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Convertire in numeri i processi culturali: approcci e sfide nell’epoca dei big data. Di Valentina Montalto

Cultura, conoscenza e capacità cognitive sono diventati i principali generatori di valore. Ma perché il riferimento a queste nuove forme di capitale non sia soltanto ornamentale, bisognerebbe anzitutto capire funzionamento e impatti dei processi di produzione di (nuova) cultura e creatività. La sfida non è semplice data la natura molto spesso informale di tali processi, ma il web e le nuove tecnologie offrono nuove opportunità di approfondimento.

13 Ago 2019 - Redazione

Nel contesto socio-economico attuale, cultura, conoscenza e capacità cognitive sono diventati i principali generatori di valore non solo per migliorare la produttività di un sistema economico sempre più complesso e competitivo, ma soprattutto quali fonti di energie creative per la ricerca di soluzioni di crescita sostenibili. Ma perché il riferimento a queste nuove forme di capitale non sia soltanto ornamentale, bisognerebbe anzitutto capire funzionamento e impatti dei processi di produzione di (nuova) cultura e creatività. La sfida non è semplice data la natura molto spesso informale di tali processi, ma il web e le nuove tecnologie offrono nuove opportunità di approfondimento.

In occasione della pubblicazione di questo rapporto, abbiamo identificato tre approcci sperimentali di ricerca volti a chiarire aspetti diversi e in qualche modo complementari di tali processi: il primo utilizza il datamining per identificare il capitale culturale di una città e misurarne gli impatti economici; il secondo applica un algoritmo di community detection a un dataset contenente milioni di annunci di lavoro pubblicati sul web per identificare le competenze più ricercate nelle occupazioni creative; il terzo utilizza la tecnologia Linked Open Data che consente di connettere le informazioni presenti sul web utilizzando un approccio semantico per studiare la mobilità internazionale nel mondo dello spettacolo.

Il datamining è alla base di un recente lavoro svolto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge e del Nokia Bell Labs per quantificare il capitale culturale di Londra e di New York 7.A questo scopo, i ricercatori hanno identificato e classificato circa 10 milioni di fotografie georeferenziate postate su Flickr.com tra il 2007 e il 2015. Per la classificazione, è stata utilizzata una tassonomia di “cultura urbana” in nove categorie. La tassonomia è stata ottenuta combinando una definizione “top-down” di industrie creative (i.e. quella del Department for Culture, Media and Sport – DCMS del Regno Unito) con un approccio “bottom up”. Quest’ultimo consiste nell’incrociare le attività derivanti dalla definizione di partenza con un set di attività creative molto più dettagliato, compilato a partire dai contenuti presenti su Flickr e Wikipedia. I ricercatori hanno poi selezionato i tag delle foto corrispondenti alle attività identificate e classificato le foto nelle nove categorie.

In base alla proporzione dei tag connessi a ciascuna delle nove categorie, i ricercatori sono stati in grado di identificare i settori di specializzazione di ogni quartiere. Per esempio, in entrambe le città, le attività di spettacolo si concentrano principalmente nelle aree centrali, mentre quelle connesse all’architettura sono predominanti sia nelle aree centrali che in quelle periferiche. Fanno eccezione a questo scenario la zona di East London, in cui predominano le attività di design, e quella di West London, specializzata in arti dello spettacolo e marketing.

La ricerca prova inoltre a misurare i processi di generazione del capitale culturale andando a identificare gli eventi culturali associati ai dati digitali (foto e tag) raccolti. I ricercatori riescono in effetti a mostrare che i “picchi” nei dati, rispetto ai valori mensili medi, sono dovuti alla presenza di eventi culturali che hanno svolto un’azione importante per la rigenerazione di certi quartieri. L’analisi temporale degli eventi mostra inoltre che il capitale culturale si trasforma in capitale economico (misurato in termini di reddito medio e prezzo medio delle case) nel giro di pochi anni anche se, come notano gli stessi autori dello studio, le aree soggette a dei processi di rigenerazione urbana “a base culturale” restano a rischio di gentrificazione.

Il secondo approccio è stato utilizzato dal centro di ricerca inglese Nesta per identificare le abilità richieste ai lavoratori in occupazioni creative, ivi incluse professionalità creative occupate in industrie non creative (per es. un grafico che lavora per un’impresa manufatturiera). Secondo la definizione del Department for Culture, Media and Sport del Regno Unito e i criteri sviluppati dallo stesso centro di ricerca, esistono 30 diverse profili creativi — dagli sviluppatori di sofware ai designer ai curatori museali ai giornalisti — identificate utilizzando il sistema standard di classificazione professionale (Standard Occupational Classification-SOC, alla quarta cifra). Per lo studio delle abilità richieste per questi profili creativi, è stata utilizzata una banca dati della società Burning Glass contenente milioni di annunci pubblicati online tra il 2012 e l’inizio del 2016 inclusi, per posizioni di lavoro aperte nel Regno Unito, relative alle 30 professioni in esame. Da questo ampio set di dati è stato estratto un campione casuale per ogni professione, con dimensione proporzionale al peso di ciascuna di queste professioni nell’economia creativa, in modo da ottenere un campione di osservazioni più ridotto — ma rappresentativo — rispetto al database iniziale. Grazie all’utilizzo di un algoritmo in grado di identificare parole connesse tra loro, le migliaia di abilità estratte dagli annunci selezionati sono state poi classificate in cinque gruppi: 1) capacità di supporto (come project management, servizi al cliente, ecc.); 2) capacità di creazione e progettazione; 3) competenze tecniche; 4) abilità di marketing; e 5) abilità di insegnamento.

I risultati, per quanto soggetti a una serie di limiti metodologici9 evidenziati dagli stessi autori della ricerca, offrono delle indicazioni molto utili alle politiche educative e del lavoro. Il mix di competenze richieste varia infatti molto da un gruppo di annunci all’altro. Il 40% degli annunci per gli architetti, per esempio, richiede soltanto competenze dal gruppo 1. Per professioni relative al settore pubblicitario, circa il 60% degli annunci richiedono sia competenze di marketing sia di gestione/vendita/servizio al cliente. I lavori nei musei, gallerie e biblioteche mostrano invece la più ampia combinazione di competenze creative “core” (gruppi 2 e 4) e complementari (i restanti).

La combinazione di competenze diverse sembra necessaria anche nell’ambito di occupazioni  “non-creative”. L’analisi degli annunci mostra infatti che molte delle competenze creative del gruppo 2 sono richieste anche agli ingegneri, in particolare gli ingegneri elettronici e meccanici e quelli responsabili di processi di design e sviluppo. Se si guarda all’utilizzo della parola “creatività” negli annunci, lo spettro delle occupazioni che richiedono un approccio creativo si amplia molto, includendo tra gli altri anche i manager responsabili di ricerca e sviluppo, vendita, mostre e conferenze, nonché parrucchieri e insegnanti. Il terzo approccio sperimentale è stato testato nell’ambito del progetto European SPACE svoltosi tra il 2008 e il 2011. Il risultato — Travelogue — è un prototipo che raccoglie e connette 30 diversi database e oltre 20 mila osservazioni relative agli spettacoli esportati e importati in diversi paesi in Europa e nel mondo, con l’obiettivo di iniziare un processo di armonizzazione dei dati relativi alla mobilità internazionale. Il prototipo utilizza la tecnologia Linked Open Data che permette di connettere le informazioni e dati presenti sul web, utilizzando un approccio semantico.

In base ai dati raccolti, i partner del progetto SPACE hanno preparato e reso disponibili sul sito web dedicato dei a) Profili paese, in cui viene presentato il numero totale di spettacoli importati ed esportati; delle b) Mappe città, che mostrano l’intensità con cui diverse città ospitano produzioni europee itineranti a livello internazionale; e delle c) Mappe paese, che mostrano quali paesi ospitano produzioni internazionali. È evidente che estistono diversi sistemi di distribuzione in Europa. Da un lato, grandi metropoli come Londra e Parigi si confermano luoghi di grande concentrazione di produzioni internazionali. La regione delle Fiandre e i Paesi Bassi contano piuttosto su delle reti diffuse — in tutto il territorio regionale e nazionale — di teatri e centri culturali che ospitano produzioni internazionali. Ne emerge un quadro molto interessante, non solo in termini “artistici”, ma anche per lo studio dell’evoluzione e degli impatti dei modelli di espansione urbana (e dei servizi connessi) al di là del centro-città, cosa che potrebbe per esempio portare a considerare strategico il potenziamento della rete di trasporti. La pubblicazione che racconta in dettaglio la genesi del progetto, spiega anche le sfide principali riscontrate, tra cui, prima tra tutte, la grande disomogeneità dei dati disponibili, in termini di contenuto, livello di dettaglio e formato. Nell’obiettivo di rendere questo prototipo operativo per tutte le organizzazioni che hanno (o vogliono raccogliere) dati sugli spettacoli e i loro movimenti, la pubblicazione contiene inoltre una guida tecnica che spiega come pubblicare il proprio database online in modo da permettere a Travelogue di leggerne i dati e combinarli con quelli di altri database.

Nuovi dati e tecnologie gettano nuova luce sui processi di produzione culturale. È necessario proseguire per questa strada non solo perché la produzione di statistiche ufficiali costa ma soprattutto perché i dati potrebbero essere più rilevanti se “prodotti” dagli stessi fenomeni di interesse. Anche se esiste ancora un importante digital divide, il mondo digitale è destinato a diventare uno dei principali canali di creazione e trasmissione di contenuti culturali e creativi. Il web, inoltre, può fornire delle informazioni utili alla formazione di politiche pubbliche puntuali, spesso in tempi più consoni rispetto a ciò che le statistiche ufficiali riescono a garantire, senza contare che questi nuovi approcci consentono di ridurre i costi legati alla raccolta dati. Non si tratta però di ricerche a costo zero (anzi), ma di studi che richiedono un ripensamento dell’allocazione dei fondi di ricerca verso progetti e competenze estremamente sofisticati, che possono ulteriormente alimentare l’economia della conoscenza. In Italia, ci sono almeno quattro città che si prestano bene a delle analisi simili a quelle appena illustrate, sia per la loro vivacità culturale che per il loro investimento nel digitale: Bologna, Matera, Milano e Palermo. Chi si offre come città pilota?

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