Il problema è però soprattutto culturale e riguarda la dimensione della “Rete”, nel senso che occorre avviare un discorso quanto più condiviso possibile per dare terreno fertile a quelli che qualcuno, inconsciamente o subdolamente, ha definito prodotti “di nicchia”. A Napoli il termine “nicchia” è un po’ funereo, definisce il loculo. Chi ha inventato questo termine forse pensava a dei prodotti già alla fine della loro esistenza, con un piede nella fossa. Invece dal nostro osservatorio, questi prodotti non sono affatto alla fine e non lo è neanche l’artigianato che, al contrario, è vitalissimo; ma la qualità può crescere. Basta pensare a quello che sono diventati oggi il Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di Parma; anche quelli, in passato, erano prodotti “di nicchia”, identità di una certa realtà: non prodotti di qualità, ma prodotti di Qualità identitaria! Oggi la Comunità Europea e gli Enti Locali si affannano a certificare, a garantire, ma la Qualità identitaria di un territorio sta nel Dna della società che esprime quel prodotto. Il grosso patrimonio di cui l’Italia è dotata, il motivo per cui l’Italia è arrivata ad essere ciò che è, è proprio questa grande, capillare capacità di rappresentazione della diversità che è una forza enorme e che va espressa; e va espressa partendo dalla comunicazione culturale.
Per esempio, mentre nessuno si sconvolge all’idea che un pachino si venda a 6 mila lire al Kg, per il San Marzano l’atteggiamento è diverso perché ne esistono delle “imitazioni” industriali; esistono degli pseudo San Marzano, disponibili ad un prezzo molto più basso. Occorre, dunque, spiegare che l’agricoltura compatibile è il perno del sistema del mantenimento ambientale. Negli anni 50 gli agricoltori italiani erano il 60% della popolazione, mentre oggi sono soltanto il 3%. Certo dal recupero del reddito, e quindi della produzione di San Marzano, si potrebbe ripartire per il risanamento ambientale dell’area di origine di questo prodotto, oggi tra le più martoriate dal degrado. Nella sola Costiera Amalfitana, che deve il suo ingresso tra i Patrimoni tutelati dall’Unesco al paesaggio disegnato dal lavoro dell’uomo, il 70% dei contadini ha più di 60 anni? Quanto tempo lavoreranno questi contadini sui nostri terrazzamenti che sono in fase di abbandono per oltre il 45%? Molteplici possono essere le cause che contribuiscono all’abbandono delle pratiche agricole. Ma se sono chiari gli interessi delle multinazionali del cibo è incomprensibile la colpevole indifferenza di un certo mondo colto e delle istituzioni. Perché, per esempio, non concedere le autorizzazioni per le monorotaie che allevierebbero un lavoro molto disagiato? Per un vezzo estetico, deturpano il paesaggio? E perché mai, invece, esse sono presenti nelle Cinque terre? Tutti noi, dunque, dovremmo impegnarci per cercare di garantire quelle condizioni di vita e quelle possibilità che rendono l‘agricoltura praticabile, perché l’agricoltura, oltre a creare i presupposti di un’alimentazione sana, di un ambiente sano e di un paesaggio integro e rispettoso delle sue tradizioni agricole, offre in dote a tutti una straordinaria opportunità di differenziazione. Servono persone di buona volontà, persone che riconoscono agli agricoltori locali il giusto prezzo. Un ruolo fondamentale per il miglioramento è quello dei ristoratori, che comprendono che quella bio-diversità, quel sapore, quell’unicum nel piatto, fa dei loro ristoranti luoghi diversi l’uno dall’altro. L’agricoltore lavora per ricavare un reddito, se al contadino non viene riconosciuto quel reddito corrispettivo degli sforzi produttivi, certamente cambierà attività, farà altro e il figlio o le nuove generazioni non proseguiranno l’attività agricola. La scommessa, perciò, è quella di creare un terreno fertile per queste realtà a volte eroiche; ci sono zone dove questo può essere possibile, basti pensare all’esempio morale delle “Città Slow” dove gli amministratori hanno impostato sul rispetto, sulla valorizzazione e sullo sviluppo delle risorse agroalimentari, la stessa politica del loro governo locale, con atti concreti.
Il recupero della produzione della Colatura di alici a Cetara e il recupero della produzione delle Alici di Menaica, nel Cilento, hanno portato uno straordinario indotto sul territorio. Un bottaio che era rimasto unico e solo nel paesino di Sessa Cilento ha visto centuplicare le richieste di “trezzarole”, botticelle dove si conservavano ed ora continuano a maturare le alici.
L’augurio è che da queste piccole realtà, dall’economia sana e non assistita, possa venire un impulso concreto per invertire la tendenza in atto, come è già successo a paesi come Colonnata, per citare solo uno dei più famosi; paese fino a 10 anni fa per lo più sconosciuto, dove oggi, invece, i ristoranti lavorano tutti i giorni, le case hanno recuperato valore, e che, nella giusta battaglia per il riconoscimento dell’IGP, esce vincitore nello scontro con i colossi produttivi che vogliono fare speculazione.
Occorre, però, anche capire che un sindaco di un comune tradizionalmente vocato ad esempio alla pesca non si può opporre alla lavorazione del pesce perché provoca cattivi odori. Si possono invertire le tendenze dei consumi partendo soprattutto dalle nuove generazioni e dalle scuole in particolare, educando al gusto ed insegnando la storia e la geografia dei prodotti. In fondo il sapore di un cibo, il sapere tramandato di una preparazione è il lato della nostra rappresentazione culturale forse più intimo, che parla di noi stessi più d’ogni altra cosa, difenderlo senza mistificare le cose diventa oggi un dovere fondamentale moderno di ogni uomo, per il mantenimento della qualità della vita.
Oggi la politica è portata a definire tutto in termini di Prodotto Interno Lordo, di produttività; mi auguro, invece, che questa “Rete” si possa caratterizzare per una ricerca comune del FIL, la “Felicità Interna Lorda”, che esprime un territorio, in termini di qualità della vita e di rispetto della propria ed altrui identità.
Patrimoni infiniti
di Vito Puglia Segreteria nazionale Slow Food
Data : 23 - 24 luglio 2004
Fonte : Convegno La scommessa della qualità italiana Ravello Festival 2004