Coesione e' Competizione

Data : 08 luglio 2016


 

 

  Fino a oggi, tutti i popoli sono periti per mancanza di generosità: Sparta sarebbe sopravvissuta più a lungo se avesse interessato gli iloti alla sua sopravvivenza. Viene il giorno che Atlante cessa di sostenere il peso del cielo e la sua rivolta squassa la terra. Avrei voluto allontanare il più possibile, evitarlo se si poteva, il momento in cui i barbari dall’esterno, gli schiavi dall’interno si sarebbero avventati su un mondo che si pretende essi rispettino da lontano o servano dal basso, ma i cui benefici sono a loro interdetti. Tenevo a che la più diseredata delle creature, lo schiavo che sgombra le cloache delle città, il barbaro che si aggira minaccioso alle frontiere, avessero interesse a veder durare Roma. Adriano

In Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar

 

Per affrontare la crisi, quella economica che si sta chiudendo, quella portata dalla Brexit e quelle che verranno, e per cogliere le opportunità di un momento storico ‘liquido’, per citare Bauman, il Paese deve ricorrere alla sue migliori risorse: i tanti talenti che le maglie larghe delle analisi economiche internazionali non raccolgono e a volte negano. Un’Italia che fa l’Italia, che combatte, resiste e compete, spesso tra enormi difficoltà, grazie a una combinazione unica di memoria del passato e voglia del futuro, di competitività e coesione sociale, di resilienza che è fatta di legami territoriali e beni comuni, di equità e giustizia sociale, di collaborazione, solidarietà e innovazione. Un’Italia in equilibrio tra tradizioni e innovazione, ricca di saper fare artigiano che abbraccia ricerca, cultura, bellezza e raccoglie le sfide del web e delle nuove tecnologie. Un’Italia che fa l’Italia senza lasciare indietro nessuno e, anzi, trovando nuova forza nel viaggiare uniti, nel tenere insieme le diversità e persino le debolezze. Un’Italia dall’economia più a misura d’uomo: come quella cui allude Papa Francesco quando ci invita a combattere contro la cultura dello scarto per costruire una società più inclusiva.

Per far questo è necessario leggere il Paese non solo nei suoi punti deboli — che conosciamo: il debito pubblico, le diseguaglianze sociali, l’economia sommersa e quella criminale, il Sud che resta indietro e la burocrazia spesso inefficace e soffocante — ma nei suoi punti di forza. Quell’Italia che, sfidando tutti i pronostici, è protagonista europea nell’economia circolare, nella green economy e nella riduzione delle emissioni climalteranti, con primati nel surplus manifatturiero (una delle sole 5 nazioni al mondo con un surplus sopra i 100 miliardi di dollari).

Un’Italia più competitiva, più resiliente e più giusta, è l’Italia che raccontiamo in Coesione è competizione: in cui quella vocale che fa da ponte tra due concetti ritenuti distanti se non antitetici, qui sancisce non solo un legame ma un collegamento sostanziale, che oltre la semplice coesistenza arriva nel nostro modello di economia e di società fino all’identificazione.

In questa sua seconda edizione, Coesione è competizione prova a leggere il rapporto tra economia e società unendo lo zoom e il grandangolo. Perché la competitività dell’Italia risiede anche nel welfare delle grandi e piccole imprese, nel rispetto e nella valorizzazione dei lavoratori, nella contaminazione tra valore economico e valore sociale, nella relazionalità; sta nella capacità delle multinazionali tascabili e delle start up di trarre vigore dai territori e dalle comunità e di trainarli nel proprio cammino verso il mondo; nelle dinamiche partecipative e nella cultura della cittadinanza; nelle consuetudini antiche che alimentano parte della sharing economy; nella fitta rete di relazioni strutturali del miglior made in Italy — tra produttori, fornitori, consumatori — alimentate e arricchite anche grazie al web e ai social network che creano nuovi ruoli. Come il consumatore che accompagna l’impresa nel progettare nuovi prodotti anche attraverso il “voto con il portafoglio”, per dirla con Leonardo Becchetti.

La competitività trova il suo humus anche nell’azione dei volontari, nell’iniziativa dei gruppi territoriali, alimentata anche da misure come il baratto amministrativo, apprezzato, secondo un sondaggio Ipsos, da oltre tre italiani su quattro. Sta nel saper tessere, proprio delle Pmi, relazioni coi cittadini, con i Comuni e le associazioni, che siano quelle ambientaliste o quelle di persone meno fortunate.

Coesione è competizione dà dignità statistica a queste relazioni virtuose e al loro effetto sulla competitività. E rivela che le imprese se sono coesive — se cioè intrattengono relazioni con le altre imprese, le comunità, le istituzioni, i consumatori, il terzo settore — registrano bilanci più in salute: dichiarano infatti fatturati in aumento nel 47% dei casi, contro il 38% delle non coesive.

Assumono di più: il 10% delle coesive ha programmato assunzioni nel 2015, tra le altre è il 6%. Esportano di più: hanno ordinativi esteri in aumento nel 50% dei casi, a fronte del 39% delle non coesive. Sono, a ben vedere, le stesse imprese che hanno nel Dna una considerazione diversa e maggiore di valori come l’ambiente (investono infatti in prodotti e tecnologie green il 53% delle imprese coesive contro il 38% delle non coesive), la creazione di occupazione e di benessere economico e sociale, gli investimenti in qualità.

Non solo le imprese ma anche i territori possono essere coesivi, cioè caratterizzati dalla presenza di legami e relazioni solide e profonde tra le loro diverse componenti: comunità, imprese, istituzioni, soggetti più deboli. Coesione è competizione prova a misurare anche le performance sociali ed economiche di questi territori.
E scopre che le Regioni più coesive (con una maggiore attenzione al lavoro e alla legalità, maggiore presenza del non profit, maggiore livello di relazionalità delle imprese) — in ordine, Trentino Alto Adige, Lombardia, Veneto, Toscana, Friuli Venezia Giulia — sono anche quelle in cui generalmente il livello di raccolta differenziata è maggiore della media nazionale; in cui maggiore è l’integrazione socio-economica degli stranieri (misurata nel rapporto tra occupati stranieri e cittadini italiani); in cui il reddito disponibile è maggiore e meglio distribuito (misurato con l’indice di Gini).

Di questo bisogna ricordarsi anche quando si propongono soluzioni economiche per il Sud Italia, perché “chi cerca rimedi economici a problemi economici — scriveva Luigi Einaudi — è su falsa strada; la quale non può che condurre se non al precipizio. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale”.

Le imprese, le associazioni, i cittadini, le istituzioni che vivono in questi territori, quelle che questo rapporto racconta, sono sempre più consapevoli del fatto che le performance dell’economia sono dipendenti da valori e fattori non direttamente economici: il rispetto dell’ambiente, quello dei diritti dei lavoratori, la valorizzazione delle risorse umane, il sostegno alle comunità, la collaborazione a tutti i livelli (dai fornitori ai clienti alle istituzioni), le dinamiche partecipate, la promozione culturale e dei territori.
Variabili che entrano nei cicli aziendali, vengono gestite come nuovi fattori produttivi: non per bontà — che magari non manca — ma per convenienza. Una nuova frontiera della responsabilità sociale d’impresa, che in Italia si colora di rapporti particolari con i dipendenti e con il territorio, e che presto riceverà nuova spinta dall’Europa con la direttiva che prevede l’obbligo, a partire dal 2017, di redigere il bilancio sociale e ambientale per le imprese con più di 500 occupati. Ma soprattutto un nuovo paradigma economico più giusto e inclusivo, antidoto alla disgregazione sociale; che parla di un sistema economico che, con una sorta di svolta antropologica, assume molte idee, pratiche e valori del non profit.
Le imprese, oltre al profitto, promuovono la creazione di valore sociale come un loro tornaconto.

C’è chi guarda al benessere dei propri collaboratori, come Elica, che ha ottenuto per la settima volta consecutiva il marchio di certificazione Top Employer: un riconoscimento che premia, a livello mondiale, le aziende che offrono eccellenti condizioni di lavoro ai propri dipendenti. C’è chi guarda al territorio, come la sartoria di Angelo Inglese, che decidendo, nonostante i tanti problemi, di rimanere in Puglia, a Ginosa, non solo ha salvaguardato mestieri tradizionali che rischiavano di sparire creando un vero e proprio indotto, ma ora è impegnata anche in un progetto di recupero della lana locale.

O anche Cms, leader della meccanica mondiale, che ha attivato un progetto di volontariato d’impresa — VolontariAMO — a supporto della comunità di Marano sul Panaro (MO). C’è chi, come Illy, collabora con organizzazioni non profit per finanziare progetti educativi a sostegno di comunità straniere.

C’è chi si mette insieme per essere più competitivo all’insegna della sostenibilità ambientale, come la rete 100% Campania che aggrega le industrie campane del ciclo di lavorazione della carta che hanno deciso di sviluppare prodotti sempre più innovativi e di promuovere il miglioramento della raccolta differenziata regionale. C’è Daniela Ducato, che, con la sua Edizero, tramite l’innovazione ecologica crea prodotti che risolvono i problemi delle comunità; Brunello Cucinelli con la grande attenzione al territorio e ai dipendenti, Ferrero con l’omonima Fondazione dedicata ai lavoratori in pensione, Gucci e l’attenzione alla filiera dei fornitori. C’è Enel, unica impresa italiana e unica utility al mondo nell’international board Global Compact, iniziativa delle Nazioni Unite per incoraggiare le aziende di tutto il mondo verso la sostenibilità e la responsabilità sociale. Infine, c’è un marchio storico del made in Italy come Ferragamo, che si prende cura della filiera avvalendosi di un processo di qualificazione dei fornitori che tocca i requisiti tecnici e qualitativi, economici e finanziari e le certificazioni. Ma c’è di più.

L’attenzione alla dimensione della sostenibilità sociale entra a far parte degli obiettivi di business con le Benefit Corporation, imprese che per statuto coniugano profitto e beneficio per la comunità e per il territorio in cui operano. Un nuovo paradigma in cui l’Italia è all’avanguardia, essendo il primo Paese — dopo gli Stati Uniti, dove le B Corp sono nate — a essersi dotato, con la legge di Stabilià, di una normativa in materia: e qualcosa questo vorrà pur dire. Alla pioniera Nativa si stanno aggiungendo altri casi, fra cui Fratelli Carli, Equilibrium, Banca Prossima.

In questo cammino di ibridazione delle imprese verso la società, le stesse imprese sociali cambiano pelle, sperimentando strumenti di finanziamento (cresce l’orientamento verso la domanda pagante dei cittadini), forme giuridiche e campi d’azione (l’housing sociale, l’ambiente, le energie alternative, la mobilità e la gastronomia) inediti. In una parola sola, diventano ibride, ispirandosi nei propri modelli di business, governance, di leadership e fund raising sia al non profit che al for profit, con una forte componente di innovazione nella ricerca della soluzione al problema sociale affrontato.

Accanto al mondo del non profit — largamente diffuso nel paese (sempre secondo Ipsos un italiano su due ha avuto occasione di fare volontariato almeno una volta negli ultimi anni) e che la nuova legge approvata a maggio può rendere ancor più vitale — meritano una citazione anche le cooperative di comunità: un nuovo modello di sviluppo in cui la comunità diventa impresa, rigenerando luoghi abbandonati, producendo valore economico e sociale per il territorio.

Gli esempi felici di Cerreto delle Alpi e Succiso — casi che hanno fatto scuola a livello internazionale — dimostrano come queste cooperative possano contribuire al rilancio dei comuni delle aree interne, rappresentando una concreta prospettiva di crescita.
Con i suoi numeri e le sue storie, che come si vede sono tutt’altro che casi residuali, Coesione è competizione porta nuove frecce all’arco di un made in Italy forte nonostante tutto, forte soprattutto laddove le teorie economiche dominanti guardano con occhi distratti: nelle pieghe della società. Che proprio in virtù del suo fare economia senza tagliare i ponti con la società, anzi rinsaldandoli, ottiene risultati che stupiscono gli osservatori meno attenti e quelli più pigri. Il nostro è un modello che guarda lontano, soprattutto in questo periodo fatto di poche certezze, in cui l’economia globale alimenta le differenze invece di sanarle, in cui le differenze possono diventare incendi difficili da contenere: un antidoto alla disgregazione delle comunità.

Può rappresentare un nostro peculiare contributo necessario al cambiamento post-Brexit. Un’economia più a misura d’uomo per un’Europa che vuole essere una risorsa per tutti: “uno spazio privilegiato per la speranza umana”.
Il made in Italy è anche questo. Dobbiamo esserne consapevoli per non perdere un vantaggio che nessun altro paese possiede.

Ivan Lo Bello Presidente Unioncamere
Ermete Realacci Presidente Fondazione Symbola
 

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