Design Economy 2019

Data : 01 aprile 2019

 

Negli stessi giorni a 6500 km di distanza, quelli che separano New York da Milano, due mostre interrogano la comunità del design sul rapporto tra gli esseri umani e gli ecosistemi, naturali e sociali, in cui vivono. A New York, “The value of Good Design”, questo il titolo scelto dal MoMA, rende omaggio ad uno dei movimenti più interessanti degli anni cinquanta: il good design. Nato negli anni Trenta ma sviluppatosi a livello internazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale, il movimento abbracciava architettura e oggetti d’uso con l’obiettivo di innalzare la qualità della vita in tutti gli ambiti e i livelli della società. Per la prima volta si riconosce al design una funzione centrale nel processo di ricostruzione sociale ed economica post-bellico. Una centralità che potrebbe tornare ad avere in questa fase della storia in cui il mondo occidentale tenta di uscire dalla crisi economica e in cui ancora il 10% della popolazione globale vive in condizioni di povertà, nonostante i media, nel frattempo potenziati dal digitale, promuovano ancora modelli di consumo esasperati. A Milano, la XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano dal titolo “Broken Nature: Design takes on Human Survival”, evidenzia come il vero tema del design non sarà più quello di risolvere le questioni immediate, ma quelle che avranno un impatto sul lungo termine come quelle sollevate lo scorso marzo da milioni di giovani scesi in piazza in oltre 1700 città in tutto il mondo per chiedere ai governi un impegno serio nella lotta ai cambiamenti climatici.
Sfide epocali, quelle evocate dalle due mostre, che cambieranno radicalmente la geografia di beni e servizi, con enormi ricadute sull’economia e l’occupazione. La Commission on the New Climate Economy ha recentemente stimato in 26 trilioni di dollari l’indotto che verrà generato dalla sola lotta al global warming, con oltre 65 milioni di nuovi posti di lavoro low carbon, equivalenti ad oltre un terzo dell’occupazione dell’intera Unione Europea a 28.
Una sfida che ha spinto, come rilevato dal Rapporto GreenItaly promosso da Fondazione Symbola e Unioncamere, negli ultimi cinque anni oltre 345mila imprese italiane a investire in prodotti e tecnologie per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia, contenere le emissioni di anidride carbonica, e il risultato è che queste imprese si sono dimostrate più competitive e innovative, attirando investimenti e incrementando le assunzioni. Una domanda che chiama le oltre 30.000 imprese del design italiano a formulare soluzioni per un mondo sempre più sostenibile. Si, perché è proprio nella fase di ideazione di prodotti e servizi che si disegna il loro futuro. E sarà anche nelle risposte del mercato che si giocherà la partita della sostenibilità economica e ambientale dell’intero sistema.
Una sfida quindi decisiva, a cui non arriviamo impreparati. Il sistema del design italiano tutto gode di un vantaggio competitivo legato ad un sistema di formazione diffuso sul territorio con eccellenze assolute come il Politecnico di Milano che grazie a 4000 studenti iscritti, di cui un terzo provenienti dall'estero, si posiziona anche quest’anno nella top 10 mondiale del QS World University Rankings by Subject nell’area Design, prima tra le università pubbliche. Ma anche imprese capaci di attirare i migliori designer nazionali e internazionali. A differenza di altri settori, qui importiamo i talenti migliori del mondo in cambio di tecnologia, efficienza e una grande esperienza manifatturiera in grado di concretizzare idee e progetti.
E da una fitta rete di soggetti e istituzioni come le delegazioni regionali e interregionali dell’ADI che svolgono la duplice funzione di diffondere la cultura del design sul territorio e far emergere a livello nazionale il design diffuso nelle imprese dei distretti e dei territori. Centro di questo sistema è la città di Milano, incoronata miglior città 2019 dal prestigioso magazine di design, moda e viaggi Wallpaper, davanti a Shanghai, Vancouver, Helsinki, Shariah. È qui che hanno sede un quarto delle imprese del design. A Milano c’è una delle più alte concentrazioni di scuole di design al mondo, che attira fondi di investimento internazionali, come il gruppo londinese Galileo Global Education, già azionista di Marangoni e che nel 2017 ha acquisito il 100% di NABA e DOMUS Academy (creando così un polo della formazione della moda da 100 milioni di euro di ricavi), o la Raffles grande gruppo di Singapore con 26 college in tutta l’Asia, che nella città meneghina ha aperto nello stesso anno la sua prima scuola europea. È sempre qui che troviamo la già citata Triennale, modello e punto di riferimento – insieme alla Biennale di Venezia – per le oltre 250 Biennali e Triennali sparse nel mondo e che aprirà quest’anno il museo permanente del design italiano; l’ADI, promotrice del prestigioso Premio Compasso d’Oro, che nel 2020 aprirà al pubblico la collezione permanente di tutte le opere risultate vincitrici a partire dal 1954, anno di istituzione del premio voluto dall’Architetto Gio Ponti. Una collezione, ricordiamo, dichiarata “di eccezionale interesse artistico e storico” con decreto del 22 Aprile 2004 dal Ministero dei Beni Culturali; e il Salone del Mobile, pilastro del sistema, arrivato alla sua 58esima edizione, che con i suoi oltre 1800 espositori, di cui il 27% provenienti da 33 paesi, i suoi 650 designers del salone satellite e gli oltre 430mila visitatori provenienti da 188 Paesi rappresenta la più importante vetrina al mondo del design. Ma il design in Italia è molto di più. Milano è l’emergenza visibile di un sistema diffuso territorialmente, fatto di tante capitali attorno alle quali si sono coagulate storicamente imprese di qualità manifatturiere e di servizi fortemente specializzate, artigiani eccellenti, designer, associazioni di categoria, enti di formazione pubblici e privati: Milano per l’abbigliamento e arredamento, Vicenza per l’oreficeria, Sassuolo per la ceramica, Torino e l’Emilia Romagna per l’automotive, Fermo per le calzature, Napoli per l’abbigliamento da uomo, Firenze per la pelletteria e Pisa per la robotica, così scendendo giù lungo lo stivale, fino all’aerospaziale pugliese. Un sistema che da tre anni il Ministero degli esteri in collaborazione con tutti gli attori pubblici e privati che rappresentano il design italiano di qualità, promuove attraverso il progetto Italian design day. Iniziativa che anche quest’anno ha portato nel mondo la cultura del design italiano dando vigore al brand nazionale ma anche al nostro valore aggiunto.

Una geografia confermata dal presente studio promosso da Fondazione Symbola e Deloitte, da cui si evince in maniera netta una sovrapposizione virtuosa tra la presenza di imprese del design e sistemi produttivi manifatturieri.
Anche nel 2017, le imprese del design italiano risultano le più numerose dell’area comunitaria. Per la prima volta, il numero di imprese supera quota 30mila (30.828) offrendo impiego a 50.226 lavoratori. Rispetto all’anno precedente, sia imprese (+5,6%) che occupati (+1,9%), che fatturato (3,8 miliardi di euro), crescono, quest’ultimo ad un ritmo superiore alla media comunitaria (+0,9% contro +0,6%), anche se questo non basta per colmare il divario con Germania (4,2 miliardi) e Regno Unito (6,2 miliardi), paesi in cui i policy makers hanno creato nel tempo un vero e proprio sistema di politiche di sostegno alla diffusione della cultura del design e del suo ruolo nei processi di innovazione.
Si spiega anche così l’eccessiva frammentazione del settore: le imprese con meno di due addetti rappresentano ancora il 45% delle imprese del design. Un ruolo prevalente, quello delle piccole e piccolissime imprese, che, tuttavia, appare progressivamente in contrazione, grazie alla maggior dinamicità riscontrata dalle medie imprese del settore. Tra il 2011 e il 2017, infatti, le imprese con almeno 50 addetti hanno accresciuto la loro quota nel settore, sia in termini di addetti (dal 6,6% all’8,8%), che di fatturato (dal 15,1% al 20,7%).
Le grandi conurbazioni metropolitane rappresentano il fulcro del design italiano, con Milano che assorbe il 16,3% dell’occupazione e il 20,5% del valore aggiunto. A seguire, Torino e Roma, rispettivamente seconda e terza. In termini di importanza del design sui territori, Fermo si colloca saldamente al primo posto (grazie al ruolo esercitato nella progettazione stilistica delle calzature), sia in termini di occupati (1,0%) che di valore aggiunto (1,0%). Come è evidente i numeri non restituiscono la complessità del sistema design, fatto anche di numerosi professionisti e designer che, lavorando all’interno di aziende attive in altri settori, diffondono le proprie competenze permeando il tessuto economico del Paese in altri ambiti.
Come si evince dal Rapporto, made in Italy e design vanno di pari passo, in quanto entrambi localizzati nelle regioni e nei territori che trainano l’economia italiana. D’altronde, facendo riferimento ad un’indagine svolta da Unioncamere tra le imprese manifatturiere con almeno 5 addetti, le imprese che puntano sul design impiegando designer direttamente (tramite assunzione o consulenze professionali) o attraverso rapporti di subfornitura, mostrano più spesso performance positive. Nelle imprese “design oriented”, infatti, il 32,3% dichiara una crescita degli addetti durante il 2017 (23,9% per le altre imprese) e oltre un terzo afferma un miglioramento del fatturato e delle esportazioni.
Il ruolo del design a traino della competitività, infine, appare ancor più accentuato se si considera il connubio con la green economy. Basti pensare come, nella distinzione tra imprese, il vantaggio a favore di quelle che investono in tecnologie green, puntando simultaneamente sul design, raggiunge i 21 punti percentuali in termini di addetti (il 42,0% delle imprese green e design oriented dichiara un aumento dell’occupazione, contro il 21,0% delle imprese inattive sui due fronti), 18 punti in termini di fatturato (46,0% contro 24,0%) e 17 punti in relazione alle esportazioni (44,0% contro 27,0%).
Per tutti questi motivi, le imprese del design e più in generale il sistema del design italiano sono chiamati ora ad accompagnare questa transizione economica ed ecologica. Dal 2012 abbiamo in Italia una agenda digitale, vista la rilevanza del settore, sarebbe importante, per preservare e rafforzare il nostro sistema del design e per rispondere alle grandi sfide del futuro, che il Paese di dotasse finalmente anche di un’agenda nazionale dedicata al design .

Ermete Realacci Presidente Fondazione Symbola
Pierluigi Brienza AD Deloitte Consulting

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