersi dall’abbracciare con maggiore decisione i nuovi modelli produttivi della green economy e dell’economia circolare. Cambiamenti necessari che rappresentano anche una grande opportunità.
Ovviamente il cammino è già avviato. Ce lo dice anche il Nobel per la Chimica 2018 attribuito a Frances H. Arnold, George P. Smith e Sir Gregory P. Winter che, nei fatti, è anche un Nobel alla chimica verde, col riconoscimento alle ricerche che hanno consentito un maggiore controllo sugli enzimi. E parla di sostenibilità ambientale anche il Nobel per l’economia assegnato agli statunitensi William D. Nordhaus e Paul M. Romer. Ce lo ricorda il fatto che XI Jinping, il presidente cinese, nel suo discorso-maratona al 19esimo congresso del Partito comunista cinese ha usato, come riferisce Bloomberg News, per 89 volte la parola “ambiente” e solo 70 volte “economia”. “I fatti – come ha affermato il secondo presidente statunitense, John Adams – hanno una prerogativa, sono argomenti testardi”. Quello che questi fatti, insieme ad altri che leggerete nel rapporto, ci dicono è che i tempi stanno cambiando. Che l’economia e la società stanno imboccando la via della sostenibilità, e difficilmente si tornerà indietro. Nuovi consumi e stili di vita più sostenibili e responsabili (non solo nei Paesi occidentali, vedi la Cina) stanno trasformando l’apparato produttivo mondiale.
Come da 8 anni racconta GreenItaly (realizzato da Symbola e Unioncamere, col patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, in collaborazione con CONAI e Novamont), in Italia questo cammino verso il futuro incrocia strade che arrivano dal passato e che ci parlano di una spinta alla qualità, all’efficienza, all’innovazione, alla bellezza. Una sintonia tra identità e istanze del futuro che negli anni bui della crisi è diventata una reazione di sistema, una sorta di missione produttiva indicata dal basso, spesso senza incentivi pubblici, da una quota rilevante delle nostre imprese. Una scelta non scontata, soprattutto in tempi di crisi, che si basa su investimenti e produce lavoro. Una scelta coraggiosa e vincente. Per le imprese, che investendo diventano più sostenibili e soprattutto più competitive. E per il Paese, che nella green economy e nell’economia circolare ha riscoperto antiche vocazioni (quella al riciclo e all’uso efficiente delle risorse) e ha trovato un modello produttivo che grazie all’innovazione, alla ricerca, alla tecnologia ne rafforza l’identità, le tradizioni, ne enfatizza i punti di forza. Un modello produttivo e sociale che offre al Paese la possibilità di avere un rilevante ruolo internazionale.
È quest’Italia la protagonista di GreenItaly, il ritratto – scritto con la collaborazione di molti esperti e associazioni – della green economy tricolore, che attraversa tutti i settori e coinvolge tutte le filiere produttive. Un’Italia che fa l’Italia, nonostante i tanti luoghi comuni e le letture a senso unico della realtà.
Sono oltre 345.000 le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2014-2017, o prevedono di farlo entro la fine del 2018 (nell’arco, dunque, complessivamente di un quinquennio) in prodotti e tecnologie green. In pratica una su quattro, il 24,9% dell’intera imprenditoria extra-agricola. E nel manifatturiero sono quasi una su tre (30,7%): la green economy è, per un pezzo considerevole delle nostre imprese, un’occasione colta. Solo quest’anno, anche sulla spinta dei primi segni tangibili di ripresa, circa 207 mila aziende hanno investito, o intendono farlo entro dicembre, sulla sostenibilità e l’efficienza.
Non è difficile capire le ragioni di queste scelte. Le aziende di questa GreenItaly, dove il made in Italy assume, hanno un dinamismo sui mercati esteri nettamente superiore al resto del sistema produttivo italiano: con specifico riferimento alle imprese manifatturiere (5-499 addetti), quelle che hanno segnalato un aumento dell’export nel 2017 sono il 34% fra quelle che hanno investito nel green contro il più ridotto 27% relativo al caso di quelle che non hanno investito: un vantaggio competitivo che si conferma anche per le previsioni al 2018 (32% contro 26%). Queste imprese innovano di più delle altre: il 79% ha sviluppato attività di innovazione, contro il 43% delle non investitrici (quasi il doppio). Innovazione che guarda anche a Impresa 4.0: mentre tra le imprese investitrici nel green il 26% ha già adottato o sta portando avanti progetti per adottare misure legate al programma Impresa 4.0, tra quelle non investitrici nella sostenibilità ambientale tale quota si ferma all’11%. Sospinto da export e innovazione, il fatturato ne trae in complesso benefici: basti pensare che un aumento del fatturato nel 2017 ha coinvolto il 32% delle imprese investitrici nel green (sempre con riferimento al manifatturiero tra 5 e 499 addetti), contro il 24% nel caso di quelle non investitrici. Anche nelle previsioni per il 2018 tale divario si conferma (27% contro 22%).
Sulla base delle indagini Unioncamere nel 2018 si prevede poi una domanda di green jobs pari a quasi 474.000 contratti attivati, il 10,4% del totale delle figure professionali richieste per l’anno in corso, che si tratti di ingegneri energetici o agricoltori biologici, esperti di acquisti verdi, tecnici meccatronici o installatori di impianti termici a basso impatto; nel manifatturiero si sfiora il 15%. Se guardiamo alle competenze trasversali che le imprese si aspettano di trovare nei lavoratori previsti in assunzione, riscontriamo un’aspettativa sistematicamente più elevata nell’ambito dei green jobs, rispetto alle altre figure professionali: ciò vale per la capacità comunicativa (scritta e orale), per l’attitudine a lavorare in gruppo, la capacità di risolvere problemi, quella di lavorare in autonomia per la propensione alla flessibilità e all’adattamento. Focalizzando infine l’attenzione sui soli dipendenti e scendendo nel dettaglio delle aree aziendali, notiamo come in quella della progettazione e della ricerca e sviluppo il 63,5% dei nuovi contratti previsti per il 2018 siano green, a dimostrazione del legame sempre più stretto tra green economy e innovazione aziendale.
Queste imprese, incluse le PMI (anche se il loro contributo è probabilmente sottostimato a causa della difficoltà di tracciare gli investimenti green nelle aziende meno strutturate) hanno spinto l’intero sistema produttivo nazionale verso una leadership europea nelle performance ambientali. Leadership che fa il paio coi nostri primati internazionali nella competitività. Eurostat ci dice, infatti, che l’Italia in con 307 kg di materia prima per ogni milione di euro prodotto dalle imprese fa molto meglio della media Ue (455 kg), collocandosi terza nella graduatoria a ventotto paesi, dietro solamente al Regno Unito (236 kg) e al Lussemburgo (283 kg), e davanti a Francia (326 kg), Spagna (360 kg) e Germania (408 kg).
Dalla materia prima all’energia, dove si registra una dinamica analoga: siamo secondi tra i big player europei, dietro al solo Regno Unito. Dalle 17,3 tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro del 2008 siamo passati a 14,2: la Gran Bretagna ne consuma 10,6; la Francia 14,9; la Spagna 15,7; la Germania 17,0. Piazzarsi secondi dopo la Gran Bretagna vale più di un “semplice” secondo posto: quella di Londra, infatti, è un’economia in cui finanza e servizi giocano un ruolo molto importante, mentre la nostra è più legata a produzioni manifatturiere.
L’Italia fa molto bene anche nella riduzione di rifiuti. Con 43,2 tonnellate per ogni milione di euro prodotto (1,7 tonnellate in meno del 2008) siamo i più efficienti tra le cinque grandi economia europee, di nuovo molto meglio della Germania (67,6 tonnellate per milione di euro prodotto) e della media comunitaria (89,3 tonnellate).
Abbiamo primati anche nella riduzione delle emissioni in atmosfera: terzi tra le cinque grandi economie comunitarie (104,2 tonnellate CO2 per milione di euro prodotto): dietro alla Francia (85,5 tonnellate, in questo caso favorita dal nucleare) e al Regno Unito (93,4 tonnellate) ma davanti Spagna e Germania.
E a questi dati, che restituiscono le performance complessive del sistema nazionale, se ne aggiungo altri, che mostrano come l’Italia abbia risultati d’eccellenza in tema di sostenibilità in numerosi ambiti.
Vantiamo primati nella bioeconomia e nella chimica verde. Siamo (secondo il Rapporto Bio-based industry Join Undertaking) il primo Paese in Europa per fatturato pro-capite nel settore dello sviluppo dei prodotti basati su processi biologici, come le bioplastiche. E in termini assoluti siamo il secondo Paese europeo per fatturato e occupazione (oltre 100 miliardi di euro e circa 500 mila addetti), dopo la Germania.
L’Italia ha un ruolo di primo piano nel mondo nelle energie rinnovabili: prima tra i grandi Paesi Ue, col 17,4%, per quota di rinnovabili nel consumo interno lordo (davanti a Spagna, 17,3%, Francia, 16%, Germania, 14,8%, Regno Unito, 9,3%). È anche il quarto produttore mondiale di biogas – dopo Germania, Cina e Stati Uniti – con circa 1.920 impianti operativi, per un totale di circa 1.400 MW elettrici installati.
L’Italia ha un ruolo di primo piano anche nell’agricoltura. È ai vertici mondiali sulla sicurezza alimentare con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4%), inferiore di 3 volte alla media Ue (1,2%) e ben 12 volte a quella dei Paesi terzi (4,7%). Lo scorso anno (ultimi dati disponibili) l’Italia è stata la seconda nazione al mondo per export di prodotti biologici (1.910 milioni di euro) dietro agli USA (2.400 milioni di euro) e nettamente avanti ai competitor dei Paesi Bassi (928 milioni di euro), Vietnam (817 milioni di euro) e Spagna (778 milioni di euro). Le nostre tradizioni e la grandissima biodiversità animale e vegetale (7 mila specie di flora; 58 mila specie di animali; 504 varietà iscritte al registro viti, contro le 278 della Francia; 533 varietà di olive rispetto alle 70 spagnole) fanno dell’Italia l’unico Paese al mondo che può vantare 296 indicazioni geografiche riconosciute a livello comunitario per i prodotti alimentari, 37 per le bevande spiritose e 526 per il comparto dei vini.
L’Italia vanta primati ambientali anche nel tessile e nella moda. Delle 80 aziende che hanno aderito a Detox di Greenpeace, una delle iniziative più rilevanti nel cambiamento del tessile verso la sostenibilità, 60 sono italiane.
Nonostante i buoni risultati del credito d’imposta e dell’ecobonus e dell’avvio del sisma bonus e del bonus verde, molto c’è ancora da fare nell’edilizia. Ma il Paese è in movimento e potrà essere tra i protagonisti della riqualificazione delle città e dei territori e della ricostruzione post sisma. Fa ben sperare, infatti, il fatto che l'Italia è al quarto posto in Europa tra i produttori di edifici in legno alle spalle di Germania, Regno Unito e Svezia, con una crescita superiore alla media.
Abbiamo un ruolo da non sottovalutare anche nella mobilità sostenibile. Nonostante l’assenza dei big player nazionali nella partita delle mobilità elettrica, la filiera nazionale vede tante imprese protagoniste. Punta sull’elettrico anche il Cavallino rampante: entro il 2022 il 60% delle Ferrari messe sul mercato sarà ibrido.
Questi risultati non rappresentano da soli la soluzione ai mali antichi del Paese: non solo il debito pubblico, ma le diseguaglianze sociali, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia inefficace e spesso soffocante. Sono però il ritratto di un’Italia che ha il coraggio della sfida, che non ha paura del futuro, un’Italia competitiva e innovativa, per molti versi un’Italia nuova, su cui fare leva per combattere anche quei mali. GreenItaly, dunque, partendo da questa Italia che ce la fa e che è già in campo, indica una ricetta, quella della green economy, e delle energie cui attingere per accompagnare il Paese verso un futuro desiderabile, più giusto e più sostenibile, un futuro, come abbiamo visto, fatto anche di competitività e di un nuovo autorevole ruolo del Paese nello scenario globale.

Ermete Realacci Presidente Fondazione Symbola

Carlo Sangalli Presidente Unioncamere

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