Entro il 2040 il PIL dei paesi del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) supererà quello del G6. Niente di male. A noi piace una compagnia equa e solidale, purchè questo significhi armonia e non contraccolpi culturali, sociali, religiosi, e naturalmente economici troppo forti o del tutto imprevisti.
Gli ultimi vent’anni non sono stati all’insegna di un nuovo modello di sviluppo, perlomeno in Italia: abbiamo generalmente operato con industrie di contenuto livello tecnologico, imprese sottodimensionate e con scarsa attitudine alla collaborazione e alle partnership, anche all’interno dei vantati distretti economici, e con un sistema di servizi bloccato da convenienze consolidate.
Così, sempre negli ultimi vent’anni, il valore delle attività industriali negli Stati Uniti è arrivato al 17%, con l’Europa che sostanzialmente si è allineata (21%), mentre la ricerca tecnologica (difesa, aerospaziale, information tecnology, farmaceutico) ci vede al 7% contro il 17% degli USA. Stati Uniti che – come dichiarano le indagini Thomson Datastrem – investono nei servizi non finanziari (commercio, sanità, media, tempo libero, immobiliare, informatica, logistica) ben il 28% contro un investimento europeo, ben contenuto, 14%.
Il maggior dinamismo nel commercio mondiale si è rilevato negli ultimi 10 anni in: farmaceutica, elettronica di consumo, computer, macchinari elettrici, strumenti di precisione, aerei. Pari a circa il 25 % di tutto l’interscambio. A parte i macchinari elettrici, con l’Italia ben posizionata, gli altri settori, tutti hi tech, ci hanno visto calare sotto il 2%.
L’Institute for Management Development di Losanna ci pone per competitività al 51° posto tra i 60 paesi analizzati, facendoci retrocedere di ben 10 posti tra il 2003 e il 2004.
Nonostante le tinte fosche vanno citate le 300 medie imprese vocate alla crescita e all’internazionalizzazione, citate da De Rita come il nostro potenziale per recuperare grande impresa in Italia e che potranno farcela, crescendo senza svendersi, cioè pensando ossessivamente alla sola delocalizzazione. Poi, oltre la meccanica di precisione, c’è il segmento del lusso o meglio del ben vivere, del Belpaese che potremmo definire la seconda generazione del made in Italy, cioè di chi è rifuggito dalla sola innovazione (cioè ricerca a basso valore aggiunto, facilmente copiabile, di breve durata, effimera) e ha tesaurizzato in brand di qualità integrali, cioè materiali + lavorazioni + territori di appartenenza + culture + fattori identitari +…
Così se aggiungiamo il valore del territorio, nasce il mondo delle reti delle qualità territoriali, cioè la “Carta di Ravello” e il tanto futuro che c’è nelle pagine seguenti. Il mondo delle reti della qualità territoriale significa molte cose: agricoltura di qualità, valorizzazione dei patrimoni immobiliari sottoutilizzati, il commercio di qualità e di tipicità, l’artigianato creativo e cinghia di trasmissione tra tradizione e lettura delle tendenze: in una parola la piccolagrandeitalia che abbiamo indagato negli scorsi anni e che offre il vero plus competitivo. Ma oltre al singolo comparto vi è il comparto sistemico dell’eccellenza territoriale, cioè il turismo, con il suo contributo di oltre il 12% al PIL nazionale.
Un sistema che, secondo Mipaf e Coldiretti, significa ad esempio, nella sola tradizione agroalimentare, ben 1.059 diversi tipi di paste fresche e prodotti di panetteria, biscotteria, pasticceria e confetteria. Tradizione e innovazione: la fantasia al podere!
A questi temi e al mondo delle reti è stata posta una particolare attenzione durante il convegno “Il sogno e le reti: la scommessa della qualità italiana”, che si è svolto a Ravello nei giorni 23-24 luglio 2004.