Design Economy 2018

Data : 05 aprile 2018

 

“Niente è più scottante del design”
Gillo Dorfles

 

Il 2 marzo all’età di 107 ci ha lasciato Gillo Dorfles, un testimone esemplare delle vicende del design, dell'arte e della cultura italiane. Questo straordinario osservatore dei nostri tempi sosteneva la necessità che il design venisse studiato anche fuori delle scuole specialistiche perché alla base del nostro modo di vivere. Il design infatti pervade tutti gli ambiti della nostra vita e, come un sismografo, è in grado di registrare i cambiamenti in corso. Attraverso il design è possibile infatti ricostruire i pensieri, i bisogni, i desideri, tutte le oscillazioni del gusto che attraversano la società. Ma il design è soprattutto innovazione. E ne sono consapevoli quegli imprenditori che sul design hanno costruito il tratto caratterizzante del loro brand, basta fare un viaggio lungo la Penisola. Attraverso il design, le imprese italiane hanno plasmato i propri prodotti ridefinendone il senso, connotandoli culturalmente, rendendoli differenti, rafforzando la loro competitività e allo stesso tempo arricchendo un’immaginario positivo dell’Italia. Ed è anche grazie a questi prodotti “culturali” se il Made in Italy è oggi il terzo marchio più conosciuto a livello mondiale, dopo Coca Cola e Visa. Il sistema del design italiano gode di un vantaggio competitivo legato ad un sistema di formazione diffuso sul territorio con eccellenze come il Politecnico di Milano che grazie a 4000 studenti iscritti, di cui un terzo provenienti dall'estero, classificato quest’anno quinto nella top 10 mondiale del QS World University Rankings by Subject nell’area Design, prima tra le università pubbliche. Ma anche imprese capaci di attirare i migliori designer nazionali e internazionali. Dal francesce Philippe Starck che da più di 20 anni ha scelto di prestare la sua creatività a marchi italiani divenuti famosi per la loro voglia di internazionalizzazione ad una nuova generazione di 40-45enni come Patricia Urquiola, che è spagnola, i fratelli Bouroullec, francesi, l’olandese Marcel Wanders, il giapponese Tokujin Yoshioka, i fratelli Campana, brasiliani, il tedesco Konstantin Grcic. A differenza di altri settori, qui importiamo i talenti migliori in cambio di tecnologia, efficienza e una grande esperienza manifatturiera in grado di concretizzare idee e progetti: siamo bravi a “fare le cose”: è un retaggio che ci portiamo dietro da sempre, fa parte della nostra cultura e permea la nostra vita quotidiana. E da una fitta rete di soggetti e istituzioni come le delegazioni regionali e interregionali dell’ADI che svolgono la duplice funzione di diffondere la cultura del design sul territorio e far emergere a livello nazionale il design diffuso nelle imprese. Centro di questo sistema è la città di Milano. È qui che hanno sede un quarto delle imprese del design. A Milano c’è una delle più alte concentrazioni di scuole di design al mondo, che attira fondi di investimento internazionali, come il fondo Galileo che ha acquisito da poco Marangoni, NABA e DOMUS, o la Raffles grande gruppo di Singapore con 26 college in tutta l’Asia, che nella città meneghina ha aperto la sua prima scuola europea. È sempre qui che troviamo la Triennale, modello e punto di riferimento – insieme alla Biennale di Venezia – per le oltre 250 Biennali e Triennali sparse nel mondo; l’ADI, promotrice, tra le varie attività, del prestigioso Premio Compasso d’Oro, che quest’anno aprirà al pubblico la collezione permanente delle opere vincitrici; e il Salone del Mobile, pilastro del sistema, arrivato alla 57esima edizione. A tutto questo si aggiunge dal 2017 l’azione promozionale del Ministero degli esteri in collaborazione con tutti gli attori pubblici e privati che rappresentano il design italiano di qualità, attraverso il progetto Italian design day. Iniziativa che annualmente porta nel mondo la cultura del design italiano dando vigore al brand nazionale ma anche al nostro valore aggiunto. Secondo Confindustria, nel 2022 i 31 mercati più avanzati importeranno dall’Italia 70 miliardi di euro di prodotti con contenuti di design italiano, con un aumento del 20% rispetto al 2016. Ed è proprio in questo clima culturale complessivo alimentato quotidianamente dal lavoro operoso di imprese di qualità manifatturiere e di servizi, da artigiani eccellenti, da designer, da autorevoli riviste specializzate, da associazioni di categoria molto attive e da istituzioni museali prestigiose, che risiede l’unicità e l’irriproducibilità del nostro sistema del design. In questo sistema, analizzato del presente rapporto, lavorano oltre 29mila imprese di design, primato europeo, che generano un fatturato di 4,3 mld di euro, pari allo 0,3% del Pil. Oltre 48mila addetti: 1/6 del totale degli addetti europei. Dati in evidente crescita soprattutto negli ultimi cinque anni, in piena crisi: +1,5% per occupazione e +3,6% per fatturato. L’Italia si colloca tra i primi tre Paesi per numero di brevetti di design in ben 22 delle 32 categorie aggregate previste nella classificazione ufficiale Locarno. Il nostro Paese, infatti, è primo e secondo per numero di brevetti in 12 categorie tra cui cibo e alimenti; strumenti musicali, tessile; articoli da viaggio, arredamento; articoli per la casa e apparecchi di illuminazione. Come è evidente i numeri non restituiscono la complessità del sistema design, fatto anche di numerose innovazioni non codificate e da numerosi professionisti che, lavorando all’interno di aziende attive in altri settori, che diffondono le proprie competenze permeando il tessuto economico del Paese in altri ambiti. Completa il quadro informativo del documento l’analisi delle scuole e degli istituti di formazione, dedicati a coloro che si affacciano al mondo del design. Il primo dato che emerge è la crescita del numero di studenti di design: nell’anno solare 2016, i professionisti del design diplomati negli istituti di formazione riconosciuti dal MIUR sono 7094. Un dato in crescita del +9% rispetto al 2014 soprattutto in Lombardia, Piemonte e Lazio, che insieme formano più dei due terzi del totale dei designer italiani. Un settore chiamato oggi a rispondere alle sfide dei tempi, prima tra tutte quella ambientale. Chiamato a interpretare meglio e con maggior sensibilità il rapporto tra design e tecnologie ambientali con la consapevolezza che forse siamo all'inizio di un periodo nuovo, caratterizzato dalla ricerca e dalla sperimentazione di nuovi linguaggi. Un indizio in questa direzione lo abbiamo dalla crescita degli investimenti in tecnologie green: sono infatti ben 355mila le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2011-2016. La necessità di affrontare la sfida della green economy offre quindi al settore del design la possibilità di ripensare il panorama produttivo contemporaneo e di dare maggior vigore al nostro made in Italy. Proprio per la specificità di questo settore e il ruolo rilevante ricoperto per il Paese, Fondazione Symbola dal 2017 promuove uno studio sull’economia del design, concentrando la propria attenzione in particolare sul contributo che il settore fornisce all’economia italiana. È in Italia, infatti, che possono incontrarsi compiutamente la tradizione artigianale e l’innovazione, la dimensione locale e il respiro internazionale, la qualità, la green economy e la bellezza. Il design, inteso come “cultura del progetto”, è uno dei migliori biglietti da visita che il nostro Paese può mostrare al mondo. Qui, dove le imprese crescono grazie alla sapienza dei territori, alle comunità, ai loro saperi e alla loro coesione, il design costituisce una vera e propria infrastruttura immateriale del made in Italy, emblema di un’Italia che fa l’Italia, non rinnegando sé stessa, ma cercando nelle sue radici la linfa per affrontare le sfide del futuro.

 

Ermete Realacci
Presidente Fondazione Symbola  

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