L'olio italiano e la sfida della qualità - Il PIQ della filiera oleicola: per identificare, misurare, difendere

Data : 18 giugno 2015

 

Poche cose come l’olio extravergine e l’olivo raccontano e rappresentano il nostro Paese. Perché la produzione mondiale di olio di oliva (tre milioni di tonnellate circa) si concentra nell’Unione europea, e l’Italia detiene una quota pari al 20% dell’intera produzione comunitaria. Ma anche perché gli olivi sono al centro dei paesaggi italiani più amati e fotografati. Perché l’extravergine è protagonista della dieta mediterranea e primo attore delle nostre cucine regionali e della nostra ospitalità – e, quindi, un fil rouge dietro l’Italia dell’Expo. Perché attorno alla filiera dell’olio, grazie ad un lavoro gomito a gomito tra contadini, ricercatori e imprese, fioriscono esperienze innovative anche dal punto di vista ambientale che, ad esempio, recuperando e valorizzando quelli che fino a ieri erano considerati scarti, stanno dando vita a nuove importanti opportunità.
Quella che gira attorno all’olivo, dunque, non è solo una parte importante della nostra economia rurale – siamo ai vertici della produzione di extravergine al mondo: è un pezzo della nostra identità, è uno dei nostri biglietti da visita. Non a caso le polemiche che periodicamente si riaccendono attorno all’extravergine italiano coinvolgono l’immagine dell’Italia nella sua interezza (basti ricordare, da ultimo, le vignette sul New York Times).
Per questo – e perché proprio in uno dei periodi più difficili, e pieno di rischi, per il settore è importante ragionare sul suo futuro – Inea, ora confluita nel CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e Symbola (insieme a Coldiretti e nell’ambito del progetto relativo all’attuazione del piano olivicolo-oleario commissionato dal MIPAAF) hanno voluto dedicare alla filiera nel suo complesso, dalla terra che ospita gli olivi fino al ristorante, questa ricerca. Identificando – per la prima volta, appunto, per una intera filiera - i fattori che concorrono a produrre qualità e quelli che la compromettono; costruendo la prima banca dati dedicata al monitoraggio delle diverse fasi produttive (anche per mettere a fuoco elementi critici, come quelli che possono spingere alle frodi); e realizzando una stima della quota di valore aggiunto da ricondurre alla qualità, stimata nel 2012 pari al 39,5% del totale, con una leggera crescita rispetto alla contrazione subita nel 2009 (38,1%). Crescita che, però, alcuni indicatori (come il mancato contenimento delle spese per acqua ed energia e la contestuale riduzione dei prezzi dell’olio al consumo) non fanno ritenere come acquisita e, anzi, mettono a rischio.
La qualità è la bussola per l’Italia, e per il made in Italy: solo scommettendo sulla qualità, rafforzando questa sua vocazione universalmente riconosciuta, il nostro Paese saprà trovare il suo spazio nel mondo. Vale per la moda come per il turismo e per i successi del manifatturiero. E vale, ovviamente, per l’agroalimentare (ragion per cui l’INEA ha contribuito alle attività di ricerca sulle varie filiere del comparto, fornendo supporto tecnico alle amministrazioni competenti in materia di controlli). Come dimostrano le “10 verità sulla competitività italiana – Focus agricoltura” di Fondazione Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison per Coldiretti la filiera food è quella che ha risposto meglio alla crisi: dal 2009, mentre il valore aggiunto a prezzi correnti dell’intera economia nazionale ristagna (+2,2%), quello agroalimentare registra un +10,6% (ben +14,2% per l’agricoltura). Risultati legati proprio alla vocazione (e alla determinazione) alla qualità: siamo leader nel biologico - primi in Europa per numero di imprese, tra i primi al mondo per superficie e tasso di crescita – e abbiamo il maggior numero di certificazioni alimentari a livello comunitario (264 prodotti Dop e Igp e 4.698 specialità tradizionali regionali,seguiti a distanza da Francia, 207, e Spagna, 162). Nel solo settore del vino l’Italia conta su ben 332 Doc, 73 Docg e 118 Igt.
Proprio il percorso del vino italiano è, da questo punto di vista, paradigmatico. Negli anni ’80 andava all’estero come vino da taglio. Dopo lo shock del metanolo, invece, ha imboccato la via della qualità, tagliando le produzioni e raggiungendo un’eccellenza fatta anche di un forte e positivo rapporto col territorio. Il giro d’affari è passato così dai 700 milioni di euro del 1986, in moneta attuale, ai 5,6 miliardi del 2013, anno che ha visto segnare un balzo in avanti del 7,7% nell’export.
E’ il concetto ribadito anche dall’Unione europea nel Libro verde sulla qualità dei prodotti agricoli (COM(2008) 641) che afferma che proprio il perseguimento della qualità rappresenta l’arma più potente di cui possono disporre i produttori comunitari per vincere le sfide commerciali in un mondo sempre più globalizzato. E nell’offerta alimentare qualificata l’Italia non ha rivali: presenta ben 243 prodotti a qualità regolamentata, DOP, IGP e SGT, ed è a livello europeo ai primi posti in termini di marchi di qualità.
Inoltre, considerata la posizione strategica del nostro Paese nei flussi di importazione ed esportazione di prodotto, e le minacce alle quali l’italian sounding (sia quello straniero che quello nostrano) espone la produzione nazionale, un lavoro sulla qualità della filiera oleicola assume notevole rilevanza anche alla luce della riflessione sulle regole e le normative in materia di qualità, sul loro rispetto, sugli strumenti per vederlo garantito nonchè in relazione ai nuovi importanti accordi commerciali (come il Ttip).

Il PIQ della filiera oleicola rappresenta un primo passo “per identificare, misurare, difendere”. Il passo di un cammino che corre parallelo alla mission profonda di Expo 2015: additare al mondo il valore del modello agroalimentare italiano, le risposte della nostra agricoltura e della dieta mediterranea ai nuovi bisogni del XXI secolo. Un cammino che Symbola ed il CREA considerano strategico proseguire, sicuramente rafforzando le ricerche avviate, e, auspicabilmente, ampliandole ad altri settori dell’agroalimentare. Per fornire un contributo alla comunità scientifica e ai decisori politici, oltre che al made in Italy e ai consumatori.

Ermete Realacci
Symbola

Salvatore Parlato
CREA 

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