GreenItaly 2016: una risposta alla crisi, una sfida per il futuro

Data : 21 ottobre 2016

 


La vita aspetta sempre le situazioni critiche
per rivelare il suo lato più brillante.

Paulo Coelho

La crisi globale che mette sotto pressione il tessuto produttivo attiva anche anticorpi. E tra le reazioni allo tsunami che ha investito l’economia, la green economy è fra quelle più significative ed efficaci. C’è anche questo – oltre alla gravità dei mutamenti in atto e alla sfida tecnologica e geopolitica - dietro al cambio di rotta nel contrasto ai mutamenti climatici degli Usa e della Cina. Non a caso Obama ha ricordato che negli ultimi cinque anni gli Stati Uniti hanno ridotto le emissioni del 6% nel settore energetico mentre l’economia cresceva dell’11%.

In Italia questo incrocia la natura profonda della nostra economia: la spinta per la qualità e la bellezza, è naturalmente alleate dell’uso efficiente di energia e materia, dell’innovazione, dell’high-tech. Una reazione di sistema, una sorta di missione produttiva indicata dal basso, spesso senza incentivi pubblici, da una quota rilevante delle nostre imprese. Una scelta non scontata in tempi di crisi, che si basa su investimenti e produce lavoro. Una scelta coraggiosa e vincente. Per le imprese, che investendo diventano più sostenibili e soprattutto più competitive e aprono un sentiero che va verso il futuro. E per il Paese, che nella green economy e nell’economia circolare ha riscoperto antiche vocazioni (quella al riciclo e all’uso efficiente delle risorse) e trovato un modello produttivo che grazie all’innovazione, la ricerca, la tecnologia ne rafforza l’identità, le tradizioni, ne enfatizza i punti di forza: la tensione costante alla qualità, le produzioni sartoriali, il saper fare antico, l’agricoltura dei mille prodotti distintivi. Un’Italia che fa l’Italia, nonostante i luoghi comuni e le prescrizioni miopi dell’economia main stream, su cui scommettere per rafforzare nel Paese l’orgoglio e la fiducia nel futuro.

È questo il ritratto non convenzionale dell’Italia fatto da GreenItaly, il rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere che descrive, anche negli aspetti più in ombra e meno scontati, la green economy nazionale. Un rapporto che, alla settima edizione, conferma la penetrazione crescente delle strategie di sostenibilità ambientale nel tessuto produttivo italiano, in tutti i settori, nessuno escluso: attraverso gli strumenti più diversi, che si tratti di innovazioni di processo e di prodotto che fanno risparmiare energia e materie prime, di energie rinnovabili, di tecnologie che aprono a nuovi materiali, magari provenienti da quelli che fino a ieri erano considerati rifiuti. Di maggiore attenzione all’ambiente e alla salute. Con un innalzamento della catena del valore che produce più ricchezza consumando meno.
Non possiamo certo dimenticare i tanti problemi del Paese: non solo il debito pubblico ma le diseguaglianze sociali, la disoccupazione, l’economia sommersa e quella criminale, il Sud che resta indietro, la corruzione e la burocrazia spesso inefficace e soffocante. Ma se diamo ascolto a Marcel Proust, secondo il quale “un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi”, se seguiamo, come fa GreenItaly, le tracce di questo cammino verso la sostenibilità (che è anche un cammino verso l’efficienza, l’innovazione, la competitività) cogliamo una missione in grado di mobilitare i talenti nazionali.

Di questa missione ci parlano le oltre 385 mila imprese dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2010-2015, o prevedono di farlo entro la fine del 2016, in prodotti e tecnologie green: il 26,5% del totale. Tra le manifatturiere arriviamo al 33%. Queste imprese ci dicono qual è il posto che possiamo occupare nel mondo: non quello della competitività fatta di bassi prezzi e dumping ambientale e sociale, ma proprio quello della qualità, che sta nel dna del sistema produttivo italiano ed è fatta di personalizzazione e cura dei dettagli, di attenzione alle competenze e al capitale umano, di coesione, bellezza, innovazione e, appunto, sostenibilità.

Questa qualità tutta italiana rispetto al passato ha oggi delle chance in più, perché intercetta novità che, complice anche la crisi, si diffondono globalmente: sono nuovi stili di vita e di consumo fatti di maggiore sobrietà, attenzione alla giustizia sociale e all’equità, ai valori. Che parlano di sharing economy e condivisione. Sempre più si cercano prodotti e servizi che abbiano un’anima e una storia da raccontare.

Alla base degli investimenti green di queste 385 mila imprese c’è, dati alla mano, una maggiore competitività. Le imprese che investono nell’economia verde dimostrano, infatti, una maggiore presenza internazionale: il 18,7% esporta, contro il 10,9% delle imprese non investitrici. Fenomeno ancor più evidente nel settore manifatturiero, con il 46% delle imprese esportatrici tra le eco-investitirici, contro il 27,7% delle altre. In molti ambiti del made in Italy, la green economy è sinonimo di internazionalizzazione: vale per l’alimentare, il cartario, i settori del vetro e della ceramica, e, soprattutto, per il legno-arredo e la strumentazione di precisione, dove le eco-investitrici sono quasi il doppio delle altre.

Competitività non è solo internazionalizzazione, ma anche innovazione. Anche da questo punto di vista, le imprese che puntano sul green spiccano: il 22,2% ha introdotto innovazioni di prodotto nel 2015, contro l’11,4% delle non investitrici. E nell’industria manifatturiera la propensione ad innovare è ancora più elevata (33,1% contro 18,7%). Processo di cambiamento che interessa e rinnova anche le filiere dei settori più tradizionali: basti pensare allo straordinario successo del credito di imposta e dell’ecobonus nell’edilizia che, secondo i dati Cresme e Servizio studi della Camera dei Deputati, porteranno nel 2016 investimenti privati per 29 miliardi di euro, interessando 436mila posti di lavoro, fra diretto e indotto. Uno strumento che potenziato e migliorato ben si presta, nel progetto Casa Italia, a rafforzare le politiche di risparmio energetico, prevenzione antisismica, eliminazione dell’amianto.

Entrando nello specifico di un tema molto collegato all’innovazione emerge come le imprese che investono nella riduzione dell’impatto ambientale sono più digitalizzate rispetto alle altre: l’82% delle imprese green è presente sul web, ha processi digitalizzati e punta sulle digital skills, contro il 53% delle imprese non green. Dati che segnalano una delle strade da battere per l’industria 4.0.

Puntare sulla green economy fa bene ai fatturati. Il 25,9% delle imprese che investono in tecnologie green ha registrato nel 2015 un aumento di fatturato rispetto al 2014, a fronte del 16,8% tra le altre. Anche da questo punto di vista si distingue il manifatturiero, dove un aumento di fatturato ha riguardato il 35,1% delle imprese, contro il 21,8% tra le imprese che non investono.

La green economy fa bene all’occupazione. Nel 2016 le imprese che investono green prevedono di assumere più di 330 mila dipendenti, pari al 43,9% del totale delle assunzioni, stagionali e non stagionali, previste nell’industria e nei servizi per l’anno in corso: quota molto rilevante, se si considera che le aziende eco-investitrici sono poco più di un quarto del totale.

E proprio nel creare lavoro, la sostenibilità è un driver importante, sia tra le imprese eco-investitrici che tra le altre. Se guardiamo le competenze, infatti, osserviamo che i green jobs in senso stretto sono (anno 2015) quasi 3 milioni (2.964 mila, 21 mila in più dell’anno prima): nell’anno in corso le assunzione programmate di green jobs e figure ibride con competenze green arrivano a 249 mila, pari al 44,5% della domanda complessiva di lavoratori non stagionali. Tra gli assunti nei settori della progettazione e della ricerca e sviluppo, poi, le figure green sono il 66% del totale: segno evidente del legame strettissimo fra green economy, innovazione e competitività.

Questi investimenti e queste professionalità stanno spingendo il Paese verso una leadership europea nella sostenibilità. L’Italia, infatti, con 14,3 tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro prodotto, è il secondo Paese tra le cinque grandi economie comunitarie per minore quantità di input energetici a parità di prodotto, dopo il Regno Unito (11,6, che ha però un’economia molto più finanziaria che manifatturiera) e davanti a Francia (14,5), Spagna (16,8) e Germania (17,7). Con 312 tonnellate per milione di euro prodotto siamo secondi, sempre dietro la Gran Bretagna (260), per input di materia, meglio di Francia (358), Spagna (362) e Germania (462). Con 107 tonnellate di CO2 equivalente per milione di euro prodotto siamo secondi, stavolta dietro la Francia (93, aiutata in questo caso dal nucleare) e davanti a Spagna (131), Regno Unito (131) e Germania (154).

Siamo invece migliori dei grandi d’Europa per minor creazione di rifiuti in rapporto alla produzione: ne produciamo 42 tonnellate ogni milione di euro, meglio di Spagna (49), Regno Unito (59), Germania (64) e Francia (84). Primato che ci pone all’avanguardia nell’economia circolare e ci permette di essere già oggi leader europeo nel riciclo industriale: nel nostro Paese sono stati recuperati per essere avviati a riciclo 47 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi europei (in Germania sono 43, in Francia 29). Il riciclaggio nei cicli produttivi industriali ci ha permesso di risparmiare energia primaria per oltre 17 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, ed emissioni per circa 60 milioni di tonnellate di CO2. Questa leadership è anche una leadership economica, perché l’industria del riciclo italiana è seconda sola alla Germania in termini di fatturato e addetti. Nel settore degli imballaggi, dove il tasso di riciclo (2015) è ormai pari al 66,9%, le quantità continuano a crescere: stando agli ultimi dati Eurostat, l’Italia è il Paese europeo che dal 1998 al 2013 ha visto il maggior incremento di imballaggi avviati a riciclo (+4,2 milioni di tonnellate).

Victor Hugo ha scritto che “c’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo, e questa è un'idea il cui momento è ormai giunto”. Le imprese di GreenItaly cavalcano questa idea. Un’idea sempre più pervasiva in tutto il mondo, in ambiti che solo ieri non ci saremmo aspettati. Al Parco delle Esposizioni di Parigi, dove si è tenuto da poco il Salone dell’automobile, tutti i big presenti, da Volkswagen a Nissan a Bmw, Renault e Mercedes, hanno esposto i loro modelli elettrici: sempre più competitivi con le auto col motore a scoppio, sempre più accessibili economicamente e sempre più belli. Shell, uno dei quattro principali attori privati mondiali nel comparto del petrolio e del gas naturale, ha di recente pubblicato uno studio nel quale si sostiene che, senza attendere innovazioni rivoluzionarie e partendo semplicemente dalle tecnologie esistenti, la transizione verso un mondo senza CO2 è possibile. Il cammino per sostituire i combustibili fossili è certamente ancora lungo, ma già oggi le rinnovabili garantiscono quasi un quarto della domanda totale di elettricità (il 23,7% nel 2015). Nel nostro Paese, a giugno di quest’anno la quota di produzione di energia elettrica da rinnovabili ha superato quella da fonti fossili. E l’Italia vanta il record mondiale, tra i paesi industrializzati, nella quota di fotovoltaico (8%) nel mix elettrico nazionale.

In questa rivoluzione verde un decisivo ruolo a sostengo lo avranno le politiche per il contrasto dei cambiamenti climatici, che alimentano la richiesta di tecnologie, beni e servizi green: anche per questo c’è da essere orgogliosi che l’Unione Europea, che di recente su altri fonti non ha brillato in capacità di visione, abbia ratificato, pur dopo Usa e Cina, gli accordi di Parigi, dando seguito al ruolo di primo attore avuto col protocollo di Kyoto. Per questo l’Italia deve far valere, alla COP22 di Marrakech, il proprio patrimonio di sostenibilità e innovazione green. Come quello degli 850 mila impianti italiani di energia rinnovabile, tra termici ed elettrici; degli 8047 Comuni, censiti da Comuni Rinnovabili di Legambiente, in cui è installato almeno un impianto da fonti rinnovabili; in 2.660 Comuni l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili è pari o superiore a quella consumata dai cittadini. L’autoproduzione e la generazione elettrica diffusa - per cittadini, istituzioni, imprese - è sicuramente la via più promettente per rilanciare l’uso delle rinnovabili nel Paese. Oppure quello dei 525 Comuni Rifiuti free censiti da Legambiente con l’iniziativa Comuni Ricicloni, quelli che oltre ad essere ricicloni, con una raccolta differenziata superiore al 65%, hanno deciso di puntare sulla riduzione del residuo non riciclabile, e annualmente producono meno di 75 chilogrammi per abitante di rifiuto secco indifferenziato. Un passo concreto verso l’economia circolare.

Il patrimonio italiano di sostenibilità e innovazione green è fatto anche, come abbiamo visto, dal nostro sistema produttivo. Con settori, come la ceramica o il legno-arredo, che puntano a fare della circolarità il motore della loro tensione continua verso l’eccellenza; o la meccanica, con l’efficienza energetica; o l’agroalimentare, che sposa le qualità territoriali alla sostenibilità ambientale.

Di quel patrimonio è parte fondamentale la sfida della chimica verde in cui l’Italia è all’avanguardia, come dimostra il nuovo impianto Mater-Biotech di Novamont a Bottrighe (Ro), primo impianto industriale al mondo per la produzione di biobutandiolo: intermedio chimico con una vastissima gamma di applicazioni realizzato finora solo da fonti fossili, a Bottrighe il biobutandiolo verrà prodotto a partire da zuccheri, attraverso l’utilizzo di batteri opportunamente ingegnerizzati.

O, ancora, Enel: con i suoi 37 Giga Watt di capacità rinnovabile installata nel mondo (situazione a fine giugno 2016), dagli Usa al Cile, dal Sudafrica all’India, è un esempio di leadership globale nell’energia del futuro. La stessa Enel che realizza piccoli campi fotovoltaici nei villaggi africani, dove circa l’80% della popolazione non è connessa alle reti elettriche, li integra con apparecchi per l'immagazzinamento dell'energia e collega il tutto alle case attraverso mini-reti elettriche indipendenti. Anche per questo Enel è la sola impresa italiana e unica utility al mondo presente nel board del Global Compact: l’iniziativa delle Nazioni Unite che unisce le aziende impegnate nella sostenibilità, nella responsabilità sociale e nel raggiungimento degli obiettivi del millennio indicati dalla stessa Onu. Segno che green economy vuol dire anche transizione verso un’economia più giusta, quell’economia più a misura d’uomo cui allude anche Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’. Un’economia che può parlare italiano.

“L’unica costante è il cambiamento”, diceva Eraclito. Queste realtà, queste imprese e le altre raccontate in GreenItaly ci mostrano che se accettiamo le nuove sfide senza perdere la nostra anima, se mettiamo a frutto i nostri cromosomi senza chiuderci alle innovazioni, anzi facendone tesoro, se l’Italia fa l’Italia, il futuro può essere una terra accogliente.

Ivan Lo Bello
Presidente Unioncamere

Ermete Realacci
Presidente Fondazione Symbola
 

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