La scommessa del futuro

di Paolo Saturnini presidente città patrimonio Unesco

Data : 23 - 24 luglio 2004
Fonte : Convegno La scommessa della qualità italiana Ravello Festival 2004

Per parlare della qualità è necessario porsi alcuni interrogativi.
Quale sarà il ruolo del "sistema Italia" nei prossimi anni e nei prossimi decenni? Quale ruolo, cioè, giocheranno l'Italia e l'Europa nel contesto mondiale? Saremo sempre come è stato finora, soggetto delle decisioni sul futuro del mondo, oppure diventeremo oggetto delle decisioni di altri?
Dove si sposterà il baricentro del mondo? Sarà ancora euro-centrico o euro-atlantico, oppure si sposterà ad oriente, dove la Cina e l'India stanno crescendo, anno dopo anno, a ritmi vertiginosi?
Saremo confinati al ruolo di giardino del mondo, dove si viene per il sole, il mare, l'arte e il mangiare? Oppure potremo avere l'ambizione di essere qualcosa di più di semplici custodi, casieri, cuochi, camerieri, giardinieri e maggiordomi?
Occorre lavorare affinché, per quanto possibile, non sia il futuro a gestire noi, ma noi a gestire il futuro che, nel nostro caso, significa avere un progetto, smettere di vivere alla giornata, avere un'idea precisa del ruolo che dovrà giocare il nostro Paese, investire nella ricerca, dare spessore al nostro sistema produttivo, fare squadra, fare sistema.
Invece in Italia non si fa niente di tutto questo, perché siamo un popolo di gente imborghesita, non di borghesi, e dove quel poco di borghesia che c'è non è riuscita a diventare classe dirigente.
Costruire il futuro significa lasciarci alle spalle i nostri vecchi vizi nazionali: quello della retorica (tutto ciò che è nostro è bello, è buono e fa bene) e quello della furbizia (in base al quale noi riusciamo a vendere per buono e per bello ciò che in realtà non è né buono e né bello) perché la furbizia ha le gambe corte e la verità, prima o poi, viene sempre a galla.
Un esempio è quello dell'olio "italiano" in Germania: quelli di "Stern" ne hanno comprate 17 bottiglie di 17 marche diverse, le hanno fatte analizzare ed è venuto fuori che pressoché nessuno di questi olii era extravergine di oliva.
Abbiamo una sola strada davanti a noi: la strada della qualità dei prodotti, dei processi, dei contesti ambientali.
Rappresento le oltre 500 Città del Vino, cioè i territori dei vini di qualità (DOC e DOCG), anche se oggi le denominazioni sono una condizione necessaria, ma non più sufficiente, a definire tutte le proprietà di un vino.
Non basta più che un vino sia buono al gusto: è necessario che sia anche sano, cioè organoletticamente corretto e non dannoso per la salute del consumatore.
Il vino deve mettere in campo altre proprietà, valori e caratteristiche se vuole reggere e vincere la sfida della qualità.
Bisogna che venga prodotto a partire dalla vigna, con processi produttivi che rispettino un preciso protocollo di difesa ambientale e di salvaguardia della salute dei lavoratori addetti a quel processo produttivo. Inoltre, è necessario che, per produrre vino di qualità, non si metta a rischio il capitale ambientale e paesaggistico, che è il capitale più importante che abbiamo e che, se distrutto o menomato o oltraggiato, è difficile, se non impossibile, da ricostituire. La realizzazione di una vigna così come di una cantina deve essere curata anche dal punto di vista paesaggistico, scenografico e artistico.
Dobbiamo stabilire che non occorre produrre ad ogni costo, ma che è importante invece coniugare la qualità, l'autenticità e l'identità con la sostenibilità. Dobbiamo immetere nel nostro lavoro e in quello degli enti pubblici e dei produttori, una forte componente di responsabilità e di eticità.
Solo così potremo dire di avere dato alla parola qualità un contenuto concreto, un ancoraggio al "qui ed ora", un radicamento alla realtà del territorio e alla storia della nostra tradizione.
A noi, che rappresentiamo i territori del bello e del buono, spetta il compito, la responsabilità di far sì che il bello sia più bello e che il buono sia più buono.
 

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