Accadde domani

Data : 02 marzo 2016 - 30 novembre -1

"Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre,
ma avere nuovi occhi".

Marcel Proust

 

 

Trenta anni fa l’Italia veniva sconvolta da un grande scandalo del settore agroalimentare, quello del metanolo. Uno scandalo favorito dalla scelta di puntare su quantità e basso prezzo, scelta che ha aperto la strada all’adulterazione.

Nel marzo 1986 alcune morti per intossicazione sono causate dalla pratica di ‘dopare’ il vino, appunto, col metanolo: un alcool naturale che, aumentato dolosamente, provoca danni permanenti, portando anche alla morte. Sulla tragedia umana – saranno 23 le vittime e decine le persone con lesioni gravi – si innesta il dramma economico: l’immagine dell’Italia e dei suoi vini drammaticamente compromessa, un intero settore produttivo in ginocchio.

Quello che è accaduto dopo nel vino italiano rappresenta una straordinaria metafora del passaggio, ancora in corso, non solo nel vino ma in tutto il nostro sistema produttivo, da un’economia basata ulla quantità ad un’economia che punta invece su qualità e valore. Una metafora della missione dell’Italia.

Anche se molto resta da fare, dopo il metanolo il mondo del vino made in Italy ha saputo infatti risollevarsi: scommettendo sulla sua identità, sui legami col territorio, sulle certificazioni d’origine: nell’’86 la quota di vini DOC e DOCG era pari al 10% della produzione, oggi al 35%, e se contiamo anche i vini IGT, nati dopo, arriviamo al 66%. E puntando sui vitigni autoctoni, sull’innovazione e la sostenibilità, sulle professionalità. Insomma, scommettendo sulla qualità a tutto tondo. A trent’anni da allora, produciamo meno vino, ma questo vino vale molto di più. Nell’’86 gli ettolitri prodotti erano 76,8, milioni per un fatturato di 2,5 miliardi di Euro, dopo trent’anni gli ettolitri prodotti sono 47 milioni, il 40% in meno, ma valgono 9,4 miliardi di euro, più del doppio in valore nominale. L’export, che valeva allora 800 milioni di euro, oggi vale 5,4 miliardi, al primo posto tra i prodotti del made in Italy agroalimentare all'estero. Ed è altamente simbolico che i luoghi in cui nacque lo scandalo del metanolo producono oggi vini straordinari e i loro paesaggi sono stati inseriti nei siti UNESCO.

Questa parabola produttiva e culturale che ha nel vino il suo campione riguarda anche una parte rilevante, anche se ancora non maggioritaria, della nostra economia. E in fondo, in questa tensione costante alla qualità, rivela il cuore e il motore del made in Italy.

Nella filiera agroalimentare, ad esempio, siamo il Paese più forte al mondo per prodotti ‘distintivi’, con 282 prodotti tra Dop, Igp, Stg. C’è poi il biologico: l’Italia è il primo paese europeo per numero di agricoltori biologici (43.852, il 17% del totale europeo). Questa ricchezza trova riscontro nei risultati economici della filiera: in ben 89 prodotti, sul totale dei 704 in cui viene disaggregato il commercio agroalimentare mondiale, il nostro Paese detiene il primo, secondo o terzo posto per quote di mercato. Nonostante l’Italian sounding che, puntando sull’attrattività delle produzioni italiane e spacciando prodotti che con l’Italia non hanno niente a che fare, sottrae alla nostra economia 60 miliardi di euro ogni anno.

Dall’alimentare alla manifattura. Rispetto a circa trent’anni fa (1989) il numero di scarpe esportato è diminuito (da 218 mila a 165 mila tonnellate) ma queste scarpe che valevano 5 miliardi di dollari oggi (2014, valori nominali) ne valgono 11. Nell’abbigliamento in pelle l’esportazione è passata da 1910 tonnellate a 2254 tonnellate, mentre il valore è praticamente triplicato: 787 milioni di dollari a fronte di 233. E mentre ancora nel 1996 eravamo solo al quinto posto nelle quote di mercato mondiale (6,7%) oggi siamo al primo (19,0%). Ancora. Oggi vendiamo all’estero 6 volte le paia di occhiali che vendevamo nell’’89, ma il loro valore è aumentato di quasi 10 volte, da 413 milioni a circa 4 miliardi di dollari. Nella fabbricazione di macchine per l’industria alimentare esportavamo per 68 mila tonnellate e un valore di 952 milioni di dollari, oggi le tonnellate, e presumibilmente il numero di macchine, sono cresciute a 157 mila (+130%), il loro valore complessivo a 4,1 miliardi: +333%. Il passaggio verso la qualità produce poi una riduzione del consumo di materia prima, energia, emissioni di CO2. È insomma una scelta concreta per affrontare anche gli obiettivi della COP21 di Parigi, per contrastare i mutamenti climatici. Una via italiana alla green economy.

Sia chiaro, la qualità, transizione in corso in tanti settori e tante imprese dell’economia italiana, da sola non è la soluzione ai mali del Paese, anche se queste imprese sono una delle forze su cui contare per affrontare quei mali. La qualità non è un pranzo di gala: anche nei settori virtuosi che abbiamo indicato, la concorrenza è ed è stata spietata, tante aziende hanno chiuso i battenti, solo le migliori ce l’hanno fatta. La qualità, come ancora oggi vediamo in alcuni settori, da sola non basta: fare prodotti di qualità in assenza di regole che li tutelino, di controlli che vigilino sulla loro applicazione, in assenza di consumatori informati e messi nelle condizioni di scegliere consapevolmente, non necessariamente favorisce le imprese.

Dobbiamo ricordare però che nel XXI secolo, con l’economia ridisegnata dall’ingresso di giganti della produzione e dei consumi - dall’India alla Cina - se c’è uno spazio per l’Italia questo è lo spazio della qualità che si nutre di coesione, diritti, green economy. La domanda di Italia nel mondo è, oggi più che ieri, legata alla qualità, alla bellezza, alla cultura, all’innovazione, e sta a noi dare risposte sempre adeguate. Per farlo, il cammino intrapreso deve andare avanti. Favorendo le imprese che con un occhio alla tradizione e con i piedi nei territori guardano verso il futuro innovando, servendosi delle nuove tecnologie, del nostro ricco capitale umano. Riducendo il mercato sottrattoci da chi tarocca le nostre eccellenze. Sostenendo quelle regole che, senza inutili appesantimenti burocratici per le imprese, alzano l’asticella e collocano il sistema produttivo al riparo dalla concorrenza sleale e dalle tempeste cha ci hanno colpiti e che il futuro ci riserverà.

A trent’anni da quel drammatico 1986, dunque, lo scandalo del metanolo e la coraggiosa rinascita del vino italiano sono un’indicazione preziosa per capire le radici e il presente del made in Italy, per affrontare i problemi che ne sacrificano le potenzialità, e per tracciare nuove ambiziose rotte verso il futuro.

Roberto Moncalvo
Presidente Coldiretti

Ermete Realacci
Presidente Fondazione Symbola 

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