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CULTURA DRIVER SVILUPPO TERRITORIALE – Conservare il futuro nelle aree terremotate

a cura di Luca Dal Pozzolo – Responsabile Ricerca e Consulenza Fondazione Fitzcarraldo.

22 Ago 2017 - Redazione

“Certo noi abbiamo bisogno di storia, ma ne abbiamo bisogno in modo diverso da come ne ha bisogno l’ozioso raffinato nel giardino del sapere, sebbene costui guardi sdegnosamente alle nostre dure e sgraziate occorrenze e necessità. Ossia ne abbiamo bisogno per la vita e per l’azione, non per il comodo ritrarci dalla vita e dall’azione o addirittura per l’abbellimento della vita egoistica e dell’azione vile e cattiva”.

F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita

Distruzione di patrimonio, causa di lutti, il terremoto verifica la fragilità delle vite, del territorio, della sua paziente costruzione; è il lato oscuro delle attese quotidiane che infligge all’improvviso perdite umane, il contrappasso della conservazione, che sbriciola in pochi minuti l’eredità di secoli. E’ un trauma individuale e collettivo, che fragilizza la trama delle relazioni, che attenta alla coesione comunitaria, ridefinendo drammaticamente le priorità: soccorrere, difendersi dalle intemperie e, subito dopo, ricostruire. Ma qui, dove l’emergenza confluisce nella ricostruzione, le priorità si fanno intricate e richiedono visioni e policy, il più possibile condivise.

Ricostruire non riguarda solo pietre e muri ma, allo stesso tempo, la società locale, lo spirito comunitario; passo, passo, non prima le case, le scuole, le chiese, per poi versarci dentro le persone, prelevandole da un altrove diventato nel frattempo il paesaggio della quotidianità.  Non è così che sopravvivono le società locali. Ricostruire richiede partecipazione e condivisione, unico modo di elaborare il trauma e superarlo nel corpo sociale: decidere cosa e come conservare, interrogarsi sulle traiettorie future che avranno questi luoghi, alla luce dei valori ancora esistenti e dei beni culturali materiali e immateriali da conservare, restaurare, valorizzare; questo è l’esercizio più denso e pregnante per la ricostruzione delle relazioni sociali.

Così il sociologo francese Pierre Jeudy sintetizza il significato contemporaneo e tutto europeo del patrimonio culturale: “(…) un modo per scongiurare una minaccia che incombe di continuo sull’uomo moderno; la possibilità di perdere il senso della propria continuità”[2].  E qualche pagina dopo: “La conservazione patrimoniale diventa quindi il luogo privilegiato della protezione dei riferimenti simbolici”[3]. 

Se, dunque, nel patrimonio giace un repertorio di strumenti contro la perdita di senso per la continuità e per il futuro, il compito della ricostruzione sta nel liberare e re-indirizzare consapevolmente il loro potenziale a un futuro da desiderare e disegnare.

Si dirà che ci vuole tempo. Ma il tempo c’è, ed è quello per la ricostruzione degli abitati, dei centri storici, delle chiese – cinque, dieci anni almeno – senza scomodare i casi in cui i decenni non sono bastati a risarcire i danni della catastrofe.

Ci vorrà tempo perché in futuro il trauma del terremoto s’inscriva nel patrimonio della società locale come un tratto identitario che si è saputo affrontare e piegare per disegnare l’orizzonte di un nuovo inizio.

Ci vorrà tempo, presenza e capacità di ricostruzione per non abbandonare i territori feriti e stringersi attorno ai valori materiali e simbolici del luogo, per re-inventare un modello economico di sviluppo locale e un nuovo modo di abitare nell’Appennino.

Ed è qui che i beni culturali giocano un ruolo fondante e insostituibile. Nel momento in cui ricostruire significa a ogni passo decidere cosa e in che modo, nel momento in cui una trasformazione drammatica s’impone come inevitabile per continuare a vivere i luoghi, i beni culturali (non solo materiali, ma anche i riti, il modo di stringersi delle comunità nei giorni festivi, il ritorno temporaneo di chi risiede altrove) rappresentano elementi di continuità, l’ordito su cui rammendare le trame lacerate della società locale e sul quale progettare trasformazione e innovazione.

Allora, in questo quadro, portare altrove il crocefisso, la pala d’altare, la tavola dipinta per esigenze – certo legittime – di restauro e protezione, significa esaltare il valore storico artistico del manufatto, la sua componente di reliquia, e dimenticare totalmente il valore testimoniale e memoriale che quei beni hanno per la società locale: in termini di economia marginale si direbbe valore tanto più alto, testimonianza di continuità ancor più preziosa a fronte della larga distruzione patrimoniale.

La trasformazione del bene culturale in reliquia da proteggere altrove, produce un raddoppio museografico del mondo che mette fuori gioco la società locale e di cui non si sente alcun bisogno. Non si tratta di testimoniare una civiltà contadina in corso di sparizione, come in passato molti musei hanno tentato; si tratta, invece, di tener coesa una società locale attorno ai valori simbolici e alle testimonianze della continuità mentre ricostruisce il proprio orizzonte di vita. E’ un uso sociale e proiettato al futuro dei beni culturali, che relativizza anche la preziosità materica e storico-artistica. E’ il valore per la società che avanza in primo piano, ed è per ciò che tutti i beni andrebbero restaurati e conservati il più possibile in situ, poiché non è in gioco solo la loro sopravvivenza, ma quella – ancor più cruciale –  della società che li custodisce.

Mantenere i beni culturali in loco, ha a che fare anche con il turismo, una delle dimensioni economiche da ricostruire in tutto il cratere del terremoto. Ma non – banalmente – perché i luoghi vengano depauperati di bellezze che attraggono il turista; molti beni in questione non possiedono questa potenzialità, né motivano i turisti nella scelta delle mete. Il rapporto è ben più profondo: questi beni consentono alla società locale di continuare a essere se stessa, di mantenere il carattere di autenticità, ovvero uno dei valori massimamente ricercati dal turismo contemporaneo che sempre più richiede ai contesti locali qualcosa di simile a ciò che Valéry diceva del mestiere di scrivere: “(…) questa strana carriera in cui si è se stessi per gli altri”[4].  Solo se una società locale riesce a essere autenticamente sé stessa potrà offrire in futuro la propria cultura, la propria sapienza di vita, il proprio paesaggio anche ai turisti, facendone risorsa vitale di sopravvivenza.

E allora si rovesciano i paradigmi: cosa occorre conservare? Occorre conservare il futuro, non è questo il senso della vita? [5], il futuro dell’Appennino e delle sue società locali. Allora non basta più guardare ai beni culturali come preziosi reperti da proteggere e conservare, ma occorre focalizzare la loro funzione di ancoraggi, di fulcri per la conservazione del futuro (e in ciò ancora più preziosi); il loro restauro, dev’essere compatibile con questo ruolo, qui, ora, durante la ricostruzione, dev’essere linea guida di fondo – come un basso continuo e ostinato – della ricostruzione.

Anzi, le distruzioni del sisma pongono il tema di una ricostruzione e di una nuova valorizzazione anche digitale dei beni culturali, della progettazione e dell’avvio di un laboratorio per la digitalizzazione di beni materiali e immateriali che ridia integrità e potenza culturale al territorio e possa divenire un riferimento innovativo per l’intero Paese. Conservare il futuro implica anche ricostruirlo con gli strumenti e i formati del futuro, promuovendo nuove sintesi con le tecniche consolidate di conservazione e restauro dei beni storici.

Allora nella ridefinizione di priorità che la tragedia comporta, oltre alla sicurezza e alla ricostruzione degli edifici, si dovrà tener conto della sopravvivenza culturale e sociale delle società locali, per tutto il tempo della ricostruzione.  Vale la pena di pensare a moduli di sopravvivenza culturale, non solo come esperimento concettuale, ma come luoghi da reperire anche all’interno di strutture temporanee per affrontare l’emergenza culturale e sociale, che non è minor emergenza. Luoghi anche di piccole dimensioni, dove conservare i beni culturali danneggiati, restaurarli ed esporli in sicurezza, dove gestire il nucleo di una piccola biblioteca, dove discutere su come e cosa ricostruire, dove ospitare spazi di coworking e riprodurre la memoria digitale dei beni e dei territori. Un modulo di sopravvivenza culturale e per i beni culturali, accanto alla chiesa, al municipio, un existenz-minimum per una socialità contratta ma consapevole, vitale e tecnologicamente attrezzata. Così, nell’elenco delle priorità per conservare il futuro, si dovrà considerare che mantenere in loco la pala d’altare, restaurare la chiesa e portare subito la banda larga per lavorare connessi con tutto il mondo dal cratere del terremoto, sono esigenze dello stesso ordine di priorità rispetto alla ricostruzione delle case e alla re-invenzione di un modello di permanenza nei luoghi.

I beni culturali materiali e immateriali che testimoniano della storia millenaria del luogo sono ora, e saranno ancora – insieme a tutti gli altri valori che incarnano – fulcri e appoggi su cui far leva per risollevare il futuro dalle macerie che lo ostruiscono e per re-orientarne la traiettoria, giacché “Il responso del passato è sempre un responso oracolare: solo come architetti del futuro, come sapienti del presente, voi lo capirete[6]. 

 

 


[2] H.P. Jeudy, La machine patrimoniale, 2008, Circé, Paris, Trad.it Fare memoria. Perché conserviamo il nostro patrimonio culturale, Giunti Editore, Firenze, 2008, pag.22.

[3] Ibidem pag. 45.

[4] P. Valery Frammenti dalle memorie d’un poema in: Varieté, Gallimard, Paris, 1924 trad it. Varietà, a cura di Stefano Agosti; SE s.r.l., Milano, 1990 e 2007, p.248.

[5] E’ sempre Valéry, che nel discorso in onore di Goethe, esclama: “La vita, dopo tutto, non si riassume forse in questa formula paradossale: la conservazione del futuro?”.

[6] F. Nietzsche, Unzeitgemässe Betrachtungen, Zweites Stück: Von Nutzen  und Nachtaeil der Historie für das Leben, trad. It.  Sull’utilità e li danno della storia per la vita, Adelphi Edizioni, Milano 19973-1974,pag. 56.

 

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