Certificare per competere. Dalle certificazioni ambientali nuova forza al made in Italy

Data : 26 febbraio 2016 - 30 novembre -1


"Misura ciò che è misurabile, e rendi misurabile ciò che non lo è"
Galileo Galilei

 

Oltre 450 in tutto il mondo, con una media di 12 new entry ogni anno. Quello delle certificazioni e dei marchi ambientali è un mare magno fatto di strumenti rigorosissimi che
convivono con operazioni di puro greenwashing. Fatto di marchi semplici ed efficaci ma anche sigle e simboli poco comprensibili che non aiutano il consumatore a capire i prodotti che sta comprando, né le imprese a far conoscere i propri comportamenti virtuosi. Di certificazioni percepite spesso dalle aziende esclusivamente come il biglietto da pagare per sperare di entrare nel mercato degli acquisti verdi o tra i fornitori di alcune grandi imprese.

Certificare per competere di Fondazione Symbola e Cloros nasce proprio per dare – ai consumatori, alle aziende, ai tecnici – strumenti utili per mettere ordine nel composito
mondo delle certificazioni ambientali. Che abbiamo passato ai raggi x, evidenziandone punti di forza e deficit (che pure non mancano), e portando alla luce un aspetto sottovalutato,
e spesso messo in discussione: una correlazione solida tra certificazione e competitività delle aziende.

Le certificazioni ambientali, infatti, possono essere un acceleratore di competitiva, un trampolino per il miglioramento delle performance – ambientali, certamente, ma anche
economiche – delle imprese. Un elemento determinante nel cammino delle aziende, e del Paese, verso la qualità. Ancora una volta non solo ambientale: perché, come segnaliamo nel rapporto, una certificazione ambientale porta con sé vantaggi nei dei bilanci, migliori rapporti con le imprese, i consumatori, il territorio, la società e la Pubblica amministrazione;
acuisce l’attenzione alle richieste dei clienti, migliora la reputazione, rafforza quella tensione innovativa che è il cuore della sostenibilità e della green economy.

Partendo dalla costituzione del primo parziale database delle imprese del made in Italy (le 4A: Automazione, Abbigliamento, Arredocasa, Alimentari) dotate di certificazioni ambientali, e confrontandone le performance con quelle delle imprese non certificate di un corrispondente contro- campione, risulta quello che in tanti sostenevamo, e che
molti invece negavano.

In piena crisi, tra il 2009 e il 2013, le imprese delle 4A con certificazione ambientale hanno visto i loro fatturati aumentare, mediamente, del 3,5%, quelle non certificate del 2%: le
certificazioni portano in dote, cioè, uno spread positivo di 1,5 punti percentuali. Ancora meglio nell’occupazione, dove lo spread arriva a 3,8 punti percentuali: le certificate hanno
visto crescere gli addetti del 4%, le altre dello 0,2%. Con vantaggi particolarmente spiccati nel tessile abbigliamento (spread nel fatturato +3,6) e nell’automazione (spread per gli addetti +3,9). Questi dati medi ci dicono che le certificazioni giovano alle imprese di ogni dimensione. Se però zoomiamo sui risultati nelle diverse dimensioni aziendali (piccole, medie e grandi), ci accorgiamo che sono soprattutto le imprese più piccole ad ottenere maggiori vantaggi: le PMI (fino a 50 addetti) con certificazione ambientale registrano uno spread di +4 punti nel fatturato (contro un +1,1 delle medie, fino a 250 addetti, e un +0,6 punti delle grandi) e di 1,2 punti negli occupati (contro lo 0,6 o 0,7 delle altri classi). Al Sud, poi, mentre fatturato e addetti vanno sotto zero per le imprese non certificate, quelle certificate (con uno spread rispettivamente di +1,7 e +3,2) possono vantare mediamente risultati positivi.

L’export, come segnaliamo nel rapporto, è una delle motivazioni per quali le imprese scelgono di certificarsi: a ragione, visto che le imprese delle 4A con certificazione ambientale
esportano nell’86% dei casi, mentre le non certificate nel 57%.

Al di là di questi risultati – esemplificati anche dai 10 casi studio: Asdomar, Caprai, Gruppo Casillo, Flainox, Florim, Miroglio Textile, Radici Group, Saviola Holding, Valcucine, Oleificio Zucchi – il presente rapporto, il primo nel suo genere, può avere un valore importante per il mondo delle certificazioni anche perché è condotto in un Paese, l’Italia, che è un laboratorio d’eccezione. Con una tensione importante del settore produttivo verso la green economy: il
24,5% delle nostre imprese (una su quattro) dall’inizio della crisi ha fatto investimenti green. Conquistando al Paese una leadership green in Europa: siamo primi tra i grandi paesi
europei per eco-efficienza del sistema produttivo, all’avanguardia per quota di energia rinnovabile nella produzione elettrica (43,3%), siamo leader europei nel riciclo industriale (a fronte di un avvio a recupero industriale di oltre 163 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili, nel nostro Paese sono stati recuperati 25 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi del continente).

In Italia cresce l’attenzione alla sostenibilità tra i consumatori. Ed è evidente anche una spiccata propensione alle certificazioni ambientali. Con oltre 24mila certificazioni, siamo il secondo paese al mondo per numero di certificati ISO 14001, dopo la Cina (105mila). Il primo per numero di certificazioni di prodotto EPD, il terzo per Ecolabel ed EMAS. Ancora: siamo il quinto paese del G20 per certificazioni forestali di catena di custodia FSC.

Una vitalità che traspare anche da iniziative nazionali sulla tracciabilità di filiera agroalimentare, divenute poi la base di schemi ISO (lo standard 22005). O nel legno-arredo: è italiana, ad esempio, la prima sedia certificata EPD e nasce da istanze italiane l’ampliamento della certificazione FSC anche ai prodotti da legno riciclato.

L’Italia, insomma, rappresenta uno dei fronti più avanzati in tema di certificazioni ambientali. Un dato che va letto in un quadro complessivo di riposizionamento competitivo
delle nostre imprese nel segno della qualità e della green economy; e della società verso una maggiore sobrietà.

Ma che va anche contestualizzato. Nonostante questi primati, e nonostante gli indubbi vantaggi che abbiamo ‘certificato’ e misurato, la diffusione delle certificazioni ambientali in Italia è tutt’altro che capillare. Qual è il problema? Cosa ostacola una penetrazione all’altezza delle performance?

Diversi sono i fattori che abbiamo riscontrato sondando esperti, imprese e associazioni di categoria. In primis una scarsa e inadeguata conoscenza delle certificazioni ambientali
– soprattutto dei benefici conseguiti – da parte delle imprese che potrebbero, con grande vantaggio, certificarsi. Scarsa conoscenza che ha tante cause, e che le società di certificazioni non sempre riescono a superare trasmettendo la reale portata delle certificazioni.

Scarsa alfabetizzazione anche dei consumatori finali. Tra cui è presente un discreto interesse green, che si manifesta anche nel fatto che dichiarano (come appurato grazie
al sondaggio Ipsos curato per questo studio) di avere una buona conoscenza delle certificazioni ambientali: solo il 19% afferma di non averle mai sentite nominare. A livello
di percezione emerge quindi una familiarità con le certificazioni ambientali e il contesto green in cui si collocano. Familiarità che, però, viene fortemente ridimensionata se misuriamo l’effettiva conoscenza del tema. Se chiediamo di indicare spontaneamente le certificazioni conosciute, solo il 39% è in grado dare una risposta. Ma di questo 39%, solo un terzo (che significa circa il 15% degli italiani) dà una risposta corretta. Il restante 85% no: indicando, invece, sigle che appartengono solo genericamente alla sfera delle certificazioni ambientali (UNI, ISO), enti di certificazione o istituzioni come Arpa e Ispra, o fornendo risposte non coerenti col tema (DOP, ISO9001).

Oltre a questi limiti, vanno segnalati anche i deficit dell’azione pubblica di sostegno a questi strumenti, nonostante offrano evidenti vantaggi per la collettività: il green public procurement e le semplificazioni burocratiche offerte ai soggetti certificati non sono ancora una motivazione sufficiente ad aumentare in tutti i settori produttivi le adesioni.
Per non tacere, infine, i limiti insiti in alcuni standard, che rendono l’adesione, soprattutto per alcuni settori, di fatto impraticabile.

Resta molto ancora da fare, quindi, su diversi fronti: alfabetizzazione dei consumatori finali e delle aziende, potenziamento degli skills delle agenzie di certificazione, rafforzamento delle iniziative pubbliche, miglioramento degli standard di certificazione ambientale esistenti e creazione di standard dedicati a settori che oggi ne sono orfani. Solo così le certificazioni ambientali possono ambire ad una maggiore diffusione, diventando un fattore strutturale nella crescita qualitativa del sistema produttivo italiano. Solo così potranno arginare rischi ‘esterni’ come, ad esempio, quelli legati allo scandalo Volkswagen sulle emissioni, che minaccia di intaccare la fiducia riposta in questi strumenti.

Lungo questo cammino, Fondazione Symbola, nella missione di leggere e promuovere le qualità italiane come chiave per affrontare le sfide che attendono il Paese, e Cloros, uno dei protagonisti più attivi della filiera nazionale delle certificazioni, ritengono che Certificare per competere possa dare un contributo utile: ai consumatori come ai decisori pubblici e, soprattutto, al ricco e vitale tessuto delle imprese del made in Italy.

 

 

Riccardo Caliari
CEO Cloros

Ermete Realacci
Presidente Fondazione Symbola

 

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