I fondi strutturali sono un flusso che atterra sul territorio con la mediazione tecnico-politica delle amministrazioni locali. L’economia meridionale è stata interessata dai processi di seguito schematicamente descritti.
Una prima fase, che parte dagli anni ’50 e si chiude negli anni ’80, che possiamo definire, con Carlo Trigilia, fase dello sviluppo senza autonomia. Coerentemente con la visione del “meridionalismo” tradizionale, il problema dell’arretratezza socioeconomica del Mezzogiorno è affrontato secondo il modello dello sviluppo indotto: la potenza fordista dell’industria delle partecipazioni statali, gli incentivi alla ri-localizzazione di stabilimenti della grande impresa settentrionale, la regolazione dall’alto del settore agricolo. Intervento straordinario, Cassa per il Mezzogiorno, riforma agraria, sono i pilastri fondativi di un modello che pone al centro dello sviluppo risorse esogene ed i grandi attori dello Stato e dell’impresa fordista. Come noto, gli effetti di queste politiche sono stati complessi e non leggibili esclusivamente in termini negativi: a partire dagli anni sessanta sono infatti aumentati i livelli di reddito pro-capite, si sono ispessiti nuclei di borghesia e classe operaia urbana, con le loro organizzazioni di rappresentanza degli interessi, ma si rafforza e modernizza anche un ceto dirigente che nella mediazione dei flussi di risorse dall’alto trova la sua ragione d’essere e la sua forza politica. D’altro canto, questo modello si è rivelato incapace di generare esternalità sul territorio e produrre una modernizzazione delle élite locali. La chiusura di molti stabilimenti, dettata dalla crescente inefficienza delle produzioni e dalla riorganizzazione del settore pubblico dell’economia, non ha lasciato sul territorio una classe dirigente in grado di guidare lo sviluppo del territorio. D’altro canto, l’applicazione distorta e selettiva (anche sul piano territoriale) delle riforme ha finito per acutizzare la frattura tra quelle che Manlio Rossi-Doria definiva “terre della polpa” (le fasce costiere e pianeggianti) e “terre dell’osso” (le parti interne, collinari e montagnose).
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