Di Pubblica Utilita' - Nuove geografie del valore

Data : 20 ottobre 2017

 So una cosa: da solo non sei nulla
Bebe Vio

 

 

 
Una mole di riscontri empirici nelle scienze sociali indica con chiarezza il superamento della visione dell’homo oeconomicus, concetto fondamentale della teoria economica classica che vede l’uomo volto alla cura esclusiva dei suoi propri interessi individuali e verso una idea di uomo cercatore di senso e in grado di avere una vita soddisfacente se il suo bisogno di generare viene soddisfatto.
Il recente premio nobel a Richard Thaler per i suoi studi sull’economia comportamentale è una indicazione molto chiara in questa direzione.
Le trasformazioni che stanno interessando la cultura, la società e il ruolo dello Stato sollecitano pertanto un modello di pubblico e di pubblica utilità ampio i cui confini travalicano il perimetro esclusivo della pubblica amministrazione. La logica della ricerca di senso indica che gli obiettivi di pubblica utilità possono essere perseguiti in modo molto più efficace con un coinvolgimento virtuoso della società civile e con una politica che si fa guida, levatrice e maieuta di questo processo.
Questa aumentata consapevolezza diiventa una priorità, anche in considerazione dei nuovi obiettivi internazionali di sviluppo sostenibile (i Sustainable Development Goals) che, rispetto ai vecchi Millennium Development Goals evidenziano come molti degli obiettivi (soprattutto quelli ambientali) non sono raggiungibili senza una attiva collaborazione ed iniziativa dal basso. 

Trasformazioni che già oggi hanno aperto il campo a tante sperimentazioni che da Nord a Sud punteggiano il Paese creando una vera e propria mappa del futuro, che il presente rapporto inizia a narrare. A partire dall’esperienza dell’amministrazione imolese, che ha sviluppato un sistema di gestione dei servizi pubblici il cui livello di efficienza compete con i più elevati standard nordeuropei e i cui proventi vengono reinvestiti in servizi per le classi più deboli, passando a Bologna, che apre l’Ufficio per l’immaginazione civica, o a Reggio Emilia che con il Collaboratorio ripenserà in maniera partecipata i servizi perla cittadinanza. Arrivando a Milano che punta sulla sharing economy per ridefinire il welfare cittadino e a Napoli che dà vita al bilancio partecipato. Fino alla Regione Toscana, che promuove forme di economia e governance basate sulla coproduzione e la cogestione dei servizi. Tutti laboratori in cui lo Stato da palazzo lontano si fa comunità presente, nella quale il contributo di tutti è importante: quello dei cittadini, delle imprese, dei consorzi, delle associazioni e della pubblica amministrazione. Laboratorio governato e salvaguardato da regole definite e condivise da tutti.
Una ricchezza di esperienze che, a ben guardare, in Italia ha una lunga storia. A prescindere da precedenti più lontani, iniziative di pubblica utilità hanno cominciato a svilupparsi con l’affermazione degli Stati liberali ottocenteschi. Nella storia della pubblica utilità rientrano le iniziative più svariate – come casse rurali, associazioni di mutuo soccorso, imprese di produzione e lavoro, iniziative assistenziali, scuole ecc - promosse da soggetti più diversi come sindacati, cooperative, congregazioni religiose, confraternite, comitati, associazioni o volontariato. Nel tempo, su questo terreno sempre più fertile ha acquisito un rilievo crescente la diffusione del senso della cittadinanza, una più profonda consapevolezza dei beni comuni e un più maturo senso dell’amministrazione pubblica, dei suoi limiti e dei suoi compiti.

 • Di Pubblica Utilità •
Come ci ricorda Agostino Giovagnoli, nel capitolo che apre il rapporto, anche la Costituzione Italiana nel testo finale e nella sua costruzione si occupa del tema, individuando all’art. 3 i soggetti a cui spetta costruirla, affermando che è “compito della Repubblica”. La Repubblica, non è infatti solo lo Stato: sono anche tutti i cittadini. È compito dei cittadini, quindi, prima ancora che dell’amministrazione pubblica prendersi cura della “pubblica utilità”.
Nonostante il prossimo 22 dicembre si celebrino i settant’anni dell’approvazione della Costituzione della Repubblica Italiana, ancora solo il 40% dei cittadini, come emerge nell’indagine contenuta nel presente rapporto, si sente chiamato a dare il proprio contributo alla definizione e alla realizzazione di tutto ciò che accresce il valore pubblico. Ed è incoraggiante che la pensino così soprattutto i giovani da 18 a 30 anni (58%). Rimane ancora però una maggioranza che ritiene di essere esclusivamente fruitrice della pubblica utilità, intesa come servizi, in quanto contribuente. L’indagine ci dice inoltre che per rafforzare il coinvolgimento dei cittadini appaiono essenziali la qualità percepita dei servizi erogati (oggi, a tale proposito le opinioni sono divise: 51% esprime giudizi positivi e 46% negativi, senza grandi differenze tra servizi nazionali e quelli locali) e il venir meno delle barriere tra i diversi soggetti che operano negli ambiti caratterizzati da pubblica utilità. In tal senso quasi due italiani su tre (64%) sono convinti che il buon funzionamento della pubblica amministrazione favorisca una maggiore partecipazione dei cittadini nella sfera pubblica. Evidenziando così ancora l’attualità, la centralità e la necessità di una pubblica amministrazione, però buona, snella, efficiente e vicina ai cittadini.
Insomma il cantiere è aperto, come dimostrano anche le venti storie raccontate nel documento, a partire dalla già citata Imola, agli infermieri di comunità sperimentati in Piemonte: chiamati a creare condizioni migliori per garantire la qualità della vita e la salute degli anziani che abitano zone montane e rurali, consentendo loro di vivere a casa propria il più a lungo possibile e con il supporto di un professionista qualificato. Passando per la sede italiana di una onlus tedesca che abilita un nuovo modello di accoglienza domestica e quindi diffusa dei rifugiati politici; toccando esperienze di housing sociale, come quella avviata attraverso il recupero e la valorizzazione di uno stabile d’epoca nel cuore del quartiere di Via Padova, a Milano, in cui si sperimentano modelli di governance ibrida, in cui soggetti differenti, pubblici e privati, cooperano e producono servizi. Pubblica utilità è anche fare buona impresa, come quella delle sei aziende campane attive nella produzione di carta e packaging, che nel 2009, in piena emergenza rifiuti, si mettono insieme per migliorare l’efficienza della raccolta differenziata e il riciclo di carta e cartone, creando occupazione oltre a migliorare l’ambiente. O quella che raggruppa i produttori di agrumi della Locride e della Piana di Gioia Tauro, che ha deciso di avere rapporti direttamente con chi vende al dettaglio, restituendo dignità agli agricoltori vendendo i loro prodotti ad un prezzo maggiore di otto volte rispetto a quello che era imposto dai grossisti locali spesso collusi con la n’drangheta. Di pubblica utilità sono anche le relazioni, come quelle che legano grandi imprese ai propri territori: una relazione vissuta dalla Ferrero di Alba. Arrivando al Gruppo Hera, risultata la migliore società in Italia e la 14esima al mondo su un campione di oltre 6.000 aziende quotate a livello globale per gli investimenti orientati alla tutela della diversità e dell’inclusione secondo il Diversity and Inclusion Index realizzato dal colosso internazionale dell’informazione finanziaria Thomson Reuters. Tante storie che ci raccontano un’Italia lontana dai luoghi comuni e dai riflettori, fatta di tanti protagonisti, forse più di quelli che pensiamo e che come Bebe Vio sanno che da soli non siamo nulla.

Daniele Manca Sindaco di Imola
Nando Pagnoncelli Chief Executive Ipsos
Ermete Realacci Presidente Fondazione Symbola

 

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